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Emil Zátopek, il più grande atleta della storia dell'atletica leggera

A raccontarcelo è l’inglese Rick Broadbent, che ne traccia un profilo indimenticabile. Quello di un uomo che pagò duramente la sua voglia di libertà


02/07/2018

di Valentina Zirpoli


La notizia della morte di Emil Zátopek era arrivata improvvisa la mattina del 22 novembre 2000. In molti ritenevano si trattasse di una fake news, per dirla con una espressione di moda. Come poteva infatti morire un campione di quella tempra, assurto al ruolo di “locomotiva umana” sulle piste di mezzo mondo? Invece era proprio così. Il più osannato, leggendario mezzofondista e maratoneta della storia dell’atletica leggera aveva dovuto abbassare bandiera nell’ospedale militare di Praga, messo alle corde da una serie di gravi problemi di salute (frattura del femore, una virosi che si era trasformata in polmonite con complicazioni cardiache) culminati con un ictus cerebrale. Se n’era così andato un uomo simbolo, sia in pista che nella vita, e con lui un pezzo della nostra storia. Basta peraltro una sua frase per etichettarne la serietà dell’uomo e del campione: “Un atleta non può correre con i soldi nelle tasche. Deve correre con la speranza nel cuore e i sogni nella testa”. 
E a questo monumento di trionfi e di delusioni, di etica sportiva e di un mondo che stava cambiando, sono stati dedicati diversi libri, buon ultimo quello scritto dalla mano calda del giornalista inglese Rick Broadbent, ovvero Emil Zátopek. Una vita straordinaria in tempi non ordinari (66thand2nd, pagg. 314, euro 22,00, traduzione di Andrea Marti e Stefano Tettamanti della Grandi & Associati). 
Un uomo dal sorriso triste e dalle spalle un po’ curve, Zátopek, che aveva stravinto in pista (ad esempio quattro medaglie d’oro e una d’argento alle Olimpiadi, tanto da essere incluso nella Iaaf Hall of Fame), ma che aveva perso tutto per le sue condivisibili prese di posizione politiche (figura influente del Partito comunista, ne aveva però appoggiato l’ala democratica. Così, dopo la Primavera di Praga - che lo aveva visto firmatario del Manifesto delle duemila parole di Ludvík Vaculík - venne rimosso dai sovietici da tutti gli incarichi, perdendo il lavoro, i gradi nell’esercito, la pensione. E per sopravvivere si adattò a lavorare nelle miniere di uranio di Jáchymov, una specie di “avamposto dello Stige”. 
Insomma, attingendo a una quantità di testimonianze dirette, incluse quelle della moglie Dana Ingrova (a sua volta atleta olimpica), Rick Broadbent ci racconta una straziante storia di sopravvivenza: l’ascesa, la caduta e la riabilitazione dell’atleta che “Runner’s World” ha etichettato come “il più grande corridore di tutti i tempi”. 
Lui che ai Giochi di Helsinki del 1952 era stato protagonista di una storica tripletta (5.000, 10.000 e maratona, gara peraltro corsa per la prima volta), ridando smalto a una disciplina, quella dell’atletica leggera, uscita massacrata da una terribile guerra. In tal modo ricucendo le sfilacciature della solidarietà internazionale che si era smarrita a partire dalla fine degli anni Trenta. 
Lui campione inarrivabile, macinatore di record mondiali, che quando correva ansimava e sbuffava come se fosse sempre sul punto di lasciarci l’anima; lui che, lontano anni luce dalla purezza del fuoriclasse procedeva a strappi, in maniera scomposta, sofferta; lui che arrivava da un villaggio di campagna ed era “nato già vecchio come il finlandese Pavo Nurmi, come quelle stelle dello sport che sono già grandi e mature al loro apparire”; lui che curiosamente veniva messo a dura prova soltanto dalle gare più brevi; lui che si era scoperto podista nel 1941, a diciannove anni, quando partecipò controvoglia a una gara organizzata dalla fabbrica di scarpe (la Bata di Zlin) per la quale lavorava come apprendista. 
Poi le corse nella Cecoslovacchia occupata dai nazisti e le prime vittorie. Seguite dal tripudio sulle piste di mezzo mondo. Sino al suo doloroso cedimento ai Giochi di Melbourne del 1956. Quando, nella maratona, giunse sesto nell’ultimo rettilineo, “per poi cadere in ginocchio e affondare la testa nell’erba gialla. Restando così per lunghi minuti, durante i quali pianse e vomitò l’anima”. Perché non era un atleta da sconfitte. 
Insomma, dando voce a testimonianze spesso inedite, Rick Broadbent (vincitore del British Sports Book Award e tre volte finalista al William Hill Sports Book of the Years, nonché prima firma del Times di Londra per oltre 15 anni) regala ai lettori una straziante storia di sopravvivenza: l’ascesa, la caduta e la riabilitazione di un impareggiabile atleta. 
Già, Emil Zátopek, il quale ebbe a dire: “Se vuoi correre corri il miglio. Ma se vuoi provare una vita diversa, corri la maratona”. Lui che si era affacciato controvoglia nel mondo dell’atletica, per poi infrangere in men che non si dica il suo primo record nazionale. Tenendosi in forma correndo nei boschi con gli scarponi da soldato. In altre parole inventandosi un metodo di allenamento rivoluzionario. Lui che aveva, lo ribadiamo, una postura goffa, sofferente. “Correva come se avesse un cappio al collo”, scrisse un cronista, proponendosi come “lo spettacolo più spaventoso dai tempi di Frankenstein”. Ma i fatti lo avrebbero smentito, a fronte di imprese mai eguagliate.

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