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Due bambine assassinate in un orfanatrofio: davvero un bel guaio per il “Becchino”

Torna in scena il solerte quanto sfortunato commissario uscito dalla brillante penna di Maria Teresa Valle. Mirino puntato anche su Andrea Frediani e James Patterson


15/03/2021

di MAURO CASTELLI


Si definisce biologa nell’animo. Ma anche nella vita - aggiungiamo noi - visto che è stata a lungo dirigente biologa presso l’Ospedale San Martino di Genova. Biologa nell’animo in quanto, a suo dire, non riesce a esimersi dal dare un andamento fortemente logico alle sue storie. Applicando alle indagini dei suoi noir lo stesso metodo scientifico che governava il suo lavoro. “Non nel senso che i miei investigatori usano la tecnologia per risolvere i delitti, ma piuttosto perché utilizzano un metodo rigorosamente deduttivo, basato sulla raccolta degli indizi e la ricerca del nesso che li lega”. 
Di certo un’autrice che sa di cosa sta parlando Maria Teresa Valle, nata un po’ di anni fa a Varazze, in provincia di Savona, anche se da una vita risulta in pianta stabile nel capoluogo ligure (“Ho avuto la fortuna di abitare nella… storia, ovvero in un palazzo del ‘400 accanto al Duomo di San Lorenzo”).  
Di fatto una mano calda, capace di imbastire storie ben orchestrate e di piacevole lettura. Peraltro sostenuta - repetita iuvant - da una passione di vecchia data per la lettura, sfociata nella scrittura, quand’era ancora bambina, di racconti che faceva leggere a sua madre. Poi, crescendo, avrebbe puntato sulle poesie, delle quali ancora oggi assicura di vergognarsi. Poi, una volta diventata mamma (è sposata, madre di due figli con “tre splendidi nipoti” al seguito), “sarebbe stata la volta di lettere scritte a sua figlia (“L’ho fatto per dirle cose che non riuscivo a comunicarle a voce”). 
A seguire, dopo essersi inventata le prime storie, il grande salto verso il noir, con una fortuna al seguito: quella di avere trovata la casa editrice giusta, ovvero la Fratelli Frilli di Genova, che le avrebbe pubblicato nel 2008 La morte torna a settembre, “un lavoro nato dalla consapevolezza che nella vita nulla è quel che sembra”, seguito da un’altra decina e passa di romanzi. 
L’ultimo dei quali, Colpevole di innocenza (pagg. 202, euro 14,90), è ambientato nella primavera inoltrata del 1950 e legato alla seconda indagine del Becchino. Alias il solerte quanto strano e sfortunato commissario capo Damiani Flexi Gerardi, che aveva fatto la sua prima comparsa in Omicidio a Capo Santa Chiara, un romanzo in cui l’investigatore principale era Maria Viani. Una specie di alter ego della nostra autrice. 
Ovvero “una signora di una certa età, che non riveste alcun incarico in polizia, né nel campo nell'investigazione privata. Semplicemente curiosa e attratta dalle storie nere, una sorta di signora in giallo della porta accanto, con una nota di modernità e vivacità in più rispetto a una Miss Marple o a una Jessica Fletcher. Biologa come me, sposatissima con Francesco, un po’ vittima e un po’ complice dell’attitudine della moglie a ficcare il naso ovunque ci sia un delitto. Una donna portavoce di quanto sia spaventosa la normalità nella quale trovano spazio fatti delittuosi. Mostrando che chiunque intorno a noi più essere vittima o assassino. La cronaca mi è testimone”.  
Al quale Becchino - tiene inoltre a precisare l’autrice – “mi ci sono subito affezionata, tanto da averlo riproposto ne Il mandante e ora, per la terza volta, in questa nuova storia. Si tratta di un tipo rupofobico e afefobico, sempre vestito di nero, elegante e un po’ snob, ma integerrimo e per nulla piegato al regime fascista. Un investigatore lucido anche nell’affrontare le conseguenze del suo incorruttibile senso di giustizia, la qual cosa ha colpito la fantasia dei miei più attenti lettori e critici”. 
Ma veniamo alla sinossi di Colpevole di innocenza (stesso titolo - ma poco importa - di un film del 1999 diretto da Bruce Beresford e interpretato da Tommy Lee Jones e Ashley Judd), dove incontriamo il nostro protagonista su di giri, in quanto è stato appena “convinto” dal questore di Genova a ritirare le dimissioni e ad accettare un caso difficile e delicato legato alla morte di due piccole ospiti di un orfanotrofio. 
Ma da chi e perché sono state uccise due bambine innocenti? Non è facile per un uomo schivo e refrattario ai contatti umani, com’è appunto il nostro commissario, che come accennato si è meritato il soprannome di “Becchino”, avere a che fare con un gruppo di suore capeggiate da una madre superiora agguerrita e granitica come un generale d’armata. 
Per dargli manforte nello scalfire le difese delle religiose, guadagnandosi la fiducia e le confidenze delle piccole orfane, il commissario chiama sua cognata Angela. Fermo restando l’apporto del suo vice Alfiero Bonvicini (con il quale cova ancora una ruggine di vecchia data) e il giovane ispettore Silvio Marceddu, con il quale aveva simpatizzato subito nonostante il proprio carattere restio alle amicizie. Ma anche con la partecipazione del clan delle suore dell’orfanatrofio, oltre che del prete che deve gestire queste sue pecorelle, nonché del medico condotto, del patologo e di un… innamorato. 
Di fatto la vicenda risulta subito tanto complessa quanto misteriosa. A partire dal movente. In ogni caso di sospettati ce ne sono diversi. Ma per ognuno di loro, forse, manca il movente. Non bastasse le indagini si complicheranno ulteriormente a seguito di una serie di avvenimenti personali e delittuosi che turberanno l’animo di molti. E la soluzione? Secondo logica narrativa arriverà, certo, ma portandosi al seguito la consapevolezza che “nessuno è innocente”. 
A conti fatto un’altra intrigante storia, questa raccontata da Maria Teresa Valle, proposta con maliziosa semplicità. Peraltro facendosi carico al meglio di tematiche non facili da trattare. Ovvero quelle legate a certi ambienti religiosi, dove le ombre possono compensare se non addirittura avere ragione della luce. 
Ma torniamo, tanto per completare il quadro, al privato della nostra autrice, che si propone - sono parole sue - come una lettrice compulsiva, spesso disordinata, tanto da dimenticarsi, a volte, dei titoli e degli autori dei libri. “Anche se, e questa è l’altra faccia della medaglia, mi faccio carico come una spugna del loro modo di scrivere, del loro modo di trattare le storie”. 
Fermo restando un debole dichiarato per Che tu sia per me il coltello di David Grossman nonché per l’ironico ispettore Coliandro uscito dalla penna di Carlo Lucarelli; qualche annotazione critica nei confronti della Kay Scarpetta inventata da Patricia Cornwell e della Temperance Brennan di Kathy Reichs (“Donne a mio giudizio troppo forti, dal taglio maschile. Io ho invece preferito puntare su una zitella mediterranea, una detective atipica e certamente meno determinata”); un interesse peraltro allargato alle penne dei rimpianti José Saramago e Colette, ma anche a quella di Erri De Luca.  


A questo punto voltiamo libro per dare voce a uno dei divulgatori storici più quotati su piazza, oltre che grande narratore con un venduto di oltre un milione di copie a fronte di traduzioni in sette lingue. Stiamo parlando di Andrea Frediani che - dopo aver collaborato con la rivista Storia e Dossier, abbinata a occasionali articoli per diverse altre testate - era arrivato sugli scaffali nel 1997 con la pubblicazione de Gli assedi di Roma, vincitore del premio Orient Express come miglior opera di Romanistica dell’anno. Un riconoscimento che lo avrebbe stuzzicato a proseguire su questa strada con Le guerre dell’Italia unita, Gli ultimi condottieri di Roma e Le grandi battaglie di Roma antica. 
E siccome se si imbocca la strada giusta non è il caso di lasciarla, eccolo proseguire con Le grandi battaglie di Napoleone, I grandi condottieri di Roma antica, Guerre e battaglie del Medioriente nel XX secolo, Le grandi battaglie di Giulio Cesare, Le grandi battaglie di Alessandro Magno, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia e Le grandi battaglie del Medioevo
L’anno della svolta sarebbe risultato legato al 2007, quando Frediani diede alle stampe il suo primo romanzo, Trecento guerrieri. La battaglia delle Termopili, che raggiunse il settimo posto nella classifica dei libri di narrativa più venduti in Italia. Tempo un anno e sarebbe stata la volta di Jerusalem e poi di Un eroe per l’impero romano
A quel punto un libro di narrativa dietro l’altro: la trilogia “Dictator” (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011), Marathon e poi la quadrilogia Gli invincibili, fino ad arrivare alla trilogia Roma Caput mundi. Serie peraltro inframmezzate da romanzi singoli come 300. Nascita di un impero, il thriller storico Il custode dei 99 manoscritti, Missione impossibile e via di questo passo
Sino ad arrivare alla sua ultima fatica, I Lupi di Roma. La saga della famiglia Orsini (Newton Compton, pagg. 414, euro 12,00), un romanzo incentrato su Niccolò III, uno dei primi papi nepotisti della storia. “Come peraltro lo ritenevano - tiene a precisare lo stesso Frediani - anche i suoi contemporanei, i quali adombravamo la possibilità che intendesse creare una serie di regni in Italia centrale da assegnare ai propri nipoti”. 
Di certo “l’iniziativa di creare quattro nuovi cardinali all’indomani della sua elezione lascia di stucco e, per certi versi, fa impallidire la figura, ben più nota al grande pubblico, di Alessandro VI Borgia”. Fermo restando che “i congiunti che trassero vantaggio dalle sue politiche furono anche più di quelli inseriti nel romanzo”. 
Per farla breve: siamo nel 1277, quando la Chiesa si trova invischiata in una feroce lotta per il potere. Nel corso del conclave, infatti, la famiglia Orsini, dopo sei mesi di sede vacante, riesce a far eleggere papa un proprio esponente, ovvero Niccolò III. Il quale si propone subito di arginare lo strapotere di Carlo D'Angiò, re francese di Napoli e senatore di Roma, oltre che a cercare di consolidare le fortune della sua famiglia. 
Risultato? Gli Orsini assumeranno ben presto il controllo della Capitale, di Viterbo e del collegio cardinalizio. Tuttavia le ambizioni del papa e di suo cugino, il cardinale Matteo Rubeo, obbligheranno alcuni membri della famiglia, come Orso, podestà appunto di Viterbo, e Perna, spinta da un amore proibito, a sacrificare i loro stessi sentimenti. Tuttavia l’ascesa della dinastia verrà interrotta da un evento imprevedibile, che esporrà gli Orsini alla vendetta dei loro tanti nemici. I quali, in cerca di riscatto, scopriranno che farsi campioni degli ideali di libertà può essere un obiettivo più gratificante del dominio. Facendosi per questo protagonisti delle lotte tra guelfi e ghibellini, per le autonomie comunali e dei Vespri siciliani, imprimendo la loro mano sul ricco affresco dell’Italia tardo-medievale. 
Di fatto un lavoro di peso questo firmato da Andrea Frediani, che Massimo Lugli - altra penna di successo della Newton - ha voluto candidare al Premio Strega 2021 con una intrigante motivazione. State a sentire: si tratta di “un poderoso affresco storico, dal ritmo serratissimo e da un’ambientazione di rara efficacia nell’Italia del 1200. Un’opera tanto precisa nelle ricostruzioni dell’epoca quanto avvincente nella trama, nei dialoghi, nella descrizione e nel carattere dei personaggi, sia storici che di fantasia”. 
Una trama “che si snoda agilmente tra le complesse vicende della famiglia Orsini, impegnata in una feroce lotta di predominio con le altre nobili casate capitoline: Colonna, Annibaldi, Malabranca, oltre che con gli emissari francesi, guelfi e ghibellini, in un continuo formarsi e disgregarsi di alleanze, rivalità, manovre politiche, colpi di mano, vere e proprie azioni di guerra. E in questo viluppo di odi, rancori e vendette incrociate sbocceranno due, disperate, storie d’amore nate sotto un destino tragico e osteggiate dalle rispettive famiglie che riportano a suggestioni shakespeariane”. 
Di fatto, “con la maestria del grande raccontatore, Frediani fa immergere il lettore in uno scenario cupo, infido, violento e, al tempo stesso, estremamente affascinante. Al di là delle vicende dei Lupi di Roma, gli Orsini appunto, il vero tema centrale della narrazione è il Potere. Un potere assoluto, totalizzante, spietato, che si conquista con le trattative per i voti di un conclave, con un matrimonio di convenienza, con l’omicidio, l’inganno, il ricatto, lo stupro”. Fatto salvo un ulteriore merito al seguito: la capacità dell’autore di “andare oltre la narrativa di genere, evitando qualsiasi pignoleria da erudito che possa rallentare la narrazione”. 
In tale contesto, sottolinea ancora Lugli, “la Roma dell’epoca, una città livida, sporca, crudele, pericolosa e, al tempo stesso, imponente, fastosa, scintillante di dimore patrizie e monumenti già in rovina, viene descritta con un’efficacia manzoniana rarissima, purtroppo, in tanti altri romanzi storici anche di grande diffusione”. Con Frediani a giocare “abilmente tra l’antico e il moderno, a riportare spesso contraddizioni e storture che possiamo paragonare fin troppo facilmente a quelle dei giorni nostri senza mai cedere a tentazioni moraleggianti”. 
Insomma, un autore che racconta e basta. A fronte di un’opera “di grande maturità stilistica che regala al lettore molto di più di un semplice intrattenimento: la sensazione di aver capito molto di più di un periodo storico che appartiene indissolubilmente al nostro passato”. 
Già, Frediani- Un numero uno con una passione di vecchia data - come lui stesso ci ha raccontato - per gli avvenimenti del passato, dopo essere rimasto folgorato a soli otto anni dalla lettura de La storia di Roma di Indro Montanelli. Da qui la decisione del piccolo Andrea di diventare un “divulgatore” storico; decisione maturata in abbinata alla scrittura di un libretto sui pirati (durante l’Università avrebbe dato voce anche a fumetti, racconti e premiate realizzazioni nel campo del modellismo), testo peraltro rubacchiato dall’enciclopedia Disney. D’altronde “non è forse vero che il grande Stephen King ha sostenuto che il processo di emulazione precede quello della creazione?”. 
Ma c’è anche un’altra passione di vecchia data nel privato di questo numero uno, nato a Roma nel 1963, città dove peraltro si è laureato, dove vive e dove lavora. Ovvero il suo interesse per la musica, che lo aveva visto batterista già all’età di 15 anni in gruppi rock e jazz. Un amore peraltro mai sopito, tanto è vero che ancora oggi milita nell’Andrea Frediani Quartert, dove suona cover pop e standard jazz.  


Ultima segnalazione, ma non certo in termini di qualità, quella legata alla penna dell’autore di thriller più venduto al mondo con quasi 400 milioni di copie (nemmeno Dan Brown, John Grisham e Stephen King sono arrivati a tanto): ovvero James Patterson, che in coppia con la collaudata Maxine Paetro, ha dato alle stampe il thriller L’enigma del rapitore (Longanesi, pagg. 362, euro 16,80, traduzione di Diana Volonté), un lavoro che si è nutrito di un robusto lavoro di ricerca e documentazione, oltre che dell’apporto di diversi esperti, peraltro citati nei ringraziamenti. 
Un libro che si propone come il ventesimo appuntamento (di questi Paetro ne ha co-firmati ben 17) con Lindsay, Joe e tutte le Donne del club omicidi, che si troveranno a dover unire le loro forze per proteggere San Francisco e loro stessi non solo da un fantasma del passato, ma anche da un vero mostro del presente. Un individuo tanto pericoloso quanto spietato nei confronti dell’universo femminile. Una squadra, quella del Club, peraltro approdata con successo anche sul piccolo schermo. 
Detto questo spazio alla sinossi de L’enigma del rapitore. Doveva essere una tranquilla cena fra colleghe per tre insegnanti. Ma a fine serata nessuna di loro rientra più a casa. Sembrano sparite nel nulla, finché il corpo di una delle tre viene ritrovato senza vita in un motel. Il caso viene affidato al sergente Lindsay Boxer della Omicidi di San Francisco, una donna determinata quanto coraggiosa. Ma anche una intrigante poliziotta che possiede uno scaffale di camicie in tessuto Oxford e che, anche se preferisce le scarpe basse sul lavoro, ogni tanto non disdegna i tacchi alti. 
Ma stvolta il caso è davvero complicato. Chi può essere stato e perché a commettere questo omicidio? E dove sono finite le altre due donne? Lindsay non è tranquilla, anche perché deve fronteggiare le pressioni del suo capo il quale, a sua volta, è incalzato dalla stampa: tutti vogliono il colpevole, tutti vogliono fermare l’orrore. Ma purtroppo gli indizi latitano e lei brancola nel buio. E altrettanto succede per i comprimari di questa bella squadra: la brillante e spregiudicata giornalista Cindy Thomas, la saggia e intuitiva Claire Washburn (medico legale) e l’astuta e tenace Yuki Castellano (avvocato). 
Che altro? Succede che il marito e collega di Lindsay, Joe Molinari (un ex agente dell’Fbi e dell’antiterrorismo, ora uno dei migliori consulenti di valutazione del rischio nel settore), incontri una sconosciuta proveniente dall’Europa dell'Est che afferma di aver identificato proprio a San Francisco un noto criminale di guerra del suo Paese d’origine, fino a quel momento ritenuto morto. Un uomo che si era macchiato di crimini atroci e di cui lei stessa era stata vittima. Ma subito dopo la denuncia del fatto, anche lei finisce drammaticamente nel novero delle donne scomparse... 
Che dire: la tecnica narrativa è quella collaudata. Frasi brevi che si rincorrono, descrizione a rasoiate dei luoghi e dei personaggi, un racconto che si nutre di dubbi, perplessità e colpi di scena. Di fatto un romanzo che si legge, ancora una volta, con piacere; capace far scivolare via il tempo senza accorgersi di fare le ore piccole… 
Detto questo - repetita iuvant - spazio al privato di James Patterson, nato a Newburgh il 22 marzo 1947, il quale aveva iniziato a lavorare nell’agenzia pubblicitaria Jwt sino a quando nel 1993 venne baciato dal successo grazie alla pubblicazione di Ricorda Maggie Rose, primo dei trenta romanzi della saga imbastita su Alex Cross, un afro-americano di spessore, razionale e intuitivo, che sa tenere a bada le emozioni e che da ragazzo aveva pagato a caro prezzo la morte prematura dei genitori. Un detective-psicologo, cacciatore di serial killer unico nel suo genere, che vive - dopo aver perso tragicamente anche la moglie - a Washington con i tre figli e la saggia e indomabile Nama Mama. 
Il quale Patterson, oltre a questa serie, ha conquistato il pubblico dei lettori (soltanto in Italia ha commercializzato oltre tre milioni e mezzo di copie) spaziando nei più diversi campi, magari avvalendosi della collaborazione di altre quotate penne di settore (come nel caso della citata Maxine Paetro, un oliato e collaudato sodalizio lungo… diciannove romanzi, ma anche di Peter De Jonge, Andrew Gross, Marshall Karp, Michael Ledwidge, Gabriel Charbonnet, Howard Roughan, Liza Marklund, David Ellis e via dicendo). 
Autori che hanno dato il loro apporto anche ai romanzi dedicati a Michael Bennet, Jack Morgan, Maximum Ride, Witch&Wizard, Daniel X e a quelli che si riallacciano all’agenzia Private International che, a detta di molti, si nutre delle strutture inventive più interessanti. 
Per non parlare - lo ripetiamo ancora una volta semmai ce ne fosse bisogno - di una quarantina di trame a tema libero, delle tante graphic novels, di alcuni libri romantici come Domeniche da Tiffany, Il diario di Suzanne o A Jennifer con amore, fino a spaziare nel campo della narrativa per ragazzi e a firmare persino due saggi. Un corollario di successi che lo avrebbe portato a diventare estremamente ricco, complici anche le tante riduzioni cinematografiche delle sue storie.

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