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Due giovani attivisti in cerca della verità su chi ha voluto nascondere la schiacciante evidenza del riscaldamento globale

Dalla penna calda e intrigante di Gerardo Greco (noto volto televisivo) una ricostruzione serrata e a tutto campo delle tappe del Climagate che, nel 2009, hanno contribuito al fallimento della conferenza di Copenhagen


09/12/2019

di Valentina Zirpoli


La mano è calda e avvolgente, come si conviene a una penna di provata quanto lunga esperienza. Capace di travasare su carta i fatti, le considerazioni e i concetti trattati per decenni alla televisione e alla radio. Stiamo parlando del giornalista e presentatore Gerardo Greco che, per i tipi della Solferino, ha dato alle stampe Guerra calda (pagg. 222, euro 16,00), ovvero il romanzo del global warming incentrato sulle verità e le menzogne sui rischi del clima impazzito. 
In un lavoro imbastito “con la tensione di un thriller e i dettagli di una serrata cronaca sul campo”, Gerardo Greco (nato a Roma il 13 gennaio 1966, figlio di un neurologo di origini meridionali e di una madre di origini trentine, laureato in Scienze politiche, sposato con la collega Monia Venturini) ricostruisce le tappe del Climategate che, nel 2009, “ha contribuito al fallimento della conferenza di Copenhagen, condannando il termometro a salire in una escalation pericolosa”. 
Una corsa verso il baratro “che ripercorre i drammatici eventi climatici degli ultimi dieci anni e i cambiamenti che trent’anni fa gli studiosi potevano già leggere nelle sezioni dei tronchi degli alberi fossili”. Resta solo una domanda sottotraccia a tenere banco, venata di inquietudine e speranza: abbiamo ancora tempo? 
Per giocare a rimpiattino con questa significativa quanto preoccupante tematica l’autore è ricorso alla tecnica del racconto. Mettendo in scena, in un mondo che ogni giorno conferma le apocalittiche previsioni degli scienziati del clima, Noah e Iskra, due ragazzi in cerca della verità su chi ha voluto nascondere la palese evidenza del riscaldamento globale. 
Così la storia si dipana dalle lande ghiacciate della Siberia, dove i signori del gas portano alla luce un tesoro nascosto e letale, alla New York spettrale minacciata dall’uragano Sandy sino ad arrivare alle coste della nostra Ravenna, erose dal mare che continua a crescere. Ed è in questo guazzabuglio di realtà complesse che si muovono i due giovani attivisti, nipoti di esuli siberiani, capaci di trovarsi e perdersi, ma sempre legati dalla volontà comune di salvare la Terra. Finché si è ancora in tempo. 
Intorno a loro, nemmeno a ricordarlo, si fronteggiano gli schieramenti opposti della guerra sul clima, alle prese con un gioco pericoloso. Gioco che riguarda il destino dell’umanità e di un pianeta in bilico tra azioni di hacker russi, interessi di lobbisti cinesi e conflitti tra esperti. Magari aggrappandosi a una celestiale battuta d’artista, quella di Andy Warhol, che a un certo punto della sua vita ebbe a dire: Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare. Ma dal proliferare delle ciminiere, dei tubi di scappamento, delle fabbriche cosa dobbiamo aspettarci? 
Ed è appunto partendo da questo semplice quando complesso interrogativo (ma non solo), che Gerardo Greco ha deciso di dare voce al pericolo incombente dei cambiamenti climatici, i cui danni sono sotto gli occhi di tutti. Trasportandoci, in una accorata introduzione, nella tragedia degli abeti della Val di Fiemme, il suo luogo del cuore, dove ha trascorso tanti pomeriggi della sua infanzia. E dove è tornato la scorsa estate, in un pomeriggio di nuvole, per rendersi conto della devastazione provocata da un ciclone violentissimo. 
“Nessuno lassù - tiene a ribadire - aveva mai visto nulla di simile, a memoria d’uomo. La foresta dove passeggiavo da bambino è scomparsa. Svanita nel nulla. Resta solo la terra smossa dagli alberi caduti…”. In buona sostanza “mi sono addentrato in un teatro di guerra. E l’odore fortissimo del legno tagliato era ed è, in realtà, l’odore della battaglia”.   
Già, la guerra. Quella che non lascia scampo e che è sempre colpa degli errori di qualcuno che ha interessi da portare avanti. Magari trascurando le battaglie vere, quelle che si dovrebbero affrontare per salvare il pianeta. Quelle che Greco ha visto combattere, distrattamente, nel Palazzo delle Nazioni Unite, nelle conferenze internazionali, nei talk show televisivi. 
“Una costante degli ultimi vent’anni, che mi ha visto - annota l’autore - corrispondente della Rai da New York (per dodici anni a partire dall’11 settembre 2001), condurre una striscia quotidiana di politica in tv, dirigere il Giornale Radio Rai e in seguito guidare il Tg4. Ma la guerra sul clima è sempre lì”, ospite sgradita per tanti. 
Che dire: un lavoro che intriga e al tempo stesso induce alla riflessione (se la temperatura salirà di altri due gradi i mari si alzeranno, i boschi bruceranno, i raccolti si ridurranno…); che si propone alla stregua della dettagliata cronaca di una tempesta annunciata; che si dipana a largo raggio, toccando temi sensibili quanto inquietanti. Lasciando peraltro il lettore, in chiusura di libro, con la bocca amara per la vista di uno scheletrico orso bianco (ma più che bianco è sporco) in cerca, in un quartiere modello, di cibo. Un orso affamato che non è il caso di prendere sottogamba scappando. Una metafora, certo, ma forse non più di tanto.

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