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Esiste davvero una scienza del talento e della fortuna?

Strategia, psicologia e spiritualità per capire queste due doti rare, riservate apparentemente a pochi eletti


21/04/2020

In tempi difficili come questo viene spontaneo interrogarsi a proposito della fortuna e del proprio talento, frenati da una situazione imprevista. 
Esiste una strategia del talento e della fortuna? Nel suo quattordicesimo libro, “Fortuna o Talento? Strategia, psicologia e spiritualità del talento e della fortuna” (Edizioni Segno, Udine, 2020. ISBN: 978-88-9318-520-2. Brossura, 210 pagg., € 18,00), Giorgio Nadali ci spiega cosa si cela dietro a queste due doti rare, riservate apparentemente a pochi eletti. 
Il talento è un dono prezioso. Una capacità di cui non abbiamo merito. Una dote innata. È ciò che ne facciamo che determina il nostro valore. Va scoperto, va fatto fruttare. Nessuno può rubare il tuo talento, ma a causa del tuo talento possono ostacolarti per invidia e gelosia. Talvolta per ignoranza o per paura, come nel caso di genitori verso i figli. Il talento è un dono così grande che può intimorire chi lo riceve e chi lo osserva in te. Gli invidiosi possono ingannarti al punto da farti credere di non averlo. 
Una gran quantità di talento viene sprecata nel mondo per mancanza di un po’ di coraggio – osserva lo scrittore del XVIII secolo Sydney Smith. Ogni giorno manda nei loro cimiteri uomini sconosciuti la cui timidezza ha impedito loro di compiere il primo sforzo. Il punto è, che per fare qualsiasi cosa al mondo che valga la pena di fare, non dobbiamo ritrarci tremanti e pensando al freddo e al pericolo, ma tuffarci ed attraversare la mischia al meglio che possiamo. 
Troppe volte il nemico del nostro talento siamo noi stessi. Scoprire il proprio talento è una grande responsabilità, un dovere verso noi stessi, verso la società e verso Dio che ce l’ha donato. Nella parabola evangelica l’unico che ha ricevuto un solo talento va a nasconderlo sotto terra proprio per paura dell’autorità del padrone che glielo aveva donato. Sfiducia in se stesso e in ultima analisi proprio nel donatore, che è Dio. Proprio quello che ha ricevuto meno talenti di tutti non crede nemmeno in quell’unico che ha ricevuto.    
Il termine ebraico "kikkar", generalmente reso "talento", di solito indica nelle fonti talmudiche un peso per oro e argento. Esattamente 34,29 chili d’oro. Un enorme valore. 
Oggi troppi si accontentano di una vita mediocre perché hanno nascosto il loro talento sotto la terra dell’incredulità, della paura, della mancanza di autostima, delle delusioni, della mancanza di fede. Secondo il predicatore Ben Herbster "Il più grande spreco nel mondo è la differenza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare". Uno spreco, ma anche un atto di egoismo. I talenti ci sono donati per il bene degli altri, non per la nostra vanità. E così chi pensa di essere umile negando di avere talenti, in realtà è un pigro “palla di sterco”, come la Bibbia chiama l’indolente, che priva gli altri del dono ricevuto. 
Pensiamo spesso al talento come a qualcosa di eccezionale. Un grande musicista, un uomo di affari di successo, un genio della scienza. Cosa avrebbero realizzato queste persone se avessero sotterrato il loro talento per falsa modestia, per paura, o per aver creduto ai detrattori? In realtà tutti abbiamo ricevuto almeno un talento. Certo, alcuni ne hanno ricevuti diversi, stando alla parabola. O meglio, hanno ricevuto talenti “secondo le loro capacità”. Alcuni talenti portano alla celebrità e alla ricchezza economica. E qui entriamo nel concetto ambiguo di “fortuna”. “Quello è fortunato! Guarda che grande talento ha e dove è arrivato”. Alcuni stimano i grandi talenti. Altri la ritengono un’ingiustizia e si abbandonano all’invidia. “Io non sono nessuno, non ho queste capacità”. 
Torniamo nella notte dei tempi, anzi fuori dal tempo nel racconto biblico che ci presenta Caino geloso di suo fratello Abele i cui doni della terra erano più graditi a Dio. Un racconto simbolico molto attuale che ci presenta uno dei nemici del talento: il confrontarsi con gli altri. Misurare il proprio valore in base alla vita degli altri. Vite molto diverse di cui vediamo solo i risultati positivi, mai le lacrime versate e i sacrifici affrontati. 
“Professore, ci vuole pelo sullo stomaco” dicono in università all’autore quando parla dei successi di persone che da zero sono arrivate a risultati di eccellenza nel lavoro e hanno creato un grande business. Come dire che c’è sempre qualcosa di sospetto e di disonesto in chi ce l’ha fatta. Forse fa sentire momentaneamente meglio lo sminuire chi ha raggiunto grandi obiettivi, ma non aiuta l’autostima e soprattutto fa perdere di vista l’impegno per trasformare i propri sogni in obiettivi. 
I talenti che riceviamo sono fatti su misura per noi, per il disegno che Dio ha personalmente per noi. Ci vanno a pennello come un abito tagliato su misura. Siamo sicuri di non avere ricevuto un certo talento? Qual è il giusto mix di talento, impegno, coraggio, creatività, circostanze, intelligenza emotiva, pazienza, fede, favore di Dio che ha permesso a una persona di realizzare il proprio sogno? Esiste la fortuna casuale, oppure la fortuna dipende molto da un atteggiamento positivo che crea occasioni favorevoli e si accorge di quelle che già sono sul nostro cammino? La persona negativa è fatalista ed è questo fatalismo che le impedisce di essere “fortunata”. Innumerevoli occasioni non vengono dal “destino” o dal caso, ma dalla positività che si concentra sul bene, volge i momenti sfavorevoli in bene e si aspetta dalla vita sempre qualcosa di positivo. Quello che diciamo e quello che ci diciamo ha un grande potere. Dalle parole negative non può mai nascere qualcosa di buono. Troppe persone si rassegnano a sopravvivere, senza mai crescere materialmente e spiritualmente, forse perché qualcuno lo ha convinto a volare basso e di non valere abbastanza. Troppe persone credono più al caso che al favore di Dio e si definiscono “credenti”. 
Quanto dipende dall’essere o dal non essere nel posto giusto al momento giusto? Avere conoscenze o sapersele creare? È stato fatto un esperimento con un gruppo di persone che si considerano “sfortunate”. Risultato: Gli “sfortunati” non hanno notato una banconota posta sul marciapiede, perché non avevano la minima aspettativa di trovarla. Indovinate chi l’ha notata. Quelli che consideravano “fortunati”.  
“Uno su mille ce la fa”, dice soddisfatto un corsista in università. Come dire, “Non è uscito il mio numero fortunato e io dipendo dal caso. Cosa posso farci?” Lo avete capito? Sì, è lo stesso corsista che diceva “Professore, ci vuole pelo sullo stomaco”. Certe persone si ritagliano la propria fortuna, altre la tagliano proprio fuori dalla propria esistenza. E comunque la statistica del testo di quella canzone è decisamente più positiva. 
Allora ci chiediamo: certe vite sono più benedette (o “fortunate”) di altre? Per un credente (se è cristiano) il ragionamento non funziona. Dio non fa preferenze di figli. Tutti sono benedetti. E allora perché le vite disgraziate? Perché le vite mediocri? Per un non credente la risposta è “la sfiga”. Per certe chiese cristiane la risposta (sbagliata) è che Dio ha ben altro a cui pensare che ricolmare del proprio favore materiale e spirituale uno per uno personalmente i propri figli e che anzi, essere umili significa essere mediocri e poveri. È perché no, pure sfigati. L’autore riprende e approfondisce alcuni concetti espressi nel suo precedente libro “Buoni e vincenti. Etica e spiritualità del successo e del denaro” che abbiamo già recensito. 
L’autore si chiede: perché? In quale misura dipende proprio dal “caso” oppure da noi? Persone nella stessa identica situazione sfavorevole hanno reagito in maniera diametralmente opposta. D’altra parte anche questo è narrato nei Vangeli a proposito dell’atteggiamento opposto dei due condannati alla croce accanto a Gesù. Quanto dipende dalla libertà umana e come viene usata? Quanto dal favore di Dio? Quanto dal coraggio e dal carattere? Quanto dal caso, dalla fortuna o dalla sfortuna”? Quanto da circostanze favorevoli o sfavorevoli apparentemente incontrollabili? Cosa ne pensa laicamente la psicologia? Cosa ci dicono le grandi tradizioni religiose che rendono questa civiltà terrestre religiosa al novanta percento? Fedi che ancora oggi smentiscono la previsione del filosofo Auguste Comte di una società umana scientifica e quindi non più religiosa. È quello che Giorgio Nadali indaga in questo suo quattordicesimo libro.
Giorgio Nadali è nato a Milano nel 1962. Giornalista iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Magistero in Scienze Religiose. Docente dei corsi di "Comunicazione e Successo" e di “Religioni e Società” presso l’Università UniTre di Milano. Autore di altri 13 libri pubblicati con 7 Editori. 2 libri presenti c/o Università di Harvard, USA. Formatore e coach. Ha pubblicato recentemente “Buoni & Vincenti. Etica e spiritualità del successo e del denaro, Edizioni Segno, Udine, 2017 e “Chi non si accontenta gode. Accontentarsi della mediocrità è un “crimine”. Scopri le tue capacità per avere ed essere di più”, Lampi di Stampa, Milano, 2018.         

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