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Emergenza, bene il Governo ma occorre reinvestire sulla sanità e osare sull’economia

Per Loredana De Petris (Gruppo Misto) troppa disinvoltura nel concedere bonus a persone e nel tagliare tasse a imprese che non ne avevano bisogno. Le priorità del Recovery Plan? Ridurre le diseguaglianze sociali e accelerare sulla transizione energetica. Il Mes? Serve chiarezza. Inoltre sulla legge elettorale…


06/07/2020

di Giambattista Pepi


La pandemia, ben gestita dalle Istituzioni, è stata un’esperienza tragica che ha rivelato che la sanità pubblica è rimasta indietro. Fermo restando che è ancora presto per giudicare la reazione alla crisi economica innescata dal Covid-19. Per contro non ci è piaciuta la disinvoltura nel concedere il bonus di 600 euro a persone e il taglio delle tasse a imprese che non ne avevano bisogno. E la riduzione drastica delle diseguaglianze sociali deve essere una delle priorità assolute del Recovery Plan italiano. Quanto alle grandi infrastrutture, non ci serve (e ci è costato già tanto) il Ponte sullo Stretto, meglio privilegiare gli investimenti nell’economia verde. Infine, d’accordo sulla riforma della legge elettorale in senso proporzionale, ma a patto di ridurre la clausola di sbarramento sotto il 5%. 
La senatrice Loredana De Petris (parlamentare eletta nelle liste di Liberi e uguali), presidente del Gruppo misto al Senato, in questa intervista a tutto campo ci ha affidato le sue critiche riflessioni sulla gestione dell’emergenza e sui dossier scottanti (dalle risposte alla crisi economica, alle scelte del Recovery Plan da presentare a Bruxelles, dalle grandi opere fino alla riforma elettorale) che attendono al varco il Governo da qui a settembre.

L’Italia ha (quasi) superato la pandemia Covid-19. Ma la comunità è stata colpita al cuore da una tragedia immane che difficilmente potrà essere dimenticata. Che cosa ci ha insegnato questa esperienza? 
Credo che dobbiamo fare tesoro di questa tragica esperienza. Per anni abbiamo assistito a continui tagli della Sanità pubblica e all’imporsi di un modello fondato sulla privatizzazione e sull’ospedalizzazione a scapito dei servizi sanitari diffusa sul territorio. Abbiamo scoperto nella maniera più traumatica che quel percorso porta a conseguenze disastrose e deve essere invertito tornando a puntare sulla Sanità pubblica e sui distretti medico-sanitari territoriali.

Come valuta il suo Gruppo la risposta delle Istituzioni alla crisi sanitaria ed economica che ha prostrato il Paese? 
Nel complesso e, nonostante errori, alcuni dei quali erano difficilmente evitabili, tenendo conto del fatto che l’Italia è stato il primo Paese a essere colpito dalla pandemia, direi che le Istituzioni hanno retto bene l’impatto della crisi sanitaria. Per giudicare la reazione alla crisi economica innescata dal Covid-19 è ancora presto. Come maggioranza abbiamo cercato in ogni modo di mantenere la promessa di non lasciare nessuno solo, in balìa della crisi. Ma sin qui si è trattato di misure emergenziali necessarie per fronteggiare gli effetti più immediati della crisi. La vera sfida, quella per la ricostruzione e per una svolta radicale nella politica economica del Paese comincia solo ora.

Durante le settimane più difficili, il Paese ha assistito a polemiche e “bracci di ferro” tra il Governo centrale e le Regioni o, almeno, con alcune tra esse. Qual è la sua opinione? 
Era già evidente da prima del Covid-19 che la confusione di competenze tra Stato e Regioni è foriera di caos e produce effetti fortemente nocivi in termini di efficacia e rapidità delle decisioni. Senza farne una battaglia tutta ideologica e propagandistica è evidente che quei rapporti devono essere riveduti e corretti.

Gli interventi messi in campo dal Governo sono stati tempestivi e appropriati all’inedita crisi? Si è fatto tutto quello che andava fatto oppure si doveva agire diversamente? 
Come ho già detto, abbiamo cercato di non lasciare solo nessuno e direi che, in buona parte, ci siamo riusciti. Si poteva fare di più. Il limite principale è stato l’inserimento di verifiche e codicilli nell’erogazione dei sussidi alle fasce più povere della popolazione, in particolare il Reddito d’emergenza, a fronte della disinvoltura con cui è stato assegnato anche a chi non ne aveva alcun bisogno il sussidio di 600 euro e del taglio delle tasse anche per le aziende che nella crisi non hanno perso niente o hanno addirittura guadagnato.

L’Istat e la Caritas ci hanno consegnato la fotografia di un Paese in cui aumentano la povertà, le disuguaglianze, il divario tra cittadini e tra Nord e Sud. Cosa pensate di poter fare? 
La riduzione drastica delle diseguaglianze sociali deve essere una delle priorità assolute del Recovery Plan italiano. Non è solo una questione di giustizia e persino morale. È un passo fondamentale anche sul piano della ripresa economica. Da decenni assistiamo a una gigantesca redistribuzione della ricchezza a favore dei più ricchi e quella è l’origine della permanente instabilità economica e la radice stessa della crisi dei mutui subprime del 2008 (crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti e che si è poi propagata nel resto del mondo - ndr).

C’è un Mezzogiorno alla deriva. Lo conferma impietosamente lo Svimez nell’ultimo report. Lo Stato sembra essersene dimenticato… Conte vuole assumere la ricostruzione del ponte di Genova come modello per la realizzazione delle future infrastrutture in tutto il Paese, ma l’Alta Velocità si ferma a Napoli e il Ponte sullo Stretto di Messina è ancora nel libro dei sogni… 
Non abbiamo bisogno di Grandi Opere faraoniche, non solo inutili ma devastanti su tutti i piani e immensamente costose. Anche su questo piano è necessario un cambio radicale di prospettiva. Bisogna intervenire con le opere che sono necessarie per la cura e messa in sicurezza del territorio, per la mobilità sostenibile e intermodale e per le infrastrutture digitali e di rete e molto altro ancora davvero necessario per il Paese. Che senso ha impegnarsi in un’operazione che è stata già immensamente costosa, anche solo a parlarne, come il Ponte sullo Stretto (abbiamo ancora i costi della liquidazione della società Ponte sullo Stretto) e ignorare la condizione assurda dei pendolari in tutta Italia? Quando parliamo di Green New Deal intendiamo anche una operazione possente di investimenti utili per la transizione verde fondamentale per fronteggiare i cambiamenti climatici.

Il Governo deve elaborare un Piano da presentare alla Commissione europea con le strategie e gli obiettivi da perseguire con il Recovery Fund. Quali sono le priorità? 
La priorità assoluta, oltre alla riduzione delle diseguaglianze sociali, è un intervento di riconversione ecologica e di accelerazione della transizione energetica di vastissima portata. Del resto, anche senza bisogno del Covid-19, questa era l’essenza del patto di fondazione che ha permesso nell’agosto 2019 la nascita dell’attuale maggioranza e questa è la scelta strategica dell’intera Ue. Ma anche in questo caso in ballo non c'è solo la necessaria scelta di intervenire sulla riconversione prima che sia troppo tardi. Ci sono anche considerazioni di competitività economica immediate. Paesi come la Germania non mancheranno di sfruttare al meglio l’occasione offerta dal Recovery Fund e dalla Ricostruzione post Covid-19 per correre in quella direzione. Se l’Italia non si muove rapidamente il ritardo non verrà mai più recuperato e il prezzo sarà altissimo.

Sulla questione controversa dei fondi del Mes, il Gruppo Misto ha preso posizione? 
Il Gruppo Misto è composito e dunque non possono che esserci opinioni diverse. Personalmente, essendo un passo che inevitabilmente comporta potenziali rischi, mi pare ragionevole aspettare di avere di fronte il quadro complessivo e la chiusura del negoziato sul Recovery Fund prima di decidere.

Le opposizioni attendono che il Governo metta ai voti una risoluzione confidando che la maggioranza possa spaccarsi. Il Governo rischia? 
Il Governo rischia in un caso solo: se non fa le cose che è chiamato a fare, che erano urgenti prima di questa crisi e sono urgentissime ora.

Cosa pensa delle tensioni sulla legge elettorale? 
L’intesa in maggioranza era sull’impianto proporzionale, ma la soglia di sbarramento del 5% a mio avviso è da rivedere e abbassare, tanto più se il referendum confermerà il taglio dei parlamentari. Bisogna salvaguardare il pluralismo della rappresentanza che è il sale di ogni democrazia.

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