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Dopo una lunga battaglia contro il narcotraffico Art Keller torna a casa. Ma la guerra non è finita…

Dalla penna di Don Winslow l’ultimo atto di un colossale racconto epico. A seguire il testimone perfetto di A.J. Banner e il Caravaggio di Silvia Brena e Lucio Salvini


15/07/2019

di Mauro Castelli


Dopo aver dato alle stampe Il potere del cane nel 2005 e Il cartello dieci anni dopo, il maestro indiscusso del crime e del poliziesco in salsa noir, ovvero l’americano Don Winslow, è tornato sugli scaffali con il terzo e ultimo capitolo della saga dedicata alle avventure di Art Keller. Un malloppone di 918 pagine che si legge che è un piacere, grazie anche alla sapiente traduzione di Alfredo Colitto, intitolato Il confine (Einaudi Stile libero, euro 22,00). Si tratta di una trilogia - come lui stesso ha tenuto a precisare - che lo ha visto impegnato per un terzo della sua vita, vale a dire per oltre vent’anni. 
E “un viaggio che ti consuma per tanto tempo non lo si può fare da soli, ma accompagnati, passo dopo passo, non solo dai personaggi narrativi che abitano il mondo immaginario dei romanzi, ma anche da persone reali senza le quali questo pellegrinaggio non sarebbe mai nemmeno iniziato, e meno che mai finito”. Eccolo quindi snocciolare una lunga serie di ringraziamenti. A partire da quelli riservati al figlio Thomas, del quale va orgoglioso, e alla moglie Jean, a suo dire - vuoi vedere che ha qualcosa da farsi perdonare? - “inspiegabilmente ancora più bella di quando questa odissea aveva avuto inizio”. 
Don Winslow, si diceva, un autore apprezzato in mezzo mondo con vagonate di copie vendute al seguito; un collezionista di bestseller che graffia e intriga quasi senza darlo a vedere, giocando a rimpiattino con l’intelligenza dei lettori; una penna che non le manda a dire, anche dal punto di vista politico (regolarmente denuncia sui social le azioni dell’amministrazione del presidente Donald Trump, certamente poco amato - e non è una novità - dai media a stelle e strisce); un intrigante affabulatore attivo come pochi altri su twitter, e non solo per promuovere i propri libri. 
Ma anche un eclettico personaggio - repetita iuvant - che nella Grande Mela (dove è nato il 31 ottobre 1953) si è dato da fare come investigatore privato (una attività svolta nel periodo in cui studiava Storia all’Università e che gli aveva insegnato a “stare sulla strada, a comportarsi nel modo giusto, a pedinare un sospetto e a raffrontarsi con gli informatori”), oltre che come giornalista, venditore di condimenti per insalata, comparsa cinematografica, consulente di studi legali e assicurazioni, regista teatrale e televisivo e persino come guida di safari fotografici in Kenya. Ferma restando la sua passione per la lettura, con un debole dichiarato per numeri uno del calibro di Elmore Leonard, Robert B. Parker, James Ellroy, Lawrence Block e Raymond Chandler. 
Lui che se le è inventate tutte pur di ricamarsi addosso un abito da scrittore maledetto, sempre proponendosi con garbo e raramente facendosi contagiare dalle luci della ribalta. Un gioco a rimpiattino, il suo, che può regalare frutti maturi se accompagnato dalla credibilità delle bugie, che lui ama sapientemente infiocchettare. 
Assicurando, ad esempio, di essere approdato al... crimine grazie a una nonna che negli anni Trenta era al soldo dei mafiosi nella gestione delle scommesse e del gioco d’azzardo. Una donna che andava in giro armata di pistola nascosta nel reggicalze e che quando lui era ancora bambino lo fregava regolarmente a poker e gli rubava persino i giocattoli. 
In realtà sarebbe stata la sua penna sopraffina a regalargli credibilità internazionale con romanzi del calibro de L’inverno di Frankie Machine (diventato un vero e proprio caso letterario), Il potere del cane (forse il suo miglior lavoro), La pattuglia all’alba, Satori, Il cartello e Le belve (dal quale è stato tratto nel 2012 il film di Oliver Stone interpretato da Blake Lively, John Travolta, Salma Hayek e Benicio Del Toro). Un successo che si rapporta con una capacità per certi versi unica nel saper accalappiare il lettore proponendogli storie dove nulla è lasciato al caso, infarcite di graffianti personaggi e “allietate” da un continuo alternarsi di imprevisti, sorprese e colpi di scena. 
Lui che aveva debuttato nel 1991 con London Underground, per poi ripetersi a cadenza annuale con China Girl, Nevada Connection e Lady Las Vegas, tutti romanzi interpretati da Nearl Carey. Lui capace di diversificare dando voce ad altri protagonisti vincenti, come il citato Art Keller, il detective Boone Daniels, oppure puntando sulle avventure di Ben, Chon e Ophelia, le indagini di Frank Decker e via dicendo. 
Ma veniamo a Il confine, dove a tenere la scena è un Art Keller in stand by. Nel senso che, dopo aver trascorso la vita combattendo contro il narcotraffico dall’altro lato del confine, ora è tornato a casa. Ma la guerra, purtroppo per lui, lo ha seguito. In effetti questo ex agente, messo a capo della Dea (l’agenzia federale antidroga), si rende ben presto conto che anche nel suo nuovo ruolo ha a che fare con la violenza e le vendette che si amalgamo con la corruzione e una giustizia non sempre giusta. E se pensava che una volta scomparso Adàn Barrera avrebbe trovato pace, si sbagliava. 
A prendere il posto che era stato di Adàn e prima ancora di suo zio don Miguel Angel, ci sono già i Los Hijos, la terza generazione. E mai come ora Keller si rende conto di avere nemici dappertutto: nei campi di papavero messicani, a Wall Street, alla Casa Bianca. Gente che cerca di farlo tacere, di sbatterlo in galera, di distruggerlo. Gente soprattutto che vuole ucciderlo. 
In sintesi: con questo lavoro Don Winslow tira le fila della sua ventennale storia, regalando un ritratto di straordinaria potenza dell’America d’oggi, della sua arroganza e dei suoi tanti, troppi mali. Un romanzo quindi di straordinaria attualità, dove vengono sviscerati i problemi di confine con il Messico, il tema dei bambini migranti, il grave problema della droga e all’illegalità nonché tanti altri mal di pancia del Paese. 
Insomma, una specie di “romanzo sociale” benedetto da un certo Stephen King, che lo ha paragonato a quelli “scritti da Tom Wolfe e John Steinbeck”. Definendolo “attento, furente, pieno di suspense e, a tratti, anche comico. In ogni caso sempre avvincente”. Potremmo mai contraddire il “maestro”? 


Voltiamo libro. A tenere la scena nell’abbecedario titolistico di A.J. Banner è la parola “perfetto”. Così, dopo aver debuttato con Un vicino di casa quasi perfetto, diventato un bestseller e osannato da testate come Usa Today e Publishers Weekly, e aver dato alle stampe Era una moglie perfetta, eccola di nuovo sugli scaffali con Il testimone perfetto (Newton Compton, pagg. 284, euro 9,90, traduzione di Valentina Cabras). 
Un thriller caratterizzato da una inquietante suspense psicologica cucita su misura sulla vita idilliaca di una donna, vita che, a un certo punto, si trasforma in un ingannevole gioco di specchi. Spesso rifacendosi a quello che non ti aspetti, sposando agghiaccianti segreti, scavando come si conviene sulla componente psicologica dei personaggi, puntando su uno stato di tensione tenuto alto dalla prima all’ultima pagina. Fermo restando, e questo rientra nelle regole di un buon giallo, un inaspettato finale. 
La trama, a sua volta, è di quelle che si snodano e si sviluppano - all’apparenza senza acuti - nel campo delle conoscenze e delle contrapposizioni amorose. Come nel caso di Marissa Parlette, che non vedeva la sua migliore amica Lauren da anni, da quando cioè l’aveva tradita. A quel punto i loro rapporti si erano bruscamente interrotti. Almeno sino al giorno in cui lei si era ripresentata alla sua porta chiedendole perdono. Ma invece dell’auspicata riconciliazione…   
Per farla breve, Marissa pensa che invitarla alla sua festa di fidanzamento potesse essere il gesto necessario a dimenticare il passato. Ma il lupo perde il pelo ma non il vizio. Così la becca a flirtare con il suo fidanzato Nathan, appunto a ridosso del matrimonio (manca soltanto l’approvazione di sua figlia Anna, di appena nove anni, peraltro molto leale con sua madre). 
Mentre tutti si godono la serata, ostilità mai sopite ritornano in superficie e l’evento è in buona sostanza rovinato. Ma il peggio deve ancora venire: il giorno dopo il corpo di Lauren viene ritrovato in fondo a una scogliera. Che cosa le è successo? Possibile che sia caduta da sola? E se qualcuno l’avesse invece spinta? 
Alla disperata ricerca di risposte che possano spiegare quanto è accaduto, Marissa comincia a scavare a fondo sugli eventi della sera prima. Eventi che purtroppo fanno emergere implicazioni inquietanti... E più Marissa investiga, più si convince che tutto quello che credeva di sapere sui suoi amici, sull’uomo che ama e persino su se stessa potrebbe non essere vero. 
In sintesi: un altro intrigante lavoro firmato dalla Banner, nata in India e cresciuta nell’America del Nord leggendo libri del mistero, come quelli scritti da Agatha Christie e Daphne du Maurier. A suo dire facendo razzia di libri, “anche di quelli proibiti”, nella biblioteca dei genitori. Letture che le avrebbero fornito spunti e ispirazioni per i suoi futuri lavori. Incentrati, nemmeno a dirlo, su storie in cui nulla è ciò che sembra. 


In chiusura di rubrica un altro capitolo della “saga” dedicata, da parte di diversi scrittori, alla vita complicata, e ricca di disavventure, di quel numero uno della pittura che fu Michelangelo Merisi da Caravaggio. Il quale, dopo una vita infarcita di genialità e violenza, aveva chiuso i suoi giorni terreni nell’ospitale di Santa Croce di Porto Ercole, “poco più di una stanzetta” addossata a una chiesa. Dove l’artista era stato allettato, per usare un’espressione moderna, dal locale viceparroco soltanto perché non aveva potuto dire di no a certi cavalieri di Malta… Ma forse non era andata proprio così. 
Sta di fatto che a riprendere in mano la parte finale della vita di Caravaggio, cercando soprattutto di dare delle risposte (attingendo cioè da una serie di fatti storici accertati, ma anche lasciando svolazzare la fantasia) sono state due raffinate penne: ovvero quelle di Silvia Brena, forte di una lunga esperienza alla guida di importanti testate femminili, oltre che autrice di saggi e romanzi per teenager (attualmente insegna content creation e scrittura strategica presso l’università Cattolica di Milano, ma è anche Ceo di Network Comunicazione, un’agenzia specializzata nella creazione di contenuti), e di Lucio Salvini, un autore televisivo che è stato direttore generale della Ricordi per diciassette anni nonché amministratore delegato della Fonit Cetra per altri dieci. Fra i suoi lavori ricordiamo La Filibusta con Franco Franchi e Tinin Mantegazza e Non erano solo canzonette (“Cinquant’anni fa - poteva essere diversamente visto che di mezzo c’era la Atlantic, etichetta della quale la Ricordi pubblicava in Italia il catalogo? - allo storico raduno dei 400mila di Woodstock io c’ero”). 
Per farla breve Brena e Salvini, unendo le loro forze, hanno dato vita a L’ultimo respiro del corvo. L’omicidio di Caravaggio (Skira, pagg. 506, euro 24,50), una storia incentrata, fra presente e passato (i flash back sono riportati in corsivo), su un cold case pronto a nutrirsi di un retroterra culturale di livello. Un caso irrisolto che si rifà alla diabolica ragnatela di eventi e di ipotesi relativa appunto alla morte, forse per malaria, di questo genio immortale. Ma si tratta di una ipotesi, soltanto di una ipotesi. Perché sulla sua misteriosa fine di verità ne sono circolate parecchie. Con alcuni interrogativi al seguito: l’artista è stato davvero ucciso? E in che modo e per mano di chi? Infine, chi poteva volere la sua morte? 
Caravaggio, si diceva. Lui artista maledetto con un paio omicidi al seguito e quindi perennemente in fuga; lui litigioso attaccabrighe, frequentatore di donne di malaffare e gente poco raccomandabile; lui tanto geniale quanto impagabile millantatore (si racconta che eseguisse opere vendendole a diversi committenti); lui famoso e ammirato in vita, ma dopo la sua morte finito nel dimenticatoio. Riassaporando le luci della ribalta soltanto a metà del secolo scorso grazie al contributo di alcuni eminenti storici, come Roberto Longhi, il quale mise in luce l’influenza che il suo realismo aveva avuto sull’arte europea. Forte di quella “luce” unica che sapeva donare ai suoi santi e alle sue madonne, prendendo maliziosamente spunto da ladri e prostitute. Per questo scandalizzando curie e prelati, i suoi maggiori committenti, che digerivano malvolentieri le sue bravate. 
Insomma, un pittore maledetto sulla cui morte si sono messi a indagare anche Brenna e Salvini, cercando di smascherare quelli che furono i reali responsabili della sua fine. Giocando sulla complicità di una grande mostra organizzata a Roma, dove è stato deciso di esporre soltanto celebri copie di suoi dipinti. Ma il giorno stesso dell’inaugurazione, durante un breve black-out, sparisce “Il Martirio di Sant’Orsola”, l’opera realizzata da Merisi poco prima di morire e da molti ritenuta una specie di denuncia del suo assassinio. 
A cercare di far luce sul furto sarà Dante Hoffmann, un critico d’arte sui generis, tormentato e ipocondriaco, gay e coltissimo, che si avvale dell’appoggio di una delle più alte personalità del Vaticano: il cardinale Bargero, raffinato intenditore e collezionista… 
Il quale Hoffmann, nell’intento di ritrovare la tela, sarà costretto a immedesimarsi nella vita e nella psiche del grande pittore. E mentre tenterà di risolvere il caso, cercando di decifrare un prezioso indizio vergato dietro la citata tela, si troverà coinvolto in una corsa contro il tempo, bersagliato dai contenuti accusatori di strane lettere e documenti conservati nei secolari scaffali dell’Archivio Segreto del Vaticano, la più grande banca dati storica del mondo. Fermo restando - e questa è la graffiante considerazione del cardinale Bargero, che non mancherà di mettere in allerta il lettore più sospettoso - che “certi segreti sarebbe bene che restassero custoditi”. 
Purtroppo il tempo stringe, perché di mezzo c’è la stessa vita del nostro critico. Visto che qualcuno, in gran segreto, ha ordito un diabolico piano per eliminarlo. Peraltro servendosi delle stesse “armi” che erano state usate per uccidere Caravaggio. 
Insomma, un cold case in piena regola che si dipana nel corso dei secoli e che porterà a scoprire i veri responsabili della morte del pittore, ma anche a sollevare il velo su uno dei peggiori casi di corruzione e malaffare all’interno del Vaticano. Il tutto a fronte di una scrittura discorsiva di piacevole accesso, che si rapporta a una trama ben costruita quanto accattivante e coinvolgente.

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