Share |

Due ragazzi morti, un frate in chiaroscuro, i sospetti che dilagano

Enrico Fovanna, giocando su due piani temporali, travasa i ricordi d’infanzia in un romanzo di fantasia segnato da venature poetiche


27/01/2020

di Lucio Malresta


Collo da fenicottero, magro come uno stecco (beato lui), baffi e pizzetto, rimasugli di capelli più bianchi che grigi in testa: Enrico Fovanna, un metro e 77 di altezza, sembra essere uscito da una delle sue storie, dove gli capita di far rivivere parte di un passato ancora vivo nella memoria. Così, nel suo ultimo romanzo, L’arte sconosciuta del volo (Giunti, pagg. 344, euro 18,00), l’ambientazione è quella di Premosello, un piccolo comune (poco più di 1.900 abitanti) che fa parte della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, dove è nato il 23 aprile 1961, “orgogliosamente figlio di un operaio e di una casalinga”. Premosello che nel dicembre 1959 si era arricchito del cognome del giurista (Giuseppe) Chiovenda (1872-1937), a sua volta nativo nonché cittadino illustre del paese sino alla sua morte. 
Lui sposato con Roberta e padre di una bambina di otto anni che lo fa andare in brodo di giuggiole; lui portatore di una scrittura emotiva, senza retorica; lui caratterialmente timido e al tempo stesso molto curioso; lui che cerca di mantenersi in forma facendo palestra e andando a lavorare in bicicletta; lui che ironicamente si vanta di aver inframmezzato i suoi due romanzi da un buco di 23 anni (“Credo si tratti di un mezzo record”). 
E ancora: lui con un debole dichiarato per la scrittore americano Kent Harus (“L’ho scoperto grazie alla pubblicazione nel 2017, da parte della NN, de Le nostre anime di notte”), così come apprezza John Edward Williams (“Il suo Stoner del 1965 è un capolavoro”), Paolo Cognetti e le sue Otto montagne, il giovane milanese Marco Balzano (“L’autore di Resto qui”) mentre, nella narrativa di settore, rientra nelle sue corde George Simenon (“Per tutto quello che ha scritto, e non solo per i romanzi incentrati sul commissario Jules Maigret”). 
Fovanna si diceva - “Un cognome di origine svizzera peraltro raro anche dalle mie parti” - che si propone uomo con i piedi per terra. Nel senso che la pagnotta se l’è sempre guadagnata, ad esempio lavorando d’estate mentre frequentava l’università (si sarebbe laureato nel 1984 in Economia e commercio a Pavia) per poi darsi da fare a Milano, dopo il servizio di leva, come spedizioniere doganale prima e come assistente del direttore marketing di una azienda di adesivi poi. 
Nelle aspirazioni dell’ancor giovane Enrico c’era però il giornalismo. Così “dopo aver messo da parte l’affitto di un anno - ci dividevamo in tre una stanzetta a Milano - avrei frequentato un corso presso una scuola di giornalismo in viale Caldara che mi avrebbe consentito di trovare lavoro come abusivo a La Notte, storico quotidiano milanese del pomeriggio. “E in questa redazione - ricorda con amarezza - mi sarebbero passati davanti ben dodici colleghi visto che non avevo tessere di partito, che a quei tempi ancora contavano”. 
Fortuna volle che entrasse in forza al quotidiano Il Giorno, “dove venni assunto il 9 novembre 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino”. Ottenendo, grazie anche all’intervento dell’allora presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, il lasciapassare per sostenere l’esame da professionista in quel di Roma il 18 ottobre 1991. 
E a Il Giorno, dove tuttora lavora, si sarebbe inventato quindici e passa anni fa la pagina delle “Buone Notizie” (“Credo che una ventata di ottimismo ogni tanto sia necessaria”), oltre a occuparsi di temi sociali, immigrazione e diritti umani. Fermi restando alcuni reportage realizzati in zone di guerra come l’Iraq e l’Afghanistan. 
Un mestiere, quello del giornalista, a suo dire complesso, nel quale è necessario muoversi con cautela; un mestiere che in abbinata alle soddisfazioni può regalare anche delusioni (“Può succedere che a volte un buon pezzo non venga pubblicato per mancanza di spazio e che poi, avendo perso l’attualità, finisca nel cestino”); un mestiere peraltro difficile da intraprendere da parte dei giovani, costretti ad affrontare un malpagato percorso (è quindi necessario “farsi i conti in tasca”) zeppo di dedizione e di sacrifici. In quanto, come si sa, la professione sta vivendo una stagione complicata, “anche se a mio giudizio non morirà mai”. 
Insomma, un giornalista appassionato del suo lavoro che, come a volte succede, ha dirottato la sua penna anche verso le librerie (“In effetti la scrittura fa parte del mio Dna”), esordendo nel 1996 con un romanzo, Il pesce elettrico edito da Baldini & Castoldi, vincitore del Premio Stresa e del Premio Festival del primo romanzo al Salone del libro di Torino 1997. Lavoro peraltro ristampato dalla stessa casa editrice nel 2002 e poi riproposto poco più di tre mesi fa dalla Giunti in quanto ancora oggi di stretta attualità. In effetti risulta incentrato sulla tragedia del popolo curdo facendoci entrare “con maestria nel mondo magico di una Turchia nascosta e invisibile, misteriosa e affascinante, in cui si muovono figure indecifrabili che appaiono per quello che non sono”. 
In seguito Fovanna avrebbe pubblicato per l’editore triestino E|L il racconto lungo Tra Fès e Meknès, ovvero le due città imperiali del Marocco, oltre a dare voce ai saggi L'isola e la terra: immagini del Lago d’Orta (Oca blu di Omegna), arricchito dalle foto scattate dall’amico d’infanzia Walter Zerla, e L'inventore dell'invisibile: vita di Franco Bardelli, pubblicato dalla Utet. 
Detto questo spazio alla trama de L’arte sconosciuta del volo, un titolo (proposto dall’autore e accettato dall’editore) di non facile interpretazione da parte di chi apprezza la narrativa di settore. In realtà richiama, e chi leggerà il libro se ne renderà presto conto, un sogno del protagonista che… 
Il romanzo per contro, che a detta dell’autore si propone alla stregua di un “giallo sentimentale”, si nutre tuttavia di tutti gli ingredienti giusti (due ragazzini morti, un biglietto anonimo, paura, sensi di colpa, finale a sorpresa) sviluppati peraltro su due piani temporali a fronte di una scrittura asciutta quanto semplice, certamente piacevole. 
Come accennato la vicenda tiene banco, inizialmente (siamo nel 1969), a Premosello, nel Piemonte settentrionale, una località che - nella realtà - viene suggerita per l’escursionismo alpino. E qui - come da sinossi - il primo novembre, vigilia del giorno dei morti, una scoperta agghiacciante finirà per sconvolgere l’infanzia di Tobia. Su una strada di campagna, vicino al ruscello, viene infatti rinvenuto il corpo di un suo compagno di scuola, Gioacchino, a pochi mesi di distanza dal ritrovamento del cadavere di un’altra ragazzina con la testa fracassata da un sasso. Nemmeno a dirlo, in paese si diffonde il terrore, con la gente convinta che in giro ci sia un maniaco assassino di bambini. 
Tobia, che pur essendo piccolo le cose le capisce, si rende conto che non erano un bene i sentimenti di vendetta che nutriva per quel suo compagno. Quello stesso con il quale aveva litigato, e che peraltro lo aveva steso, proprio il giorno della sua scomparsa        (ma che era stato minacciato anche da Lupo, il matto del paese, dopo… il gioco dei Vietcong). Ragion per cui, per lui, risulta difficile tornare alla vita di prima, all’amore innocente ed esaltante per Carolina (“Anch’io - annota l’autore - a sei anni mi ero perdutamente innamorato di una compagna di scuola”), ai giochi spensierati con padre Camillo e con lo stesso Lupo. Soprattutto quando i sospetti dei paesani si sarebbero concentrati su una persona a lui vicina, sulla cui innocenza non aveva invece alcun dubbio. 
Quarant’anni dopo Tobia vive a Milano e fa il medico legale. Demotivato dal lavoro e lasciato dalla moglie, sta vivendo uno dei momenti più bui della sua vita. E sarà una telefonata di Ettore, un vecchio compagno di scuola, a convincerlo a tornare dopo tanti anni nei luoghi dell’infanzia per il funerale di Lupo. E questo inatteso ritorno cambierà la rilettura del suo passato, in quanto si ritroverà inaspettatamente sulle tracce... 
Che dire: una storia accattivante segnata da venature poetiche, anche se con qualche ingenuità al seguito, complice il fatto di non essere del tutto avvezzo, l’autore, a percorrere i complicati sentieri del mistero. Un tentativo che comunque merita una buona sufficienza e che si propone alla stregua di un pretesto “per dare voce ai sentimenti del bambino che lui stesso era stato in quel di Premosello”. 
E così nella storia, inevitabilmente, la penna di Fovanna ha fatto “confluire i compagni delle elementari, in abbinata ad altre figure caratteristiche del paese, come appunto il vecchio Lupo. Oppure frate Camillo, il personaggio più vicino all’originale, in quanto si rifà alla memoria di padre Felice Ruppi”, morto a 93 anni nel convento di Orta, dove si era ritirato a riposare dopo una vita di preghiera e di altruismo. “Mi si perdoni quindi - tiene a precisare l’autore nella postfazione - il sospetto narrativo su di lui, suggerito dalla necessità di creare un po’ di tensione”. Ma altro non diciamo.

(riproduzione riservata)