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Due storie parallele e un carnefice in fuga; una doppia inquietante identità; un salto nel passato con un generale di Diocleziano

Il tutto a fronte di tre graditi ritorni: quelli di Paola Barbato (che completa la trilogia iniziata con Io so chi sei e proseguita con Zoo), di Brian Freeman (un autore tradotto in 46 Paesi) e di Guido Cervo (nuovamente alle prese con le vicende dell’Impero romano)


16/11/2020

di MASSIMO MISTERO


Paola Barbato, basta la parola. Una autrice capace come pochi di addentrarsi negli abissi della mente umana. Trascinando il lettore in un vortice di paure e ossessioni. Peraltro regalando riflessi perversi a storie già ricche di suspense e colpi di scena. Una penna capace di inaspettati acuti, che adora “interagire con il lettore, fiutare l’aria, decidere se seguire il vento oppure usarlo per confondere le acque”. 
Una donna che nel suo quotidiano - integriamo quanto già scritto - si propone caratterialmente rigida, puntigliosa, fantasiosa, fondamentalmente timida; amante del teatro e della lettura; orgogliosa di poter contare su un gruppo di auto-aiuto creato su Facebook da trecento estimatori del suo lavoro; consapevole che la vita vada vissuta nella maniera più tranquilla possibile (“Cerco di gestirla all’insegna delle migliori intenzioni, senza mai esagerare”); intellettualmente onesta (“Se non sono capace di fare una cosa, lo ammetto”). 
Lei che nell’aprile del 2008, con Mani nude, aveva vinto il Premio Scerbanenco, dopo aver debuttato con Bilico, per poi fare tris con Il filo rosso nel 2010. Poi sei anni di silenzio, visto che per lei pubblicare un libro non è mai stata una necessità. “Semmai il mio bisogno primario è quello di scrivere, in quanto non farlo significa finire in debito di ossigeno”. Periodo durante il quale avrebbe rivolto “maggiore attenzione al suo lavoro di sceneggiatrice di fumetti”, oltre a scrivere il soggetto della fiction Nel nome del male, co-sceneggiato per la Filmmaster e interpretato da Fabrizio Bentivoglio per la regia di Alex Infascelli. 
Lei che ora è tornata sugli scaffali con Vengo a prenderti (Piemme, pagg. 464, euro 18,50), terzo lavoro (“Scritto in un anno molto difficile, di cui porta le tracce”) di una inquietante trilogia che era iniziata con Io so chi sei e proseguita con Zoo. Fermo restando che, “benché il primo e il secondo romanzo risultino legati al terzo, ognuno può essere letto separatamente”. Di fatto “tre belle montagne russe, che tuttavia mi mancheranno un po’, accasate in un luogo appartato, dove un misterioso personaggio chiude alcune persone in vecchie gabbie da circo. Ma non si sa chi siano e perché siano finite lì. Così come non sappiamo nulla di questo nemico: che potrebbe essere un vero criminale oppure, paradossalmente, una vittima”. 
Detto questo spazio al nuovo inquietante thriller firmato dalla Barbato, incentrato su due storie, un carnefice in fuga, una caccia senza quartiere, costi quel che costi. Un tutto che si rapporta con una verità distorta, scomoda e quindi difficile da accettare, ma completamente priva di pregiudizi. E che tiene in pugno il lettore sino all’ultimo sconvolgente colpo di scena. 
Come da sinossi, il caso più importante della sua vita piomba addosso all’agente Francesco Caparzo in maniera inattesa. Inseguiva lo stalker di una donna che da un anno cercava di aiutare, quando d’improvviso si era ritrovato in un vecchio capannone industriale sperduto nel nulla. Lì dentro, lo spettacolo agghiacciante di uno zoo privato, undici carrozzoni da circo che imprigionavano esseri umani in condizioni pietose, una gabbia vuota pronta ad accogliere la sua protetta e lo psicopatico responsabile di ogni cosa lì davanti a lui, armato. Un colpo di pistola sembra risolvere tutto, il colpevole ucciso, le vittime salve. E Caparzo in procinto di essere incoronato eroe nazionale. Ma le cose non sono come appaiono. 
Tra le vittime si nasconde infatti un complice, forse addirittura la mente che ha organizzato tutto, che dall’ambulanza riesce a scappare, dileguandosi. La caccia all’uomo ha inizio, ma non esistono piste, niente tracce- Ed è come inseguire un fantasma. Caparzo capisce che la chiave all’origine di tutto quel male sta proprio nel capannone e nelle sue vittime. A questo punto indagherà sui segreti di ciascuno, sulle colpe che vorrebbero nascondere, cercando di mettere a nudo i lati più oscuri delle loro anime. Ma mentre lui scava qualcun altro li “perseguita” con oggetti, simboli che solo il loro carnefice conosce. Sta di fatto che, trascurabili incidenti a parte, i sopravvissuti inizieranno a morire. È quindi tempo per Caparzo di mettere insieme i pezzi di questo rompicapo per evitare che il fantasma che sta inseguendo termini il suo lavoro. 
Detto di questo intrigante lavoro, torniamo al privato dell’autrice. Per la cronaca Paola Barbato è nata a Milano il 18 giugno 1971, è cresciuta a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia, per poi accasarsi a Grezzana, alle porte di Verona, dove vive con la sua famiglia allargata a tre cani adottati, ovvero Garrett, Heidi e Mia (“Quest’ultima arrivata dopo che Cordelia se n’era andata a tradimento”). Non a caso è stata lei a contribuire alla fondazione, in memoria di un amico, di un rifugio per animali abbandonati. Ma non di soli animali si nutrono le sue attenzioni, in quanto, nell’ambito del sociale, si propone come presidente dell’Associazione onlus Mauro Emolo, che si prende cura di persone affette da una malattia genetica neurodegenerativa chiamata Corea di Huntington. 
Che altro? Attingendo dal suo privato scopriamo che ha frequentato il liceo linguistico, per poi proseguire su questa strada fermandosi a otto esami dalla laurea; che sin da piccola amava scrivere, partendo dai “rapporti epistolari con altri compagni di penna, per poi arrivare, sui 12-13 anni, a inventarsi i primi racconti”. Ma lungi dal pensare che la scrittura potesse diventare una professione, salvo poi, verso i ventidue anni, trovare le prime motivazioni. Risultato? L’invio alla Sergio Bonelli di una proposta, che le valse un contratto annuale e la successiva conferma. Tanto è vero che oggi si propone come penna di punta nelle sceneggiature di Dylan Dog, nonché di altre serie, di romanzi grafici e via dicendo. 


Da non perdere anche Brian Freeman, considerato uno dei maggiori autori americani di thriller psicologici, tradotti in una ventina di lingue a fronte di una presenza allargata a 46 Paesi. Un penna peraltro benedetta da numeri uno del calibro di Jeffery Deaver (“È uno di quegli scrittori che fanno volare le pagine”), Michael Connelly (“Lui sì che sa come si racconta una storia”) e il rimpianto Giorgio Faletti. 
Per la cronaca Freeman è nato a Chicago il 28 marzo 1963, anche se oggi vive nel Minnesota con la moglie Marcia, sposata da 34 e passa anni. alla quale è dedicato il romanzo di cui parleremo, che a suo dire è “la migliore editor (e anche la più severa) che uno scrittore possa desiderare”. 
Forte di una laurea in Lettere, prima di debuttare nella narrativa (influenzato peraltro da due figure dell’infanzia: una nonna e l’insegnante di scrittura delle medie), questo autore aveva ricoperto il ruolo di direttore marketing e comunicazione in uno studio legale. Come scrittore aveva invece esordito nel 2006 con Immoral, vincitore del Macavity Award come migliore opera prima (poliziesco peraltro legato al debutto del tenente Jonathan Stride, che sinora ha tenuto banco in undici storie ambientate a Duluth, nel Minnesota), per poi guadagnarsi nel 2013, con Il veleno del sangue, gli International Thriller Awards per il miglior romanzo dell’anno. 
Una creatività, quella di Freeman, peraltro allargata alle tre storie interpretate da Frost Easton (uno fra i più scettici detective della Omicidi, ma anche un uomo dal passato ingombrante che ha imparato a sue spese che non esistono i miracoli. E nemmeno le coincidenze) e ad altri quattro romanzi di variegata estrazione. 
Jonathan Stride, si diceva, che tiene banco anche in Doppia identità (pagg. 416, euro 18,50, traduzione di Gioia Sartori), un thriller del 2018 - ancora una volta portato sui nostri scaffali dalla Piemme, il suo editore italiano di riferimento - contrassegnato dalla suspense e capace di far fare le ore piccole per vedere come andrà a finire. La qual cosa non deve sorprendere in quanto Freeman si porta al seguito la grande capacità di imbastire storie dure e crude, di quelle che afferrano il lettore per “trascinarlo, tormentato e indifeso, nel suo mondo perverso, crudele eppure credibile”. 
Cosa succede è presto detto. Un uomo muore in un incidente stradale causato da un cervo. La macchina è stata noleggiata e l’unico documento che portava con sé, una patente rilasciata in Florida a un certo John Lyons (morto cinque anni prima), è falso. Al contrario è vera la pistola, una Glock ancora calda ritrovata in un bauletto nero di plastica rigida. Ma cosa ci faceva lì questo tipo, e soprattutto chi era? E perché era a piedi nudi nel bel mezzo di una tempesta di neve? E a chi ha sparato con quella pistola dalla quale mancano due proiettili? Insomma, la giornata del detective Stride non è iniziata nel migliore dei modi. 
Cambio di scena. La scomparsa di una studentessa di cinema conduce il nostro detective a un set cinematografico che lo riguarda personalmente: a Duluth, infatti, stanno girando un film basato proprio su un suo vecchio caso, e l’attore che lo impersona, Dean Casperson, è una celebrità hollywoodiana sulla cresta dell’onda da quasi quarant’anni. Sul set c’è persino l’ultima vittima del serial killer di allora, la donna che Stride aveva salvato da morte certa. 
Mentre le riprese continuano, il noto attore comincia a mostrare un lato oscuro che nessun tabloid aveva mai rivelato. Nel tentativo di scovare la verità sul suo alter ego, Stride scoprirà, con l’aiuto del poliziotto Cab Bolton, un legame tra Casperson e la morte di una quindicenne. Ma l’uomo è disposto a tutto pur di proteggere la propria reputazione. 
Che dire: in un accavallarsi di fatti e di azioni l’autore riesce a calamitare l’attenzione del lettore giocando sulla minuziosa ricostruzione dei fatti e dei luoghi, senza comunque mai annoiare. Il tutto a fronte di una narrazione giocata fra presente e passato. 


Di tutt’altra farina risulta invece impastato Il generale di Diocleziano. Il legato romano (Piemme, pagg. 392, euro 18,90) firmato da Guido Cervo, un autore che vive a Bergamo - città dove è peraltro nato il 19 febbraio 1952 e dove è stato docente di Diritto ed Economia presso ľIstituto superiore “Maironi da Ponte” - il quale, negli ultimi vent’anni, ha dimostrato il suo valore nel dare voce alla Storia dell’antica Roma, ma anche nell’affrontare i due tragici conflitti mondiali del Novecento con Via dalla trincea. I ponti della delizia (romanzo che narra gli eventi legati alla disfatta di Caporetto) e Bandiere rosse, aquile nere (dove a tenere banco è il dramma di una famiglia e di una nazione lacerate dalla guerra civile).  Senza trascurare il Medioevo con la Trilogia del Teutone, ambientata nel tredicesimo secolo e incentrata sul cavaliere dell’Ordine teutonico Eustachius von Felben. 
Una penna, quella di Cervo, di cui ci si può fidare, in quanto tutti i suoi romanzi risultano frutto di approfondite ricerche, che rappresentano il valore aggiunto del suo lavoro. La qual cosa lo ha portato a dare voce ad affascinanti ambientazioni e a personaggi credibili, a fronte di storie insaporite dalla sua sbrigliata fantasia. Ma senza mai esagerare. 
Detto questo spazio alla trama de Il generale di Diocleziano, romanzo ambientato nel 286 dopo Cristo nella Gallia settentrionale, dove incontriamo Valerio Metronio Stabiano, un soldato romano d’antico stampo che i tumultuosi eventi del suo tempo avevano portato ai più alti gradi nelle legioni. Uomo d’ordine, da sempre dedito a Roma e ai suoi valori, è stato però emarginato dall’imperatore Marco Aurelio Carino poco prima della guerra civile contro Diocleziano. 
Condannato all’inazione e mentre il suo mondo è in pericolo, Valerio Metronio Stabiano si è ritirato nella sua villa di campagna, cercando di adeguarsi a questo nuovo tipo di vita. Una vita lontana dai campi di battaglia che gli ha permesso, se non altro, di godere dell’affetto dei suoi familiari. Ma i tempi non sono dei migliori. Rivolte contadine e massicce incursioni di barbari minacciano l’unità e la stessa esistenza dell’Impero. Le orde dei ribelli bagaudi, dedite a sanguinari riti celtici, dilagano infatti nelle province galliche, e la sua stessa famiglia è in pericolo. 
A questo punto Diocleziano, diventato imperatore (una assunzione di responsabilità che avrebbe rappresentato un momento di svolta nella storia di Roma, alle prese con drammatiche difficoltà che richiedevano importanti riforme amministrative, fiscali e militari), è deciso a porre fine a questo stato di cose. Per questo richiama in servizio Valerio Metronio, soldato e cives romanus, che viene delegato a portare a termine una missione ad alto rischio per stroncare la ribellione in atto. Tra le poche forze al suo comando, una coorte di soldati umiliati e oggetto di disprezzo, superstiti di una legione d’Oriente, in prevalenza costituita da cristiani, punita con la decimazione per aver rifiutato di rendere il sacrificio d’uso agli dei. Ma sarà sotto la sua guida che questi uomini, attraverso un succedersi di battaglie vinte, troveranno il loro riscatto. 
In sintesi: un lavoro di grande forza narrativa che si legge che è un piacere e che si nutre di un periodo storico “foriero di rivolgimenti epocali” (peraltro ben descritto in una ricca nota dall’autore) nonché segnato da “complessi rivolgimenti”. Periodo che potremmo definire attualissimo. Non è forse vero che anche noi, martorizzati dal Coronavirus, ci troviamo costretti a scelte impopolari a difesa del bene comune?

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