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Donald Trump spiazza tutti conquistando l'Asia e Putin

Alla faccia dei soliti gufi il presidente americano ha sottoscritto importanti accordi commerciali in Estremo Oriente. Mentre da noi continuano ad aumentare i poveri 


13/11/2017

di Sandro Vacchi


Nel primo anniversario della più inaspettata vittoria alle elezioni presidenziali americane, quella dell’”impresentabile” Donald Trump, i vedovi e le vedove di Barack Obama, le Giovanne Botteri inconsolabili per l’uscita di scena del primo presidente nero e per la contestuale mancata ascesa al trono della prima presidentessa bianca, Hillary Clinton, erano appostati alla finestra come Lee Oswald al passaggio di John Kennedy a Dallas: pronti a sparare sulla pannocchia arancione del buzzurro che aveva osato non perdere, nonostante i soloni, gli “intellettuali” che non sanno leggere fra le righe di un bilancio, figuriamoci nelle teste della gente, non bramassero altro che il trionfo della beniamina loro,  dell’establishment e degli attori hollywoodiani. Invece ciccia: Donald li ha spiazzati ancora, a dimostrazione di quanto poco contengano le zucche – chiamarle teste sarebbe eccessivo – dei signori analisti che dovrebbero andare in analisi, dei politologi che ne azzeccano meno di Paperoga, dei ricercatori che dovrebbero ricercarsi un lavoro come spaccapietre. 
Il buzzurro, infatti, la bestia, il gaffeur, il riccastro amico dell’America armata, il Berlusconi degli States, il compagno di letto della più affascinante femmina del mondo, beato lui!, è tornato a casa dall’Oriente con in tasca i più colossali contratti commerciali della storia mondiale fra due singoli Paesi, una cosuccia da 253 miliardi di dollari che unirà nei prossimi anni la più potente economia del mondo al Paese più popolato del pianeta, Usa e Cina. Pensate che i cervelloni bacati di cui sopra, le cassandre, le vestali dem dell’obamismo, del renzismo, dell’europeismo merkeliano, lo avessero preventivato? Lasciamo perdere. 
Trump e Xi Jinping hanno accantonato le burrasche di un anno fa, quando il presidente platinato aveva accusato Pechino di stupro ai danni dell’economia americana. I megadirettori di Goldman Sachs, Boeing, General Motors e altre aziendine del genere lo hanno accompagnato nella Città Proibita, da dove sono usciti raggianti: era forse proibita ai tempi di Obama, ma oggi il Prodotto interno lordo statunitense vola, la Borsa pure, la disoccupazione è ai minimi. Con il bell’Obama? Lasciamo perdere anche in questo caso. 
Forte dei suoi asset economici, The Donald è andato da giapponesi, sudcoreani e soprattutto cinesi e ha messo in piedi il più grande tavolo di trattative commerciali, industriali e finanziarie che si sia mai visto, un’arma micidiale anche per fronteggiare il Cicciobombo nordcoreano con i suoi giocattoli da psicopatico. Le portaerei americane nel Pacifico, di fronte alle coste di Paesi amici come quelli citati, partner che hanno tutto l’interesse che Washington sia in posizione di forza, stringono Kim in una morsa da cui potrebbe uscire in un solo modo: scomparendo. 
Non è finita. Il travolgente tour asiatico di Trump è terminato sotto l’arco di trionfo vietnamita, ad Hanoi da dove gli americani fuggirono 42 anni fa alla fine della loro guerra più ingloriosa, con tutto quello che ha significato, decine di migliaia di morti e coscienze ancor oggi straziate. Ad Hanoi il presidente miliardario, l’arricchito che abita in saloni leopardati e che certamente non ha letto Sartre né adora Che Guevara, ha firmato un accordo triennale di cooperazione militare e ha consegnato una nave vedetta alla Marina vietnamita. Non è ancora finita. Il presidente Quang ha parlato di eccellenti relazioni fra i due Paesi, ha citato un antico viaggio di Ho Chi Minh a Boston e ha saltato del tutto il ruolo dello Zio Ho nella guerra agli yankee. Guerra? Come se non ci fosse mai stata.  Del resto, ricordiamocelo, i primi consiglieri militari li aveva inviati San John Kennedy e le principali operazioni belliche furono condotte quando alla Casa Bianca sedeva Lyndon Johnson, entrambi democratici. 
Trump ha conquistato posizioni anche in Giappone, il nemico di un tempo sconfitto soltanto grazie a due bombe atomiche, ma che oggi gode di 60 miliardi di dollari di attivo nell’interscambio. 
Cavolo! si sono detti i gufi di professione, gli invidiosi, i sinceri democratici che diventano fascisti e sfascisti quando le cose vanno diversamente da come vorrebbero. E hanno puntato almeno su una guerricciola, su una schermaglia con la Russia di Putin. Quando fra i due c’è stata appena una stretta di mano in Vietnam, i “Puzza sotto il naso” hanno cominciato a gongolare: vuoi vedere che il Cafonaccio se lo prende in quel posto e che il Russiagate diventerà uno scandalo più grosso del Watergate che costò il posto a Richard Nixon? Tanto più che la Cia sostiene che la Russia avrebbe influito sul voto americano di un anno fa, e in sostanza avrebbe fatto lo sgambetto a Hillary. 
Trump si è fatto una risata: «Io mi fido di Putin, il quale mi ha appena detto che non è successo niente del genere». E l’ingerenza della Russia, le intromissioni, l’hakeraggio? Boh. I capi delle due più grandi potenze mondiali non si sono seduti a un tavolo ufficiale, ma ad Hanoi si sono parlati da amici che si fidano l’uno dell’altro e in un niente hanno trovato un accordo sulla Siria, dove militari russi e americani combattono contro i tagliagole dell’Isis. Trump e Putin concordano che non ci potrà essere una soluzione militare del conflitto, confermando l’impegno per la sovranità e l’integrità territoriale della Siria. Il russo ha parlato apertamente di un successo. 
Adesso vedete voi se le menti illuminate dei nullafacenti, degli uccelli del malaugurio capaci solo di leccar natiche purché non siano quelle di Trump e dei suoi simili, non dovrebbero essere mandate a scuola, naturalmente non in quella diretta dalla ministra senza scuola Valeria Fedeli. 
Nelle stesse ore in cui Trump spiazzava tutti i suoi detrattori, nel senso che li faceva a pezzettini, riportando la bandiera a stelle e strisce su una bella fetta di mondo, nella nostra Italiuzza l’Istat forniva alcune notizie poco simpatiche. Nello Stivale vivono, per modo di dire, un milione e 619 mila famiglie in stato di povertà assoluta: si tratta di poco meno di cinque milioni di persone, un dato che non segna progressi rispetto a quattro anni fa. L’incidenza della povertà assoluta è del 6,3 per cento per quanto riguarda le famiglie e del 7,9 per gli individui. Roma è anche la capitale della povertà, con sedicimila persone in stato di indigenza estrema. 
E un Paese come questo, la patria dei miserabili e dei cialtroni, dei peracottari che si riempiono le boccucce con reddito di cittadinanza, ius soli, appartenenza di genere, coppie del terzo e del quarto tipo, il Paese che ha inventato esodati e jobs act, si permette di fare le pulci a Donald Trump? Ma fateci il piacere, manica di incapaci! Speriamo, piuttosto, che venga anche da noi con un nuovo piano Marshall a tamponare le vostre malefatte, e che vi mandi tutti dal suo amico Putin, il quale ha un posticino bello fresco dove mettervi a lavorare sul serio. Del resto, lo faceva già uno dei vostri santini di un tempo, no? 

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