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Dopo 64 anni arriva postuma, amara e graffiante, una chicca di Siegfried Lenz

Si tratta della storia di Walter Proska, giovane disertore della Wehrmacht, pronta a riaccendere il dibattito sulle colpe e le rimozioni del popolo tedesco


22/01/2018

di Massimo Mistero


Una penna - quella di Siegfried Lenz - che, nella sua apparente semplicità, graffia e intriga affondando stilettate in un passato segnato dal male, quasi a volersi fare carico del dovere di aiutare un popolo che si era macchiato di vergognose ingiustizie. In altre parole quelle perpetrate dal regime nazista che, nel corso della Seconda guerra mondiale, si era reso colpevole dello sterminio di milioni di ebrei. E lo fa attraverso la storia di un giovane soldato della Wehrmacht che, a pochi mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, decide di disertare unendosi ai partigiani polacchi dell’Armata rossa. 
Risultato? Un libro che mette a nudo le brutture di un periodo segnato dagli stermini di massa, che crocefigge la coscienza di chi aveva accettato senza reagire simili barbarie. Un libro peraltro difficile da digerire da parte del potere, tanto è vero che - scritto nel 1952 e finito in un cassetto dopo che l’editore di Lenz, un ex membro delle SS, si era rifiutato di pubblicarlo - avrebbe dovuto attendere 64 anni prima di essere edito postumo dalla Hoffmann und Campe Verlag. Vale a dire quando venne ritrovato fra le carte dell’autore morto ad Amburgo il 7 ottobre 2014. 
Per la cronaca Lenz, considerato una delle penne più interessanti della letteratura tedesca contemporanea, era nato a Lyck, nella Masuria|Prussia Orientale, il 17 marzo 1926. Lui che giovanissimo, terminate le scuole superiori con un esame di maturità in sessione straordinaria per via della guerra, era stato arruolato in Marina, per poi disertare quando, a seguito del bombardamento della sua nave, venne dislocato in Danimarca. Fatto prigioniero dagli inglesi, sarebbe stato utilizzato come interprete e poi liberato nel 1945 con destinazione Amburgo. 
E in questa città avrebbe ripreso a studiare (Filosofia, anglistica e letteratura) mantenendosi con il mercato nero e iniziando a collaborare con la stazione radiofonica Nwdr e con il giornale della forza di occupazione Die Welt. Testata sulla quale avrebbe pubblicato a puntate Es waren Habichte in der Luft (“C’erano sparvieri nell’aria”, parabola sull’apparato repressivo del potere), arrivato sugli scaffali delle librerie nel 1951. Un lavoro ben accolto, tanto da consentirgli di mantenersi - da allora in poi - con il suo lavoro di prolifico scrittore. 
Lenz, si diceva, del quale Neri Pozza, dopo aver pubblicato Lezioni di tedesco (scritto nel 1968 questo libro - considerato una fra i maggiori lavori del Dopoguerra e travasato sul piccolo schermo nel 1970 - ha venduto 2,25 milioni di copie in mezzo mondo) e Un minuto di silenzio, ha dato ora alle stampe Il disertore (pagg. 268, euro 17,50, traduzione di Riccardo Cravero).  Un romanzo che narra di un giovanotto “posto dalle circostanze della storia dinanzi alla più ardua delle decisioni (scegliere tra la cieca appartenenza alla propria terra e il proprio sentimento della giustizia) e che si propone come una delle opere più rilevanti sugli anni che sconvolsero l’Europa e il mondo”. 
Un romanzo che - arricchito da amare riflessioni sulla Germania, sulla patria e sulla guerra - si propone intenso e fortemente pacifista. E sulla cui stesura non è certamente estranea la sua esperienza di prigioniero di guerra in un campo dello Schleswig-Holstein. Forte peraltro di un canovaccio che ha suscitato una eco enorme, riaccendendo il dibattito attorno “alle colpe e alle rimozioni della Germania” negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. 
Protagonista della storia è Walter Proska, “giovane soldato tedesco proveniente dalla Masuria, scampato a un attentato delle forze partigiane a un treno di trasporto delle truppe diretto a Kiev, che si ritrova, nell’ultima estate della Seconda guerra mondiale, a Waldesruh, un forte che non ha nulla della pace silvestre che promette il suo nome. La foresta, infestata da mosche e zanzare, pullula infatti di partigiani armati e il caldo è asfissiante. E, tra quelle anguste mura, i soldati reagiscono in maniera diversa”. 
Così il sottufficiale Willi Stehauf “elargisce sigarette, acquavite e sapone; Zwiczosbirski, detto Gamba, intraprende una battaglia persa contro un enorme luccio; Ferdinand Ellerbrok, il Tonto (un trasandato ex artista di circo), cerca di addestrare una gallina; Wolfgang Kürschner, Pan di latte, scrive lunghe lettere in cui discetta in modo grave e approfondito di morte e di conforto. E Proska? Si pone invece domande pressanti: che cosa è più importante, il dovere o la coscienza? Chi è il vero nemico? Si può agire senza rendersi colpevoli? E dov’è finita la bella Wanda, la ragazza dai capelli rossi lucenti come seta e gli occhi turchesi scesa dal treno poco prima che saltasse in aria?”. 
Davvero un bel libro, Il disertore, che nelle sue pagine intrise di amarezza (e, se vogliamo, anche di speranza) induce alla riflessione. Raccontando di un giovane soldato “posto dalle circostanze della storia dinanzi alla più ardua delle decisioni: scegliere tra la cieca appartenenza alla propria terra e il proprio sentimento della giustizia”.

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