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Due omicidi, due piste, due diverse città: sin quando, a metà strada, ci scappa il terzo morto

Torna a indagare l’ispettore Stucky, l’intrigante poliziotto creato da Fulvio Ervas. Gli altri suggerimenti? Per Tomás Bárbulo e Julia Heaberlin


03/12/2018

di Mauro Castelli


Un uomo dal carattere riservato, al quale non piace stare “al centro delle cose” e per il quale “la parola data ha un valore assoluto”;  uno scrittore eclettico, capace di spaziare su tematiche distanti anni luce le une dalle altre ma sempre restando con i piedi per terra; un privato condito di interesse per le “particelle elementari” e l’insegnamento delle scienze naturali, a fronte di un amore allargato a “tre campi magnetici”: cercare funghi, che “non sono mai abbastanza” (con il ricordo ancora vivo “delle ultime camminate nei boschi con la madre); coltivare l’orto (quasi seicento metri quadrati di terra che vanga personalmente) e ovviamente scrivere (con quattordici libri già arrivati sugli scaffali). 
Di chi stiamo parlando? Di Fulvio Ervas, pronto a ricordare che il suo cognome, di origine austro-ungarica, affonda le radici nella seconda metà dell’Ottocento quando i suoi avi, “spinti dal vento dell’impero, approdarono in Veneto”. Un eclettico scrittore che è stato tradotto in nove lingue e ha collezionato diversi riconoscimenti, come il Premio Anima e il Viadana giovani, oltre a essersi guadagnato la stima degli ascoltatori di Fahrenheit Rai Radio3 con Se ti abbraccio non aver paura (Libro dell’anno 2012). 
Un lavoro toccante che Gabriele Salvatores ha deciso di trasformare in film - in uscita il prossimo anno - per l’interpretazione di Claudio Santamaria, Valeria Golino e Diego Abatantuono. A fronte di una storia commovente che si addentra, con grande umanità, fra le pieghe più nascoste dell’autismo; una storia peraltro incentrata sull’avventuroso viaggio in moto attraverso le Americhe di un padre con il figlio. Una tematica, quella della salute, poi ripresa in Tu non tacere, un romanzo che a sua volta attinge da una storia vera. 
Come qualcuno già saprà, Ervas aveva debuttato sugli scaffali scrivendo a quattro mani il romanzo La lotteria con il quale la sorella Luisa (“Che lo aveva presentato a suo nome”) si era aggiudicata, ex aequo con Paola Mastrocola, la dodicesima edizione del premio Italo Calvino. Un canovaccio rimasto a lungo in un cassetto, tanto è vero che sarebbe stato dato alle stampe soltanto nel 2005, sempre a firma della sorella. Con la quale, invece, l’anno successivo (“Il nostro è ancora un rapporto solido - tiene a precisare - anche se non camminiamo più insieme”) avrebbe pubblicato Commesse di Treviso: il primo degli otto gialli ambientati nel Nord-Est con protagonista l’ispettore Stucky: un curioso e divertente personaggio, mezzo persiano e mezzo veneto, che si muove all’insegna dell’ironia nell’ambito di storie “dove il sangue scorre più nelle vene che sui marciapiedi”. Di fatto un poliziotto “ostinato e cortese, un poco seduttore come certi venditori di tappeti persiani, attento ai dettagli del comportamento umano, sensibile al non detto, amante delle bellezze del mondo. Ma anche molto veneziano”. 
Insomma, un incrocio tra tradizioni di grande civiltà che ama dire la sua. Diventando peraltro protagonista anche sul grande schermo con Finché c’è prosecco c’è speranza per la regia di Antonio Padovan e l’interpretazione di Giuseppe Battiston.  Un numero uno, narrativamente parlando, che ora torna in libreria con C’era il mare (Marcos Y Marcos, pagg. 366, euro 18,00), un giallo amaro, graffiante e con bordate di dolce che si nutre inizialmente di due omicidi e di due piste diverse in altrettante città. 
Il primo morto, un giornalista, lo troviamo accasato a Treviso, su una panchina proprio a ridosso della casa di Stucky: unico indizio a disposizione del nostro poliziotto, in forza alla locale questura, un foglio bianco; il secondo, quello di un ex sindacalista, viene invece scoperto a Marghera, “contraddistinto” da una scritta rossa. E su questo omicidio indaga invece l’ispettrice Luana Bertelli, un’agente grintosa che ama le donne, che non è avvezza ad arrendersi e che al poligono insegna a sparare alle colleghe. 
Le due indagini, e i due scenari, si alternano nel racconto, “incantandoci con immagini solari mentre realtà più oscure affiorano qua e là”. In tali contesti Stucky interroga “banchieri con le scarpe troppo pulite”, mentre “a casa il profumo di zucca e zafferano annuncia un’ospite inattesa”. A sua volta Luana si dà da fare con il suo lavoro, non disdegnando “un piatto di seppioline morbide, in piazza, pensando al mare da cui è sorto Porto Marghera”. Marghera infatti, nel dialetto locale, significa appunto C’era il mare. Così ecco spiegato il perché del titolo. 
Insomma, due indagini portate avanti in parallelo sin quando ci scappa un terzo morto, a metà strada fra i due precedenti. La vittima questa volta è un avvocato che anni prima (da qui il collegamento con le altre due vittime), all’epoca delle “fabbriche tristi”, attaccava i colossi della petrolchimica locale. E sarà a questo punto che Stucky e la Bertelli si metteranno a indagare insieme, unendo i pochi indizi a disposizione per arrivare al cuore del mistero. 
Il giudizio? Un romanzo garbato e di piacevolissima lettura che - fra un grappino e l’altro, sorretti da piacevoli intercalari dialettali - trae spunto, c’è da supporre vista la dedica, dal “numero infinito di ore lavorate nei cantieri navali di Porto Marghera dal padre, dal fratello, dai parenti e dagli amici” dell’autore. In altre parole, lo si sarà capito, un canovaccio che affonda le sue radici nel sociale. 
Ervas, si diceva. Nato a San Donà di Piave, nell’entroterra veneziano, il 23 luglio 1955, “senza sapere che Einstein era appena morto”. E quando ne avrebbe avuto coscienza - repetita iuvant - si sarebbe iscritto a un liceo con l’idea di portarsi a casa una cultura scientifica. Tuttavia - attratto da “tutti gli animali diversi dall’uomo”, ma anche dai frutti selvatici (“Con more, lamponi e mirtilli del mio orto ci scappano eccellenti marmellate per mano di mia moglie Paola”) - finirà per laurearsi in Scienze agrarie con una tesi sulla Salvaguardia della mucca Burlina
In seguito si sarebbe dedicato all’insegnamento di Scienze naturali “nell’Impero della pubblica istruzione” (esperienza alla quale avrebbe dedicato, nel 2009, Follia docente). Professione che lo vede da 29 anni pendolare in quel di Mestre (lui abita infatti a Ifrana, un paesotto a 15 chilometri da Treviso, con la moglie, una figlia e un numero imprecisato di animali) in quanto si trova felicemente accasato in un liceo dotato di “un bel laboratorio di chimica e gestito da un dirigente scolastico (leggi preside) come si deve”. 
Lui che, abbandonata da tempo la passione per la pesca e salvo qualche puntata in Croazia (“Una terra dai paesaggi bellissimi”), ama trascorrere le sue vacanze in zona. Perché è qui che si inventa crimini ambientali, cattivi in bianchi guanti che inquinano, fattacci avari di sangue perché “l’adrenalina arriva al lettore anche senza scene brutali e violente”. 
Fermo restando un ottimo rapporto con lettura a fronte di una preferenza, in prima istanza, rivolta ai testi scientifici. Ma anche con un debole dichiarato per Cesare Pavese, un buon feeling con George Simenon e una vicinanza particolare con la giallista francese Fred Vargas, pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau. E questo è quanto.

Il secondo consiglio per gli acquisti lo dedichiamo a un esordiente non più giovanissimo, Tomás Bárbulo, una mano calda del giornalismo spagnolo che ha subito riscosso, con L’assemblea dei morti (Marsilio, pagg. 396, euro 18,00, traduzione di Silvia Sichel), un vortice di elogi sia da parte sia della critica che del pubblico pagante. Elogi peraltro meritati, in quanto questo romanzo risulta impastato dei giusti ingredienti: qualità, ritmo, azione, dialoghi taglienti, intrighi nonché personaggi equivoci quanto di peso, pronti a muoversi all’insegna del sorriso in una realtà che attinge fortemente dalla quotidianità. Una combinazione che, nella narrativa di genere, non è mai facile incontrare. 
Risultato? Un thriller che - come da note editoriali - trascina il lettore lungo “le strade polverose che da Madrid portano a Marrakech, verso un finale sorprendente. Peraltro all’insegna di un irresistibile umorismo, che darà all’intera storia una dimensione inaspettata”. Un lavoro che, sin dalle prime battute, lascia trasparire la bravura narrativa dell’autore, appunto il sessantenne Tomás Bárbulo, profondo conoscitore del mondo arabo in quanto inviato - lui fondatore anche di alcune testate giornalistiche - del quotidiano El País in Marocco, Algeria, Mauritania e Sahara occidentale, dove ha vissuto a lungo e sulla cui storia politica ha scritto un apprezzato saggio. 
Una penna raffinata quanto mai abile nel mettere in scena uno strampalato gruppo di malfattori alle prese con una strana rapina in banca. Come da sinossi “il Guapo e i suoi compari sono quattro canaglie, un gruppo di derelitti schiacciati dalla crisi economica, con lavori sottopagati e una montagna di debiti. Non c’è da stupirsi che si facciano accalappiare da un losco commerciante di gioielli francese, ben introdotto nel jet set internazionale, che offre loro l’occasione della vita: una rapina in un istituto di credito di Marrakech nei giorni della fiera dell’oreficeria. 
La posta in gioco per loro, oltre alle spese dell’operazione, è di due milioni di euro e, per averli, “basterà arrivare in Marocco e strisciare un po’ nei condotti delle fogne. Magari ci sarà da sudare per un paio d’ore, ma poi il gioco sarà fatto. Una tentazione troppo forte. Come poter rifiutare? 
Per mimetizzarsi tra i turisti i quattro decidono di portare al seguito - a bordo del pulmino con il quale viaggeranno da Madrid a Gibilterra e poi oltre lo Stretto - mogli e fidanzate. Da parte sua il committente ha messo a disposizione della banda una spalla, un misterioso arabo sahrawi esperto della zona, con il compito di fare da interprete e di guidarli a destinazione. Un tipo che forse non è quello che sembra. Sta di fatto che presto cominceranno i guai: una serie di imprevisti metterà infatti a rischio quello che doveva essere un lavoro facile, rapido e pulito, ma che, chilometro dopo chilometro, tra battute, insulti e continui colpi di scena, rivelerà ben altro…

Il terzo e ultimo suggerimento per una buona lettura (a fronte di una scrittura di qualità, che non lascia nulla al caso) risulta legato a un thriller tradotto in diciotto Paesi, che ancora oggi tiene banco nella lista dei libri più venduti negli Stati Uniti ed è in predicato per essere travasato sul grande schermo. Stiamo parlando di Chi ha ucciso mia sorella (Newton Compton, pagg. 328, euro 12,00, traduzione di Marianna Cozzi e Angela Ricci), un’altra chicca firmata dall’americana Julia Heaberlin, capace di dare voce alla vendetta declinata nelle sue più varie sfaccettature. 
Una ammiccante bionda, la nostra autrice, che prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno aveva lavorato come giornalista freelance per alcune testate locali (come Fort Worth Star-Telegram, The Detroit News e The Dallas Morning News), per poi dare la stura ad alcuni romanzi psicologici particolarmente apprezzati, come Black-Eyed Susans, Playing Dead e Lie Still
Detto ciò spazio alle note legate a Paper Ghost (questo il titolo originale del libro che stiamo suggerendo ai lettori), aggrovigliate in una vicenda pronta a dipanarsi fra le pieghe di inaspettati colpi di scena, che finiscono per trascinare il lettore a ragionare alla stregua della protagonista, ma anche suscitando alcuni inquietanti interrogativi. In primis: ma l’uomo che siede in macchina con la protagonista è davvero l’assassino di sua sorella? E quanto può incidere la demenza - pronta a muoversi alla stregua di “qualsiasi altro omicida seriale” - che si insinua fra le pagine della storia? Una angolatura, annota l’autrice, “che ho voluto trattare nel ruolo di black comedy. Perché ridere a volte è necessario per tenere insieme il mondo alla rovescia dei pazienti e di chi se ne deve prendere cura”. 
Che altro? Un canovaccio che si rifà anche, a spizzichi e bocconi, a brandelli di verità. “In effetti in alcuni casi ho tirato in ballo alcuni ricordi legati a mia nonna, oltre a rifarmi, per un omicidio, a un fatto di cronaca, quello di una bellissima ballerina e attrice dell’Università del Texas, Haruka Weiser, assassinata in una notte di primavera del 2016”. 
Già, il Texas. Uno Stato dove l’autrice è nata, dove tuttora vive (e più precisamente a Dallas, con il marito e una figlia) e che per lei rappresenta una specie di bandiera. “Tutti i miei thriller sono infatti ambientati da queste parti e quando stavo sviluppando la trama di Chi ha ucciso mia sorella spesso mi fermavo a riflettere davanti a una grande mappa della regione appesa al muro della mia cucina. Mettendo sul chi vive due tecnici del gas quando raccontai loro che la linea contorta che ci avevo disegnato sopra seguiva i possibili spostamenti di un serial killer”. 
Ma veniamo al dunque. A tenere banco in questa strana storia è una ragazza che, da quando aveva soltanto dieci anni (ora ne ha ventiquattro), ha pianificato la sua vendetta ossessivamente e metodicamente, prevedendo qualsiasi dettaglio e immaginandosi ogni possibile scenario. Sino al momento in cui si materializza l’istante che aveva tanto atteso. 
“Adesso, infatti, è quasi certa che l’uomo che ha rapito e ucciso sua sorella sia seduto sul sedile del passeggero proprio accanto a lei. Carl Louis Feldman è un fotografo affetto da uno stato precoce di demenza senile (così almeno era stato catalogato prima che lo Stato si dimenticasse di lui) e sostiene di non avere alcun legame con la serie di omicidi avvenuti in Texas molti anni prima. Ma una scatola di vecchie fotografie fa sospettare il contrario”. 
Determinata a scoprire la verità, la ragazza l’ha convinto a seguirla in un viaggio di dieci giorni, loro due soli. “Ma chi è davvero Carl Louis Feldman? Ha veramente ucciso sua sorella? È un impostore o un uomo dal cuore spezzato? Un artista o un pazzo? O, magari, a essere pazza potrebbe essere la ragazza seduta al posto di guida…”. Ai lettori scoprirlo.

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