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È possibile un nuovo modello di convivenza sulla Terra?

Gli antropologi Marco Aime, Adriano Favole e Francesco Remotti rispondono ai pressanti interrogativi provocati dalla pandemia e dal cambiamento climatico. Parlandoci del mondo che ci aspetta


22/02/2021

di Tancredi Re


Il mondo nella tormenta. Non soltanto per la pandemia che, inaspettatamente e terribilmente, sta flagellando l’umanità, ma anche per le immani conseguenze - già evidenti da tempo - legate ai cambiamenti climatici. Quelli che - causati dalla generazione di energia (trasporti, riscaldamento, funzionamento degli stabilimenti) e che vanno dallo sfruttamento di fonti energetiche fossili all’uso massiccio delle plastiche, degli anticrittogamici, dei fertilizzanti, dei detersivi e così via - stanno pesando sull’ambiente e sugli ecosistemi naturali. Inquinandoli, depauperandoli, deteriorandoli. In una parola: distruggendoli. Poco alla volta. 
Proprio quando la sospensione temporanea delle attività antropiche disposta dalle autorità di governo in tutto il mondo (lavoro, trasporti, viaggi, relazioni sociali) quali misura principale, ma non esclusiva (come dimenticare le mascherine e i disinfettanti di cui si è fatto un uso massiccio e universale fin quasi dall’inizio dell’esplodere della pandemia), per la mitigazione della diffusione del contagio e l’aumento delle vittime, è stato notato paradossalmente come l’ambiente ne abbia tratto un evidente beneficio. 
Molte aree urbane densamente popolate e a elevato indice di inquinamento - fiumi, foci ed estuari - hanno visto diminuire l’impatto nelle acque e nell’atmosfera, com’è stato evidenziato dalle foto dei satelliti geo-stazionari, da riprese Tv e dalle testimonianze di persone che vivono in questi luoghi fortemente compromessi. 
Cosa possono insegnarci gli antropologi? Qual è la lezione che possiamo trarre da quanto sta accadendo nel mondo? 
A queste e ad altre domande provano a rispondere Marco Aime, Adriano Favole e Francesco Remotti nel saggio Il mondo che avrete. Virus, Antropocene, Rivoluzione (Utet, pagg. 192, euro 14,00) da poco giunto nelle librerie e che sta già facendo discutere. 
Le chiusure, definite con il termine inglese lockdown entrato ormai nel gergo comune, sono state un’esperienza straniante e inattesa, del tutto estranea al nostro modo di pensare. Una parentesi che ha provocato - oltre a un’ecatombe di morti e a decine di milioni di ammalati, una parte dei quali ancora ricoverati nei reparti di terapia intensiva o in quelli di medicina generale di tutto il mondo - una recessione imponente, profonda, terribile con la cessazione o la forte compromissione di imprese e settori economici, la perdita di milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, la distruzione di ricchezza, l’aumento esponenziale del debito pubblico nei bilanci di molti Stati e quello di privati. 
Tutti vorremmo chiudere definitivamente questo periodo oscuro e sciagurato della nostra vita, per riprendere il cammino interrotto, quel “progresso infinito” con cui la civiltà occidentale ha voluto segnare la sua storia e la sua presenza nel mondo. 
L’antropologia si fa portatrice di testimonianze spesso lontane nel tempo e nello spazio, in grado di mettere in luce le “vie di fuga” tracciate da ogni cultura, le sospensioni, anche traumatiche, con cui si pongono domande cruciali sul presente e sul futuro. 
Gli autori sostengono che non è vero che le società da noi definite “tradizionali” e “premoderne” abbiano lo sguardo rivolto soltanto al passato: al contrario, non è raro trovare al loro interno un confronto esplicito tra generazioni allo scopo di garantire ai giovani un futuro vivibile.
Dall’osservazione partecipante del lockdown e dalle riflessioni sulla “cultura dell’Antropocene” in cui siamo invischiati emerge drammaticamente il “furto di futuro”, l’impressionante debito economico ed ecologico che gettiamo sulle spalle delle nuove generazioni. Come venirne fuori, se non ideando un altro modo di vivere, una rivoluzione che abbia come obiettivo quello di rifondare la convivenza tra noi e gli altri abitanti della Terra, tra noi e la natura?

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