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Ecco perché l'Europa, in profondo declino, non deve morire

Rafforzare il ruolo del Parlamento europeo, impedire lo svuotamento del processo di integrazione e rilanciare il riformismo: sono questi, secondo Marco Piantini, i provvedimenti che potrebbero caratterizzare la prossima legislatura e vedere l’Italia protagonista


18/03/2019

di Tancredi Re


Quello che stiamo vivendo è un anno speciale. Ricorre quest’anno, infatti, il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, il “muro della vergogna” che per alcuni decenni divise in due la capitale storica della Germania e contrappose, durante la “guerra fredda”, le democrazie liberaldemocratiche europee guidate dagli Stati Uniti al totalitarismo dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati. Quest’anno inoltre si svolgeranno, a fine maggio, le elezioni del Parlamento europeo nei 28 (o 27 che dir si voglia) Stati membri. 
Apparentemente diversi, questi due eventi sono legati tra loro. Berlino rappresenta il passato dell’Europa con la sua memoria gravida di divisioni, odio e dolore, ma anche un simbolo di rinascita dopo le due guerre insanguinarono il suolo del Vecchio Continente e di affermazione della libertà e della democrazia sul dispotismo e l’oppressione dei regimi illiberali, sia nazisti che fascisti e comunisti. 
Le elezioni del nuovo Parlamento serviranno a testare il grado di consenso dei cittadini nei confronti dell’Unione europea e potranno fornire indicazioni su quale strada imboccherà l’Europa negli anni a venire. 
In mezzo a questi due eventi c’è il presente di un’Europa mai come adesso così impopolare, così disunita, così frastornata, così duramente messa in discussione. 
La parabola dell’Europa è chiara e il suo declino sembra inarrestabile: in bilico tra il pericolo di implosione e la trasformazione in un’Europa delle nazioni. Ma è davvero un destino inevitabile quello che attende al varco l’Ue? Che cosa non ha funzionato negli ultimi decenni? Siamo ancora in tempo per recuperare un’idea politica di Europa come motore di progresso democratico e sociale? E l’Italia che ruolo potrà ancora svolgere in questo processo in divenire? 
A queste domande offre spunti e riflessioni Marco Piantini, nel suo libro intitolato La parabola d’Europa (Donzelli, pagg. 197, euro 20,00), arricchito dalla prefazione di Giorgio Napolitano e dalla postfazione di Giuliano Amato. 
Funzionario europeo, senior fellow della School of European Political Economy della Luiss e collaboratore dal 2006 al 2014 per gli Affari europei del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dei presidenti del Consiglio Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, l’autore passa in rassegna i trent’anni trascorsi dal crollo del muro di Berlino, il rapporto tra Germania e Italia, nonché le trasformazioni di Berlino e della società e della politica europee. 
“Grande è la preoccupazione soprattutto per il distacco tra il nostro Paese, che deve seguire un gravoso cammino di ripresa economica, e la parte più avanzata dell’Unione e i rischi in particolare che ne conseguono per la zona euro” scrive Piantini nell’introduzione intitolata, non a caso, la crisi dell’europeismo italiano. “Diventa sempre più evidente il legame tra la questione europea e quella nazionale e cioè tra come fratture politiche ed economiche tra noi e gli altri paesi europei si ripercuotono in fratture all’interno del nostro stesso Paese”. 
In questo libro Piantini individua gli errori e i passi falsi commessi dall’Europa, ma anche le conquiste e le basi da cui ripartire. “Proprio l’idea di Europa unita, in sé, nasce dagli errori più tragici. L’integrazione europea, si può dire, è la storia di una lezione” scrive. “È nelle sue sconfitte - aggiunge - che l’Europa ha cercato le idee e le proposte per riprendersi”. 
Mai come adesso l’Europa ha bisogno della cultura europeistica italiana che permea il Paese e affonda le sue radici nella storia politica italiana del secondo Dopoguerra e nelle decise scelte di campo allora compiute: europeismo e atlantismo. 
Scelte che furono promosse e difese da figure eminenti della politica nazionale di tutte le formazioni partitiche del cosiddetto arco costituzionale: dalla Democrazia cristiana ai comunisti, dai socialisti ai liberali, dai radicali ai repubblicani. Si pensi, ad esempio a uomini politici come Altiero Spinelli, Antonio Giolitti, Giorgio Amendola, Pietro Nenni, e, ancora, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Gaetano Martino, Ugo La Malfa, Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi. E tanti altri se ne sarebbero aggiunti dopo. 
Ma tanto basta per capire da dove proviene la cultura europeistica che oggi - avverte l’autore - corre un grave pericolo proprio nella “perdita di memoria e di testimonianza”. Memoria non strettamente riferita alla storia, ma ai sentimenti e agli ideali che consentirono la “ricostruzione del Dopoguerra” e alimentarono “la continuità e la flessibilità della nostra azione in Europa e nel mondo”. 
Quali devono essere allora le vie da percorrere per riconnettere “la domanda di Europa con l’europeismo e per rilanciare la continuità e la flessibilità della politica europea italiana?” Sono due. Anzitutto la nostra partecipazione allo sviluppo della nozione di Europa che protegge e che agisce alle sue frontiere e nei suoi rapporti in particolare per noi nel Mediterraneo, promuovendo quelle forme di cooperazione strutturate indispensabili per farlo. E in secondo luogo la questione della democrazia e delle sue forme. 
“L’Unione Europea rappresenta - secondo lo studioso - l’evoluzione della democrazia dal livello cittadino a quello nazionale e, con caratteristiche sui generis da questo livello a quello sovranazionale. La sfida oggi è quella di contrastare un possibile neoassolutismo mascherato da democrazia diretta. Ecco perché occorre promuovere nuove forme di partecipazione a livello europeo, che in sostanza siano ispirate dalla democrazia parlamentare e non ambiscano a sostituirla. 
Per la nostra storia, le nostre tradizioni, la nostra cultura e il patrimonio di valori che condividiamo con gli altri popoli europei, abbiamo non soltanto il diritto, ma soprattutto il dovere di “esigere una rifondazione degli ideali della politica e chiedere un rinnovato impegno per l’Europa come motore d’inclusione sociale e di partecipazione democratica”.  
Rafforzare il ruolo del Parlamento europeo, impedire lo svuotamento del processo di integrazione e rilanciare il riformismo - conclude il suo ragionamento Piantini - sono le questioni cruciali che possono caratterizzare la prossima legislatura europea e rispetto alle quali l’Italia può e deve ritrovare il suo ruolo da protagonista.

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