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Dopo 56 anni torna sui nostri scaffali l'investigatore Leslie Collina. Quale modo migliore per ricordare Franco Enna, alias Francesco Cannarozzo?

In libreria, per la collana “I Gialli Oltre”, anche il delitto dimenticato di un cileno che credeva nelle proprie idee proposto dall’avvocato Paolo Tagliaferri


13/05/2019

di Catone Assori


Altre due uscite per la collana “I Gialli Oltre”, diretta da Diego Zandel e pubblicata da “Oltre edizioni”: dopo John Harvey e Antonio Perria, sono infatti arrivati sugli scaffali i romanzi di Paolo Tagliaferri e, soprattutto, di Franco Enna, alias Francesco Cannarozzo. Un autore, quest’ultimo, che magari a molti dirà poco o nulla, anche se in verità si è proposto, strada facendo, come uno dei maestri del giallo all’italiana con più di 130 titoli all’attivo, soltanto quattro dei quali firmati con il suo vero nome. 
Un escamotage - quello di puntare su nomi anglofoni - volto ad aggirare le disposizioni fasciste che vietavano l’ambientazione di delitti sul patrio suolo. Così eccolo firmare i suoi libri come Lou Happings, John W. Reel, Andrew Maxwell, Keogh Marton, James Douglas, Stehne Maredith, Alexis Stone e via via, sino ad arrivare a Donald Baron nel 1972. Anche se il nome d’arte più sfruttato sarebbe stato italiano, appunto Franco Enna
Un nom de plume in questo caso legato alle sue origini, essendo nato il 16 settembre 1921 a Castrogiovanni, l’odierna Enna. Lui che sarebbe morto a Lugano il 19 luglio 1990, non prima di aver segnato la storia della narrativa di settore, centrando il bersaglio anche nella fantascienza (fu il terzo italiano a essere ospitato nella collana Urania, complice il fatto di trovarsi in quel periodo alla guida dell’ufficio stampa dei periodici della Mondadori), con puntate allargate alla sceneggiatura, alla poesia e alla drammaturgia.

Per la cronaca Franco Enna, o Francesco Cannarozzo che dir si voglia, è stato lo scrittore che ha “provincializzato” il giallo italiano a dispetto di quanto predicava Italo Calvino, il quale sosteneva - ovviamente sbagliando - che il paesaggio domestico non poteva fare da sfondo a un thriller. Lui che, al contrario, aveva preceduto numeri uno come Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Santo Piazzese e Domenico Cacopardo, proponendosi come il precursore del giallo di provincia, che nella maggior parte dei casi ha ambientato nei paesi e nelle città siciliane. Giocando peraltro la carta, fra le altre, di un famoso personaggio, il commissario Federico Sartori: un isolano segnato da una inguaribile nostalgia che si lascia trascinare dall’avventura e dall’amore in storie intricate quanto avvincenti. 
Insomma, l’abbiamo presa alla lunga perché questo scrittore lo meritava. Lui che si era fatto carico di romanzi di un certo peso, come Donna onorata, Il finto play boy, Gli agenti preferiscono le brune, Un poliziotto in vendita, L’inferno nell’aia, L’inferno confina con Dio e Tempo di Massacro (pagg. 236, euro 16,00), un tipico “giallo d’azione” degli anni Cinquanta che era stato pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1963. Un romanzo “aspro, veloce e scanzonato” imbastito su una vicenda che non dà tregua dall’inizio alla fine. 
Detto questo spazio a una breve sinossi. “Quando Leslie Colina se ne viene in Italia dalla grande Los Angeles, dove si è fatto un nome come investigatore privato, crede proprio di essere in vacanza. È naturale. L’America è il paese dei gangster e dei delitti sensazionali dalle indagini complicate. L’Italia è un'altra cosa. Che pace ritornare al paese natio! Ma le sue illusioni non durano a lungo... Qualcuno ha deciso che il grande investigatore finisca i suoi giorni all’ombra di San Pietro. Fuori del suo ambiente, senza i suoi collaboratori, Leslie Colina sembra sul punto di perdere l'orizzonte. Ma, per sua fortuna, ha i pugni saldi e la testa più salda dei pugni”.

La seconda proposta - Io mi chiamo Miguel Enrìquez (pagg. 154, euro 14,00) - risulta invece, come accennato, legata alla penna di Paolo Tagliaferri, nato a Civitavecchia nel 1968, di professione avvocato penalista, vincitore con il racconto Passato, presente e… futuro del “Giallo Birra 2013”. Una motivazione che lo aveva spinto al debutto sugli scaffali, l’anno successivo, con il romanzo Stile imbastito su una spy story - impregnata di intrighi, duelli, amori e vendette - che si sviluppa fra l’Italia, l’Europa e il Medio Oriente. Romanzo al quale avrebbe fatto seguito, sempre per i tipi della Robin, Nessuna notizia della notte
Ma veniamo al dunque. Come annota nella prefazione Emilio Barbarani (già Segretario di Legazione presso l’ambasciata italiana a Santiago del Cile proprio nel periodo in cui si svolgono i fatti sviluppati nel libro che stiamo proponendo) Tagliaferri si ispira per il suo racconto a un preciso contesto storico-politico: quello legato all’11 settembre 1973, quando il Governo di Salvador Allende cadde sotto il concentrico attacco dell’Esercito, dell’Aviazione e della Marina militare. E con la morte del Presidente iniziò un periodo di durissima repressione, posta in atto dalle Forze armate e dai rispettivi Servizi di intelligence. Con i militari ad accusare i partiti della sinistra cilena di aver complottato per portare a termine nel Paese la “rivoluzione del proletariato” e imporre un regime comunista, in collusione con la sinistra internazionale (soprattutto cubana). Svendendo in questo modo il Cile agli interessi stranieri. 
Ma veniamo alla storia, un mix di realtà e fiction che si rifà a una delle più grandi tragedie del secolo scorso, la feroce dittatura militare di Pinochet. Tutto ha inizio in una stazione romana dei carabinieri, in un pomeriggio di dicembre striato dalla pioggia, dove è presente un uomo in stato di shock, che ricorda solo di chiamarsi Miguel Humberto Enrìquez Espinosa, di essere un medico figlio dell’ex rettore dell’Università di Conception, di provenire da Santiago del Cile. 
Già, il Cile, un Paese martoriato che - attraverso la presenza di quest’uomo, la cui mente si barcamena fra pochi ricordi e forse qualche omissione - bussa, con le sue mani insanguinate, alla porta del maresciallo Massimo Alatri, Max per gli amici, per svelare i retroscena di un delitto dimenticato. 
In altre parole la ricerca, la caccia e l’uccisione da parte della Dina, la feroce polizia segreta di Pinochet, di un uomo che credeva nelle proprie idee e nella liberazione dell’umanità. Un fatto di sangue epico, dove cacciatore e preda, per uno scherzo del destino, portano lo stesso nome: Miguel. Ma Miguel Enrìquez - come apprenderà il maresciallo Alatri della stazione dei carabinieri di Santa Marinella - non era stato assassinato il 5 ottobre 1974? E poi non è forse vero che “le cicatrici sono lì per non essere dimenticate?”. 
Risultato: “Con una narrazione fatta di salti temporali e sequenze cinematografiche, Tagliaferri assolve quello che per Derek Raymond, il maestro inglese del noir, è uno dei compiti principali dello scrittore: misurare ciò che è stato dimenticato”. E lo fa con garbo, piacevolezza narrativa. Senza mai dare nulla per scontato. 
Detto questo ricordiamo che corredano e integrano il romanzo, tanto da potersi considerare due precedenti capitoli dello stesso lavoro, i racconti Al Amara e La linea, nei quali il protagonista, Max Alatri appunto, muove i suoi primi passi tra assassini, criminalità organizzata e colletti bianchi. Alla ricerca della sua personale idea di giustizia, inscindibile da quella, troppo spesso relativa, della verità.

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