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Ecco perché (non) sarà l’Italia a far crollare l’Ue

Dati alla mano la Germania sarebbe la nazione che più di tutte approfitterebbe di un eventuale tramonto dell'Eurozona


18/05/2020

di Damiano Pignalosa


Non lo si può nascondere, le grosse crisi economiche storicamente hanno sempre portato a dei cambiamenti socio-politici epocali, segnando indelebilmente il proseguo della civiltà così com’era fino a quel momento. È chiaro a tutti che l’emergenza coronavirus dopo aver affossato i diversi sistemi sanitari mondiali ora punta senza pietà alle economie, già molto fragili, dell’intero pianeta. Nella cara e vecchia Europa, uno dei continenti maggiormente colpiti, non a caso spuntano sempre più frequentemente fazioni che inneggiano all’indipendenza monetaria screditando a più mandate il sistema euro e tutto quello che ne deriva dopo le enormi difficoltà che gran parte delle nazioni stanno vivendo.
Uno dei Paesi che spesso viene accostato ad una probabile uscita dall’euro è proprio l’Italia. Sull’argomento la frattura dell’opinione pubblica si fa sempre più marcata con i sostenitori di un’Italexit che reclamano a gran voce la restituzione della libertà monetaria ad una nostra banca centrale così da eliminare le sedute estreme di contrattazione sugli interventi da apportare a supporto dell’economia reale. Dall’altra parte si fa notare come sia esageratamente grande il nostro debito pubblico che, dopo le iniezioni di liquidità nelle manovre per contrastare il Covid-19, arriverà a toccare il 160% mettendo l’Italia in una posizione che ci porterebbe a limite del fallimento in assenza di una struttura solida come potrebbe essere l’Ue.
Questa battaglia, più mediatica che politica al momento, inizia a coinvolgere anche Bruxelles. Manfred Weber, capogruppo del Partito Popolare Europeo, in un'intervista a Repubblica sottolinea la necessità che le istituzioni europee supportino finanziariamente il Paese, perché un'uscita dell'Italia dall'Unione europea "sarebbe ancora peggio di una Brexit: sarebbe la fine dell'Ue". Weber però mette i paletti affinché questo sostegno sia accettato anche dagli altri paesi dell'Unione. "Voglio essere chiaro. Non deve accadere che Paesi come l'Italia o la Spagna utilizzino gli aiuti miliardari del fondo per la ricostruzione per tappare i buchi di bilancio o pagare le pensioni – ha sottolineato Weber – C'è bisogno di controlli rigorosi, per garantire che il denaro venga speso correttamente. A questo scopo sono necessari progetti Ue chiaramente definiti e un rafforzamento delle strutture europee di vigilanza".

Insomma, aiuti sì ma controllati, quello che però ci si chiede è se sia davvero l’Italia la candidata numero uno per un ipotetico crollo dell’eurozona. Può sembrare un’eresia ma dati alla mano è proprio la Germania che, con la sua posizione di supremazia, potrebbe spazzar via il ventennio di moneta unica riportando alla ribalta un marco forte che ridisegnerebbe completamente gli equilibri economici e monetari dei mercati. Questo esperimento in realtà i tedeschi lo hanno già fatto, basta tornare alla riunificazione tra le due germanie Est e Ovest.
Il 9 novembre del 1989 cadeva il muro di Berlino con la parte occidentale che annetteva senza indugio la parte orientale, la vecchia Ddr (Repubblica Democratica Tedesca) e di lì a poco ci sarebbe stato un cambiamento economico a dir poco epocale. In quel momento si apriva la lunga stagione, per la Germania socialista, della rincorsa per imitare e diventare uguale alla Germania dell’Ovest, democratica, capitalista, ricca. All’inizio degli anni ‘90, i Länder (le regioni) della Ddr erano arretrati di decenni rispetto a quelli occidentali, per standard di vita, infrastrutture, capacità produttive, libertà di ricerca, innovazione, imprese capaci di stare sui mercati. Nel giugno 1990, fu fondata la Treuhandstalt, alla quale fu dato il compito di ristrutturare 8.500 imprese di Stato della Ddr, con oltre quattro milioni di dipendenti. Furono privatizzate le caserme, le proprietà dei partiti, le case popolari, 2,4 milioni di ettari di terreni agricoli e foreste. La battaglia tra un marco forte occidentale e uno debole orientale fu vinta senza indugio dalla prima, l’ex Ddr dovette mettere tutto nelle mani dell’ovest vista l’incapacità di poter contrastare una disparità economica così elevata permettendogli quindi di annettere forza lavoro a basso costo, l’acquisizione a prezzi vantaggiosi di nuovi impianti produttivi e il successivo indottrinamento di tutta le parte orientale verso il pensiero unico tedesco creando una superpotenza a livello internazionale. Una conseguenza della riunificazione fu la crisi del Sistema monetario europeo (Sme) del 1992, che colpì in particolare lira e sterlina. «L’alta domanda pubblica e privata di capitali – scrisse il famoso economista Hans-Werner Sinn a metà Anni Novanta – fece aumentare i tassi d’interesse tedeschi rispetto a quelli di altri Paesi, incrementò l’attrattività del marco tedesco come moneta d’investimento e creò una forte pressione affinché si apprezzasse». Lo Sme, che stabiliva parità valutarie tra i Paesi europei, non resistette, il marco tedesco si rivalutò e la crisi politica che ne seguì diede una spinta decisiva alla moneta unica, già prevista nel Trattato di Maastricht del febbraio 1992. Le cancellerie europee, infatti, timorose della forza aumentata della Germania unita, avevano dato il via libera alla riunificazione proprio in cambio della rinuncia, da parte della Germania stessa, alla sovranità monetaria.
Ora come allora la disparità tra i tedeschi e l’Europa intera è pressoché abissale, un ipotetico crollo dell’Unione europea non farebbe altro che rimettere in campo un marco estremamente forte che permetterebbe alla Germania di assumere un potere economico doppio rispetto ai suoi partner e competitor mondiali. Potendo aumentare le acquisizioni a prezzi stracciati e adottando un piano industriale altamente qualitativo con basi strategiche posizionate su tutto il territorio europeo di certo la Germania diventerebbe senza indugio tra le prime superpotenze del pianeta compiendo un vero e proprio scacco matto.
Questo scenario è pressoché ipotetico, ma di sicuro ora sappiamo che i tedeschi sanno esattamente cosa stanno facendo, l’hanno già provato sul loro territorio e sarebbero in grado di riproporlo a livello europeo. Italexit? Forse, chi lo sa, resta il fatto che si aprirebbe una pagina ancora più germano-centrica indipendentemente dai benefici o dai danni che assorbirebbe il nostro Paese…

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