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Due thriller, due diverse ambientazioni, due graffianti protagonisti: Lindsay Boxer e Michael Bennett

Torna James Patterson, supportato da Maxine Paetro e Michael Ledwidge, e il successo è assicurato. Voce anche ad Harald Gilbers e Tosca Brizio


22/01/2018

di Mauro Castelli


Un nome, una garanzia: quello di James Patterson, che strada facendo ha venduto (andando a spanne, in quanto dati ufficiali non ce ne sono) oltre 330 milioni di copie in mezzo mondo, tre e mezzo dei quali in Italia soprattutto grazie alle indagini legate al detective tetraplegico Alex Cross, il cacciatore di serial killer che ha tenuto banco in 26 romanzi, compresi i due che non fanno però parte della collana vera e propria (ovvero Alex Cross’s Trial e Merry Christmas, Alex Cross). Ma sono quasi tutti personaggi di successo quelli usciti dalla sua versatile penna, pronta a spaziare sui più diversi campi, magari avvalendosi di altre quotate firme di settore: come nel caso di Maxine Paetro, un oliato e collaudato sodalizio il loro, tornato in scena in questi giorni per la tredicesima volta nell’ambito della saga delle “Donne del Club Omicidi” con Tradimento finale (Longanesi, pagg. 298, euro 16,40, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani), ma anche di Peter De Jonge, Andrew Gross, Marshall Karp, Gabriel Charbonnet, Howard Roughan, Liza Marklund, David Ellis e Michael Ledwidge
Con il quale Ledwidge ha firmato nove dei dieci thriller (soltanto l’ultimo, Haunted del 2017, Patterson lo ha scritto a quattro mani con James O.Born) della serie dedicata all’investigatore Michael Bennett, personaggio che Longanesi ha da poco riproposto in Chi soffia sul fuoco (pagg. 320, euro 16,40, traduzione di Annamaria Raffo). Un romanzo del 2014 a sua volta di grande intensità, dal ritmo serrato e forte di una storia che non mancherà di sorprendere. Complice un tormentato Bennett che cerca di mediare fra il suo difficile lavoro e la cura per i dieci figli adottivi che sta accudendo dopo la morte dell’adorata moglie Maeve. 
E, già che ci siamo, veniamo alla sinossi. “Finalmente libero dalle minacce del passato, Michael Bennett può tornare nella sua New York. Grazie a lui, infatti, è stata smantellata la rete criminale guidata da Perrine, che lo aveva costretto ad allontanarsi dalla Grande Mela e ad accettare la tutela di un programma di protezione testimoni. Di nuovo nella sua dimensione, Michael si dà da fare collaborando con una nuova unità. In tale ambito riceve una curiosa quanto strana chiamata: l’anonimo interlocutore sostiene di aver visto alcuni uomini in abiti costosi compiere una sorta di rituale all’interno di un edificio fatiscente. La descrizione dell’uomo, tuttavia, non contiene riferimenti chiari a infrazioni della legge e soprattutto non è supportata da prove. Così Bennett ignora la telefonata, almeno sino a quando un corpo carbonizzato non viene ritrovato proprio in quell’edificio abbandonato. Ovvio che a questo punto non possa più tirarsi indietro, finendo per impegolarsi nei meandri di un mondo criminale, pericoloso quanto spietato. Dove un solo passo falso potrebbe significare la sua fine”. 
E per quanto riguarda Tradimento finale, un lavoro pubblicato per la prima volta negli States nel 2016? Un thriller forte di quella connotazione mozzafiato che ha reso celebre le Donne del Club Omicidi, imbastito su un canovaccio impregnato di amanti, nemici e agenti segreti. Dove a tenere la scena sono ovviamente le vicende di un gruppo di professioniste: una detective, un procuratore distrettuale, un avvocato, una giornalista e un medico legale, che si ritrovano coinvolte in fatti di cronaca da risolvere, magari ricorrendo a metodi non convenzionali. Nel nostro caso incontriamo Lindsay Boxer - che con Martha, il suo fedele border collie, si diverte a fare jogging lungo le strade di San Francisco - alle prese con la sua nuova faticosa vita di madre e di moglie. Uno status a lungo desiderato, ma che non sembra destinato a durare. 
In effetti succede che “un’affascinante donna dai capelli d’oro, affiliata della Cia, scompaia dalla scena di un efferato omicidio presso un albergo di lusso del centro di San Francisco. E a questo punto ci sarà bisogno di lei. Ma prima che Lindsay riesca a rintracciare la donna per fare chiarezza sul caso, un incidente aereo getterà l’intera città nel caos. Non bastasse anche suo marito, Joe Molinari, sparirà all’improvviso”. Insomma, un bel ginepraio. Tanto più che Lindsay teme che Joe sia in qualche modo legato alla misteriosa donna scomparsa. 
Sta di fatto che, travolta da questa concatenazione di eventi e priva di ogni certezza, Lindsay dovrà chiedere aiuto alle sue compagne del Club Omicidi per raggiungere l’obiettivo che si è prefissata: quello di scoprire la verità. In primis cercando l’appoggio di Claire “Butterfly” Washborn, sua amica del cuore da una decina d’anni, medico legale del distretto di San Francisco. Che incontriamo sin dalle prime battute in camice bianco e guanti di lattice nella sala autopsie, mentre sta esaminando lo sconosciuto della stanza 1420, al quale avevano “sparato alla fronte, all’occhio destro e anche al petto”. E a quel cadavere aveva già “scollato il cuoio capelluto dal cranio e gli aveva aperto il torace sino al pube”. Insomma, merce per palati forti come spesso succede nei thriller di Patterson. E siamo soltanto agli inizi… A seguire entreranno in scena anche CindyThomas - la giornalista scaltra, volenterosa e risolutiva in molti dei casi affrontati - nonché diversi graffianti personaggi. 
Che dire: altre due prove d’autore, che si dipanano all’insegna di indagini serrate, intrighi, saltafossi e colpi di scena. Ferma restando la connotazione umana dei protagonisti, cardine portante delle storie raccontate da questo fuoriclasse, in abbinata alla capacità di regalare sensazioni forti giocando su frasi brevi quanto di pronto effetto. 
Detto di entrambi i thriller torniamo all’autore, ricordando che Patterson - nato a Newburgh il 22 marzo 1947  e ora di stanza con la famiglia a Palm Beach County, in Florida - dopo aver completato gli studi aveva iniziato a lavorare nell’agenzia pubblicitaria Jwt sino a quando nel 1993 venne baciato dal successo grazie alla pubblicazione di Ricorda Maggie Rose, primo romanzo della saga imbastita sul citato Alex Cross, un afro-americano di spessore, razionale e intelligente, che sa tenere a bada le emozioni e che da ragazzo aveva pagato a caro prezzo la morte prematura dei genitori. Un detective-psicologo, unico nel suo genere nella narrativa di settore, che vive - dopo aver perso tragicamente anche la moglie - a Washington con i tre figli e la saggia e indomabile Nama Mama. 
Altra collana importante quella della citata serie delle Donne del Club omicidi (dirottata con successo sul piccolo schermo), nonché i lavori imbastiti su Jack Morgan, Maximum Ride, Witch&Wizard, Daniel X e i 13 libri che si riallacciano all’agenzia Private International (una saga che, a detta di molti, si nutre delle strutture più complesse fra le variegate invenzioni di Patterson). Per non parlare della quarantina di trame a tema libero, delle tante graphic novels, di alcuni libri romantici come Domeniche da Tiffany, Il diario di Suzanne o A Jennifer con amore, ma anche spaziando nel campo dei ragazzi e arrivando a firmare persino due saggi. E di questo suo furore creativo il grande schermo ne ha approfittato per trarne 13 trasposizioni, alcuni delle quali di grande successo. 
Che altro? Soltanto due brevi annotazioni. La prima legata al 2005, quando Patterson diede vita al Page Turner Awards, un premio destinato a chi si è dato da fare nel miglior modo per promuovere la lettura; la seconda supportata da spizzichi di vanità personale. Interpretando, in due diverse occasioni, se stesso mentre gioca a poker con il protagonista di Castle - Detective tra le righe (fiction Tv interpretata da Nathan Fillion), il produttore Stephen J. Cannell e altri scrittori famosi.  

Voltiamo libro. Proposto dalla casa editrice italo-tedesca Emons, che lo scorso settembre ha festeggiato i suoi primi dieci anni di vita, è tornato sugli scaffali Harald Gilbers - giornalista culturale, regista teatrale nonché studioso di letteratura inglese e storia moderna contemporanea, nato a Monaco di Baviera nel 1969 - il quale aveva debuttato nella narrativa di settore con Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie, vincitore del Glauser Prix (uno dei più importanti riconoscimenti tedeschi riservati alla narrativa di settore). 
Libro peraltro recensito su queste stesse colonne nel gennaio 2017 e ambientato nella capitale del Reich, stremata dai bombardamenti degli Alleati, dove la devastazione del territorio si sposa con quella quotidiana degli uomini. Ed è appunto in tale violento contesto che, vicino a un monumento ai caduti, viene trovato il cadavere di una donna orrendamente mutilato. Un mistero insolubile per le gerarchie al potere. Ma non per l’ex commissario ebreo Richard Oppenheimer il quale, grazie alla moglie ariana, non è stato deportato ma si trova costretto a vivere in una Judenhaus, una sinagoga. E quando nel cuore della notte viene portato via da un ufficiale delle SS, tutti temono il peggio. Tuttavia il suo destino non è ancora segnato, a patto che risolva il difficile caso. 
Ed è ancora Richard Oppenheimer - un fiero oppositore del Regime - a tenere banco nel giallo che rappresenta il seguito di Berlino 1944, ovvero I Figli di Odino (Emons, pagg. 410, euro 16,00, traduzione di Giovanni Giri), vincitore del Prix Historia e a sua volta ambientato a Berlino, ma nel gennaio 1945. Una città rasa al suolo che vede il nostro ex commissario muoversi come può a caccia di spiragli di verità mentre l’Armata rossa si trova già a ridosso delle zone di periferia. Il suo nuovo caso? Il salvataggio dell’amica Hilde dall’accusa di omicidio da parte del tribunale del Reich, un potere che cerca di tenere banco nonostante le sorti della guerra siano segnate. La vittima? Erich Hauser, marito separato proprio di Hilde, un medico che ha condotto brutali esperimenti nel campo di concentramento di Auschwitz, il cui corpo viene trovato senza testa e senza mani. Ovviamente la ex moglie è innocente, ma non sarà facile dimostrarlo. Tuttavia Richard dovrà riuscirci. Tanto più che era stata proprio lei, l’anno precedente, a trovargli sia un nascondiglio che dei documenti falsi. 
Gli indizi, secondo logica narrativa, sono ridotti al lumicino. Anzi, a disposizione del nostro commissario, ce n’è uno soltanto: un piccolo distintivo con tre triangoli intrecciati, dimenticato in una pozza di sangue accanto al cadavere. Distintivo che dà peraltro il titolo a questa seconda puntata di una trilogia che è stata recentemente completata con l’uscita di Enzeit, storia però ambientata nella Germania sovietica. 
Il giudizio su I Figli di Odino? Un lavoro ben documentato che ci porta a rivivere un periodo nero della storia dell’umanità, offrendo al lettore un quadro realistico di una città allo stremo, peraltro ancora segnata dagli ultimi sussulti del fanatismo nazista. Una vicenda che si nutre di piste false, suicidi e bocche cucite. Un canovaccio costellato di personaggi che lasciano il segno e che inducono alla riflessione. In altre parole un libro da non perdere, peraltro tradotto, oltre che in Italia, in Francia, Giappone, Danimarca, Polonia e Repubblica Ceca.

L’ultimo suggerimento per gli acquisti lo dedichiamo a Tosca Brizio, pseudonimo dietro al quale si nascondono, ma non più di tanto, Patrizia Valpiani (medico chirurgo ortodentista a Torino, dopo aver esercitato la professione di medico di famiglia, con natali legati a Pietrasanta di Versilia, in Toscana) e Gianfranco Brini (a sua volta, per trent’anni, medico di famiglia e medico legale). Una coppia capace di proporsi, narrativamente parlando, in maniera intrigante quanto piacevole. 
Complici - evidentemente - le loro precedenti esperienze sugli scaffali: Valpiani è infatti autrice di tre antologie di racconti, un romanzo, una guida poetica del capoluogo piemontese e alcune divagazioni saggistiche (con la nomina al seguito a presidente dell’Associazione medici scrittori italiani); per contro Brini ha dato alle stampe tre romanzi (con Saluti e baci da Santo Domingo ha vinto nel 2013 il Premio Cesare Pavese) e tre raccolte di racconti. Lui che rappresenta l’Italia nell’Unione mondiale dei medici scrittori e che nel 2015, presso l’Università di Bergamo (città dove è nato, anche se ora risiede in provincia di Lecco), ha conseguito una seconda laurea, questa volta in Lettere. 
Sta di fatto che la loro unione, sotto il citato nom del plume di Tosca Brizio, ha imboccato la strada della narrativa gialla con Chiaroscuro (Golem Edizioni, pagg. 144, euro 14,00), un romanzo dai toni neri (come peraltro sottolineato dal colore della copertina) che si sviluppa in una Torino resa suggestiva, almeno in superficie, dai palazzi storici di pregio incastonati in viali alberati che riportano al periodo in cui la vecchia signora fu la prima capitale d’Italia. Ma lo sfavillio delle facciate mal si concilia con i due omicidi nei quali si imbatte il pittore Pietro Jackson, di madre italiana e padre inglese, un uomo che unisce il talento artistico a una “dote divinatoria per certi versi terribile”. 
Tutto parte da un matrimonio combinato a Sauze d’Oulx, in Val di Susa, fra due giovani calabresi. Un matrimonio speciale fra la figlia del capo di una famiglia e la nipote del boss di quella avversaria, teso a suggellare la fine della guerra fra due ‘ndrine. A seguire avverrà l’incontro, a quindici anni di distanza, di due vecchi compagni di liceo. Da qui l’idea di una rimpatriata con gli altri maturandi, “mentre un incrocio misterioso e inquietante di telefonate sghembe coinvolge il citato Pietro e il suo amico di sempre, Matteo, in una vicenda parallela quanto rischiosa”. 
Precisato che si tratta di un lavoro di fantasia, questa storia ben si colloca in una narrazione disinvolta quanto accattivante. Dove i personaggi si esprimono nel linguaggio malavitoso dei tempi andati, la qual cosa rende più credibile il canovaccio. Così “il lupo è un killer che dispensa confetti, nel senso di pallottole, l’ucciso è un bulgaro diventato colomba dato che la sua anima è volata via, il professore è la mente pensante di una batteria, cioè di una gang. E chi cicala parla troppo, chi cicca si arrabbia, chi ciocca protesta”, mentre il 640 è il truffatore che appena può ti frega. Insomma, benvenuti nel mondo della mala.

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