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Due donne arrabbiate e un patto criminale, ma è possibile il delitto perfetto?

Amanda Craig, reinterpretando Patricia Highsmith e Alfred Hitchcock, dà voce a un thriller dalle tinte forti. Mirino puntato anche sulle genialità di Don Winslow e Marcello Simoni


15/02/2021

di MAURO CASTELLI


Leggere Amanda Craig - autrice inglese nata in Sudafrica nel 1959, cresciuta (anche) in Italia, con studi alla Bedales School e laurea a Cambridge - è sempre un piacere. Abile com’è nel rapportarsi fra le pieghe dei nostri mali quotidiani, nel giocare a rimpiattino con i sentimenti più oscuri che albergano in ognuno di noi. Arrivando addirittura a toccare il tasto estremo: quello del delitto. Anzi, di un possibile doppio delitto per interposta persona. 
In questo attingendo e reinterpretando due classici del male: il thriller Sconosciuti in treno di Patricia Highsmith (una penna capace come poche altre nel dare voce al nero che si annida nella quotidianità familiare) e Delitto per delitto di Alfred Hitchcock (a sua volta abile nel trattare da par suo uno scambio di cortesie omicide). Ma anche - come la stessa Craig tiene a precisare nella postfazione - alla favola La bella e la bestia, “o meglio al suo originale, l’antico mito greco di Amore e Psiche”. 
Ciò che queste storie hanno in comune è che “tutte contengono un’istigazione ad assassinare uno sconosciuto, forse il più terribile fra tutti i tipi di crimini. Un concetto peraltro comune a molte donne intervistate sul come si fossero sentite durante il divorzio e che mi hanno detto: Sarebbe molto più facile essere vedova. La qual cosa mi ha fatto capire che volevo scrivere proprio su questo stato d’animo e su come potrebbe essere manipolato per portarlo alle estreme conseguenze”. 
Da qui il canovaccio de La regola d’oro (Astoria, pagg. 384, euro 19,00, traduzione di Valentina Ricci), nel quale “ogni atto di violenza descritto è accaduto nella vita reale di donne (e uomini) che ho intervistato”. E anche se “nei miei libri non amo scrivere di cose che mi riguardano, beh, questa volta ci sono andata vicina. Come successo ad Hannah, la mia protagonista, sono stata infatti una tirocinante laureata in un’agenzia pubblicitaria, un mondo in cui sembra che il sessismo e i suoi atteggiamenti predatori nei confronti delle giovani donne siano cambiati molto poco”. 
E come nel caso di Hannah “le mie esperienze personali sono state alquanto deprimenti, tanto da farmi abbandonare la carriera e costringermi a lavorare come donna delle pulizie per un anno durante la recessione dei primi anni Ottanta…”. 
Già, Hannah, che quando viene invitata da Jinni nello scompartimento di prima classe del treno che da Londra (città dove l’autrice vive con il marito e i due figli, ovvero Rob, Leonora e William) sta andando in Cornovaglia non si rende conto che sta per precipitare in una pericolosa tela di ragno. Lei che, una volta sposato Jake dal quale aveva avuto una bambina, si era trovata a veder trasformati i suoi sogni in un’amara delusione. Il marito l’aveva infatti lasciata per Eve, ricca e senza figli, e suo malgrado si era messa a fare la donna delle pulizie per sopravvivere. 
Ma anche Jinni, ugualmente arrabbiata con il marito, è in cerca di vendetta. Sta di fatto che nel corso del viaggio - il romanzo è ambientato approssimativamente nell’estate del 2018 - le due donne decidono di uccidere ciascuna il compagno dell’altra. Dopotutto, sono due estranee su un treno: chi potrà mai collegarle? Ma quando Hannah incontra il marito di Jinni, ben presto si rende conto che la sua complice non le ha raccontato tutta la verità su se stessa e sulla persona da assassinare. Allora, chi è che mente? E soprattutto chi è la vera vittima? 
Che dire: un romanzo che per certi versi cattura e per altri intriga, scritto in maniera furbescamente semplice. Un lavoro che, come nel caso dei precedenti, si porta al seguito spizzichi di passato, nel senso che - una consolidata consuetudine per l’autrice - un personaggio secondario di una vecchia storia, “ovviamente cresciuto o invecchiato”, si accasa in quella successiva. 
“Hannah, ad esempio, era entrata in scena per la prima volta da bambina in A Privatee Place, dov’era comparso anche Bill Kenward. Lord e lady Evenlode sono gli zii di Andrew, comparso per la prima volta in Foreign Bodies, e a loro volta sono collegati a Lottie Bredin ne Le circostanze. E ancora: il figlio di Lottie, Xan, è il vicino di Hannah nel Castle Restate per un breve periodo. E sia lui che Marta, sua nonna, ricompariranno presto”. 
A loro volta le datrici di lavoro della nostra protagonista, Polly e Katie, compaiono in Un castello di carte, mentre Ivo Sponge fa la sua comparsa in A Vicious Circle e incontra sua moglie Ellen ne La prima goccia di pioggia. Fermo restando, tiene infine a precisare Amanda Craig, “che ritornerò in Italia nel mio prossimo romanzo, nel quale i lettori potranno scoprire cosa è successo, fra gli altri, a Job e Marta”. 


A questo punto spazio a un numero uno del calibro di Don Winslow, del quale la Einaudi pubblica - e siamo a quota diciassette - Ultima notte a Manhattan (pagg. 352, euro 18,50, traduzione di Alfredo Colitto) un lavoro del 1996 che conserva intatta tutta la sua freschezza sia in termini narrativi che di contenuti. La qual cosa non deve sorprendere in quanto questo autore è dotato di una capacità per certi versi unica nel rapportarsi con storie ben strutturate, dove nulla viene lasciato al caso. Storie peraltro infarcite di graffianti personaggi, che non mancano di far presa anche sul lettore più smaliziato. 
E così anche in Ultima notte a Manhattan, dove Winslow mette in scena il quadro perfetto per una accattivante storia: un detective privato fuori dalle righe, un politico troppo ambizioso, una donna bellissima. E, ci mancherebbe, a intrigare c’è anche un omicidio, che si propone ovviamente alla stregua di un tassello legato a un disegno più vasto: ovvero un complotto ordito da chi sa di potere tutto. 
Come da titolo siamo in quel di Manhattan, a New York, alla fine degli anni Cinquanta. Una città all’apice del suo fulgore, il posto ideale per chi ha grandi ambizioni o vuole soltanto cambiare vita. E qui incontriamo Joe Keneally, un giovane senatore che mira alla presidenza. Walter Withers, invece, a New York ci è tornato. Ha lavorato a lungo per la Cia e adesso si dà da fare come investigatore privato in una grande agenzia di sicurezza. 
Nemmeno a dirlo le loro “parabole” finiranno per incrociarsi. Succede quando a Withers viene chiesto di fare da scorta, durante un party, a Madeleine Keneally, l’affascinante e ricca moglie del senatore, la principessa d’America che sembra destinata a diventare First Lady. Un compito di routine, almeno in apparenza. Se non fosse che nello stesso albergo alloggia anche la giovane e bella amante del senatore, che il mattino successivo viene trovata morta. 
Un suicidio, all’apparenza. L’unico a non crederci è però Walter Whiters. Ben sapendo, per esperienza, che avvicinarsi troppo alla verità può risultare dannatamente pericoloso. Sta di fatto che per salvarsi, e salvare chi ama, il “nostro” dovrà affrontare i suoi vecchi datori di lavoro e soprattutto l’Fbi di J. Edgar Hoover, che sono decisi a fermare l’ascesa di Keneally. E cosí Whiters si ritrova - lui, un maestro nell’incastrare gli altri - a essere, per la prima volta, in trappola. 
Don Winslow, si diceva, un apprezzato numero uno nel campo dei polizieschi e dei noir che è nato a New York il 31 ottobre 1953, è cresciuto a Perryville, una località balneare del Rhode Island, e che oggi vive a Julian, in California, con la moglie Jean (sposata nel 1995) e il figlio Thomas. 
Una penna capace di far fare le ore piccole a chi prende in mano un suo romanzo. Lui intrigante affabulatore che non le manda a dire a livello politico (basti ricordare le sferzate dedicate all’ex presidente Donald Trump), non risparmiandosi peraltro di dire la sua su twitter. Lui che bene e spesso ama lavorare su due libri contemporaneamente scrivendo a ritmi sostenuti dalle 5 e mezzo del mattino sino alle 10, per poi ritemprarsi passeggiando e correndo. Anche se non tutte le ciambelle nascono col buco. Ad esempio, come ha avuto modo di precisare, per Il potere del cane ha impiegato sei anni anche per via dell’approfondito lavoro di ricerca che lo ha visto andare addirittura in Messico. 
Lui personaggio fuori dalle righe che, strada facendo, per sbarcare il lunario si è dato da fare come investigatore privato, giornalista, venditore di condimenti per insalata, comparsa cinematografica, consulente di studi legali e assicurazioni, guida di safari fotografici in Kenya (complice la laurea in Storia africana conseguita presso l’Università del Nebraska) nonché manager, sino ad arrivare a ricoprire il ruolo di regista teatrale e televisivo. 
Ferma restando la sua passione per la lettura (instillatagli dalla madre che faceva la bibliotecaria, mentre il padre era un sottufficiale della Marina statunitense), con preferenze legate a numeri uno del calibro di Elmore Leonard, Robert B. Parker, James Ellroy, Lawrence Block e Raymond Chandler. E appunto sulla loro scia ha saputo proporsi vincente in mezzo mondo con bestseller del calibro di L’inverno di Frankie Machine (diventato un vero e proprio caso letterario), il citato Il potere del cane (forse il suo miglior romanzo), La pattuglia all’alba, Satori, Il cartello, China girl e Le belve (dal quale è stato tratto nel 2012 il film di Oliver Stone interpretato da Blake Lively, John Travolta, Salma Hayek e Benicio Del Toro). 
Lui che - “La scrittura per me è una dipendenza”, ha avuto modo di dichiarare - ha saputo regalarsi la patina di autore fuori dalle righe, anche attraverso fantasiose bugie sui suoi trascorsi; lui che in ogni caso si propone all’insegna della cordialità e della simpatia, visto che non si è mai fatto contagiare dalle luci della ribalta anche dopo aver assaporato un successo allargato a chissà quanti Paesi. 


La terza e ultima proposta di lettura risulta invece legata alla penna del prolifico quanto geniale Marcello Simoni, che - anche in questo caso per i tipi della Einaudi - è arrivato sugli scaffali con Angeli e diavoli. L’obbedienza e la ribellione (pagg. 124, euro 12,00), un lavoro breve quanto intrigante, illustrato dallo stesso autore, che se da un lato prende le distanze dalle sue tematiche preferite, narrativamente parlando s’intende, dall’altro cerca di fare chiarezza sull’immaginario collettivo legato alla presenza nelle nostre vite dei simboli del bene e del male. 
Angeli e diavoli, appunto, entrambi nati dalle mani di Dio; entrambi adorati o contrastati; entrambi evocati e vincolati a patti. Figure all’apparenza diverse, in scena da sempre nella storia dell’umanità. E “non è una questione - tiene a precisare l’autore - di professione di fede, di teologie o di superstizione. Più semplicemente angeli e diavoli, due delle figure più celebri e travisate della nostra cultura, entrano in gioco ogni qual volta ci imbattiamo in esempi di bene e di male, di virtù e di peccato, di obbedienza e di ribellione per interpretare uno schema dualistico. Bianco e nero, luce e ombra, paradiso e inferno…”. 
Di fatto eterni simboli della virtù e del peccato, “angeli e diavoli rappresentano i contrappesi della bilancia che tiene in equilibrio la Creazione. Nell’immaginario comune, gli uni sono vestiti di luce e associati alle sfere celesti, gli altri avvolti di caligine e legati al mondo sublunare; i primi votati all’obbedienza, i secondi alla ribellione. Tuttavia non è sempre così, in quanto talvolta le loro caratteristiche sembrano quasi scambiarsi, sollevando profondi interrogativi. È più ribelle Satana, che rese il genere umano consapevole di sé attraverso il peccato originale, oppure l’arcangelo Michele, a un certo punto divenuto quasi Dio? È più obbediente l’angelo che svelò a Nicolas Flamel i segreti dell’alchimia o il diavolo che fece l’accordo con Teofilo?”. 
Insomma, da un lato l’ineffabilità della grazia, dall’altro l’odore dello zolfo: una sfida che appassiona l’uomo sin dalla notte dei tempi. E se questo lavoro risulta di difficile collocazione nella narrativa di settore, al tempo stesso si propone intrigante quale elemento portante di tanti romanzi. Giocati sulle religiosità e sulle credenze. 
Di sicuro questo libro non vuole essere “una guida, un trattato teologico e men che meno un saggio accademico”. Semmai, a detta dell’autore, una sorte di bottega dell’antiquariato nella quale ha voluto raccogliere alcune riflessioni su un argomento che continua a tenere banco da chissà quanto e che non smetterà mai di farlo. E che i giallisti non mancano di sfruttare a man bassa. 
Marcello Simoni, si diceva, una delle voci più interessanti della nostra narrativa di settore, che ha firmato - oltre a otto saggi storici - diciotto romanzi e una lunga serie di racconti tradotti in una ventina di Paesi a fronte di milioni di copie vendute. Lui che - riprendiamo da quanto ha avuto modo di raccontarci in un recente passato - è nato a Comacchio (in provincia di Ferrara) il 27 giugno 1975, una cittadina che lo vede tuttora vivere in una frazione a due passi dal mare con la moglie Giorgia. Ed è qui che, in compagnia di tre cani chiamati Stinco, D’Artagnan e Aramis, trova le atmosfere giuste per dare sfogo alla sua creatività. 
Che altro? Una lingua lunga da affabulatore, che sa tenere la scena come pochi altri raccontandosi all’insegna di un’ironica nostalgia. Definendosi “un artigiano della penna” capace di lavorare su uno specifico tema cesellandolo, per renderlo cioè più bello e gradevole, complice un’attitudine ereditata dal nonno paterno, falegname, e da quello materno, elettricista. 
Un autore estroverso sul lavoro (fermo restando, assicura, che “scrivere è il mestiere più bello del mondo”) ma poco intimo dei salotti; che detesta i personaggi positivi, quelli che fanno sempre la cosa giusta; che si addentra con ironia nei suoi trascorsi da malpagato archeologo, nonché come bibliotecario presso il Seminario arcivescovile di Ferrara; che si dedica alla scrittura su base oraria impiegatizia, con qualche puntata anche al sabato e alla domenica… Insomma, davvero un bel personaggio, che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

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