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Estate 1967: nell'Italia del boom economico la festa non è per tutti

Torna in libreria una chicca di nove anni fa scritta e riscritta da Leonardo Gori. A seguire due thriller al femminile firmati dalla tedesca Brigitte Glaser e dall’americana Rena Olsen


15/05/2017

di Mauro Castelli


Se ogni tanto sugli scaffali arriva una riproposta ci sarà pure una ragione. Peraltro semplice: il successo ottenuto in passato - nel nostro caso complice l’azzeccato colonnello dei carabinieri Bruno Arcieri - merita un ritorno in libreria a beneficio dei nuovi supporter della narrativa di settore. Ma non solo in quest’ottica va letto, o riletto, il ritorno di Musica nera (Tea, pagg. 348, euro 14,00), un poliziesco del 2008 scritto da Leonardo Gori. Questo romanzo - una specie di viaggio nella memoria di una generazione che ha rilanciato l’economia tricolore «per il bene di tutti, ma per il vantaggio di pochi» - ha infatti beneficiato di un accurato lavoro di restyling. «In realtà - ci confida l’autore - questa rilucidatura, ma sarebbe meglio parlare di riscrittura, mi è costata quattro mesi di tempo. Peraltro contro il parere di tutti, salvo quello dell’amico Marco Vichi, con il quale abbiamo in comune molte cose, anche se altre ci dividono».
Risultato? In effetti gli aggiustamenti, la correzione di alcune incongruenze nonché le parti riscritte o spostate (volte a ridare maggiore ritmo alla storia) risultano evidenti rispetto alla prima edizione pubblicata da Hobby & Work, la rimpianta casa editrice che ha chiuso i battenti da diversi anni dopo aver lasciato il segno nel nostro panorama editoriale.
Non bastasse, Musica nera beneficia anche di una “coda” firmata da Marco Vichi, ambientata una decina di mesi dopo i fatti narrati. Si tratta, a sua volta, di «un capitolo che apparterrà al nuovo romanzo di Marco, in uscita forse a novembre e provvisoriamente intitolato Nel più bel sogno. Il motivo? Non volevo lasciare i miei nuovi lettori con il dubbio che la storia di Arcieri si concludesse qui. E poi, come molti sapranno, le storie del mio colonnello e quelle del vichiano commissario Franco Bordelli spesso si sono già incrociate nelle rispettive indagini». Il che non deve stupire in quanto Gori e Vichi, oltre a essere amici, hanno anche scritto a quattro mani, sempre nel 2008, il romanzo Bloody Mary.
Che dire: in Musica nera l’autore, nel dare voce a un fedele ritratto dell’Italia del 1967, «raduna e intreccia da maestro una serie di temi civili e politici che ancora condizionano il nostro presente, plasmandoli in un giallo esplosivo, indignato, col cuore in gola e senza un attimo di tregua». La qual cosa induce il lettore alla riflessione, ma anche a porsi delle domande sui tanti come e perché legati a quel periodo; un periodo dominato, in primis, dalla Guerra Fredda e dall’escalation americana in Vietnam. Per contro l’Italia si godeva i frutti della ripresa economica, che stava consentendo il diffondersi di un nuovo stato di benessere, sottolineato dalle vendite della mitica 500 Fiat e dalle vacanze al mare allargate alle masse, mentre nei juke-box impazzavano Rocky Roberts, Bobby Solo, Gianni Morandi, Adriano Celentano e Caterina Caselli.
Eppure, lungo il litorale di Viareggio, qualcuno non sembra partecipare a questa specie di euforia collettiva. Si tratta di un gruppo di donne in nero che, sul pontile del Cinquale, si ritrova ogni sera per guardare il mare, in silenzio. A notarle è l’atipico colonnello Bruno Arcieri (grande estimatore del jazz), venuto al funerale di un vecchio amico, un ufficiale della Marina militare morto per un’apparente disgrazia in un fosso. E lì, tutto coperto di schiuma, pareva che avesse fatto un bagno in vasca col soprabito nonostante la stagione ancora calda.
Inoltre sarebbe stata la musica della sua giovinezza, «suonata dalla misteriosa tromba di un musicista emerso dall’abisso del tempo, a condurlo in una trappola mortale, alla quale sfuggirà per miracolo». Proprio per farsene una ragione e per trovare le radici remote di vari omicidi - quattro bambini uccisi dai nazifascisti nel 1944, un faccendiere italiano legato ad ambienti poco chiari dei servizi segreti di Salò, l’equipaggio di un mini-sommergibile lasciato morire negli abissi del Tirreno - Arcieri si attiverà in un’indagine privata destinata a rapportarsi con un coacervo di trame eversive e di interessi privati. Un intrigo che se aveva sporcato l’Italia a fine conflitto, ora concede il bis nella raffinata località vacanziera viareggina.
Bruno Arcieri, si diceva. Un uomo tutto d’un pezzo che non ama i compromessi, che ascolta solo jazz e non sa cucinare; un azzeccato personaggio che, nel ruolo di capitano, aveva fatto la sua prima comparsa nel 2000 in Nero di maggio, che Gori aveva ambientato nella Firenze del 1938. Un numero uno che, strada facendo, avrebbe rivestito il ruolo di addetto ai servizi segreti nel corso della Seconda guerra mondiale, per poi ritrovarcelo inquieto senior citizen negli anni Sessanta. Un investigatore che ha tenuto la scena in diverse indagini, oltre che nel primo numero della serie a fumetti L’insonne, scritto da Giuseppe di Bernardo e Francesco Matteuzzi, nonché in altri racconti pubblicati su varie antologie.
E per quanto riguarda il privato di Leonardo Gori? Un uomo dotato di una robusta personalità, irascibile quanto basta, il quale continua a tenere banco, come seconda generazione, nella farmacia di famiglia attiva in quel di Firenze, città dove è nato il primo gennaio 1957, dove ha frequentato il liceo scientifico e dove si è laureato in Farmacia per «necessità». In altre parole per mandare appunto avanti - in quanto «figlio tardivo» - la farmacia del padre, «nato nel 1902», guarda caso proprio come il suo Bruno Arcieri. Un padre che lo spronava a fare sport («Ma non faceva per me, visto che mi sono limitato, ultimamente, a un po’ di palestra, per poi lasciar perdere») in quanto lui sì che era portato: «In effetti, da pentatleta nato, si allenava in una storica pista cittadina con gli azzurri che si stavano preparando per le olimpiadi di Los Angeles del 1932, i quali gli chiesero se avesse voluto far parte della squadra».
Lui che non manca di sbandierare le sue «devastanti passioni» per i fumetti e per il disegno animato, a fronte di un interesse che va oltre il collezionismo, fiero com’è di quelli che ama definire i suoi tesori datati anni Trenta e Quaranta; lui che si porta al seguito un debole dichiarato per Giorgio Bassani («Per la figura di Elena Contini, la bella e ricca ebrea innamorata di Arcieri, ho preso spunto da Micol Finzi-Contini, in scena appunto ne Il giardino dei Finzi-Contini»), Mario Tobino e, nella narrativa di settore, per John Le Carré, «l’autore che ha saputo coniugare in maniera estremamente felice le regole dei romanzi di spionaggio»; lui che ha pubblicato una fortunata serie di thriller storici; lui che riesce a regalare al lettore, a detta di molti, grandi emozioni.
Di fatto un autore per certi versi scomodo che, seppure con le dovute maniere, non le manda mai a dire («Tutti scrivono, purtroppo in pochi leggono»), difendendo a spada tratta la narrativa di settore («È un genere del quale, sbagliando, se ne è dato e se ne dà ancora un’immagine riduttiva. Un genere che ho peraltro sempre amato: per questo non mi vergogno di risultare catalogato. Anzi, ne vado orgoglioso»); un uomo che della scrittura ne ha fatto una ragione di vita; un numero uno che si porta al seguito, per sua stessa ammissione, «una passione sviscerata per i misteri e per gli intrighi», anche per via di quella sua componente avventurosa che ama travasare nei suoi libri.
Che altro? Una penna affascinata dal lato oscuro della vita («Come ha avuto modo di annotare Carlo Lucarelli, noi scrittori camminiamo sul bordo del precipizio del male, stando però attenti a non caderci dentro»), ma anche un personaggio, seppure caratterialmente di buon animo, che non manca, se il caso lo richiede e da buon toscanaccio qual è, di lasciarsi andare a salutari arrabbiature («In effetti risulto amabile se mi confronto nel mio ambiente, ma intrattabile quando mi trovo altrove»); che non scrive andando a braccio, ma sempre supportato da un approfondito lavoro di ricerca, in quanto «rappresenta una parte significativa della componente creativa». La qual cosa lo porta a spulciare e scartabellare libri storici e magari «ad attingere a quelle noticine invisibili a piè di pagina che spesso consentono di far prendere vita e vigore a una storia dimenticata».
E per quanto riguarda il suo futuro di scrittore? «Rifacendomi a Non è tempo di morire, ambientato nel 1969, sto lavorando, visto che in quella trama avevo lasciato lo spiraglio di un seguito, a un romanzo che si dovrebbe intitolare - ma si sa che gli editori i titoli bene e spesso li cambiano - La scelta del colonnello Arcieri. Inoltre la mia attuale casa editrice, la Tea, ha intenzione di ristampare i miei libri ambientati negli anni Trenta e Quaranta. Secondo logica non li dovrei toccare ma, conoscendomi, credo che mi dovranno legare le mani…».

A seguire - dopo Delitto al Pepe Rosa (nel quale abbiamo incontrato per la prima volta la protagonista nel ruolo di pasticciera-detective nel miglior ristorante di Colonia) e Morte sotto spirito (in questo caso alle prese con i fornelli della locanda di famiglia nella Foresta Nera) - proponiamo il terzo caso dedicato alla cuoca Katharina Schweitzer, la prima donna entrata a far parte del clan degli chef investigatori. Ovvero Assassinio à la carte (pagg. 298, euro 12,50, traduzione di Alessandra Petrelli), un romanzo firmato nel 2005 dalla tedesca Brigitte Glaser ed entrato a far parte della collana Gialli tedeschi della Emons. Una serie voluta da Hejo Emons, il quale ama sostenere che «nessun genere letterario risulta più adatto a fare le pulci ai pregi e ai difetti di un Paese quanto un giallo d’autore». Ipotesi peraltro condivisibile, a patto che lo scrittore ne abbia la caratura. E appunto in tale ottica, con il garbo che le è congeniale, la Glaser “pilota” la sua procace cuoca Katharina - una quarantenne tutto pepe, capelli rossi e lentiggini - in un contesto segnato dalla mafia turca. Per farla breve, in questo terzo capitolo della saga la troviamo in scena a Colonia, dove gestisce un ristorante tutto suo, il Giglio Bianco, portato avanti all’insegna di prodotti biologici a chilometro zero. Ma nonostante la passione, l’impegno e l’entusiasmo della proprietaria, non è che le cose vadano per il meglio. Non bastasse, mentre la chiusura è alle porte, ci scappa anche il morto, sul quale si troverà costretta a indagare la nostra cuoca affiancata dall’ormai collaudata ex ostetrica Adela Mohnlein (nonché sua amica ed esuberante coinquilina). Ma andiamo con ordine. In questo suo primo locale, aperto nel vivace quartiere turco di Mülheim, Katharina ha voluto un lungo tavolo dove tutti i commensali possano mangiare assieme, «incrociando brindisi, sguardi e, si spera, anche nuovi amori. Per raggiungere il Giglio Bianco bisogna percorrere la Keupstraße, tra i vivaci colori delle spezie e la ferramenta del signor Özal che offre sempre il tè ai suoi clienti». Ma gli affari, come detto, non vanno bene. «Persino il carnevale sembra più grigio quest’anno, e la cattedrale più minacciosa. Non bastasse, davanti all’ingresso del ristorante viene trovato il cadavere di un uomo mascherato da cannibale». Una tragedia che si porta al seguito diversi interrogativi. Perché il morto, prima di diventare tale, aveva cercato di entrare nel suo ristorante? E per quale motivo e da chi è stato ucciso? E quale significato ha la busta trovata sotto il tavolo dopo la chiusura del locale? Su questi labili indizi Katharina si metterà a indagare, supportata - oltre che dalla citata Adela - da uno spassoso trio di ex poliziotti in pensione, che conoscono il quartiere turco e le sue storie come le proprie tasche. E in tale contesto si muovono anche diversi personaggi di cui sarebbe bene non fidarsi più di tanto, come il tenebroso Tayfun Yildirim, lo sceneggiatore dalla voce morbida e vellutata che abita proprio di fronte al Giglio Bianco. Insomma, una storia dove il cibo è il protagonista (anche questa volta l’appendice del libro è dedicata alle ricette dei piatti che Katharina prepara ai suoi commensali, ricette che «ogni lettore potrà realizzare ai fornelli di casa con un po’ di esercizio e di programmazione») e tutto il resto si propone come intrigante corollario. D’altra parte - come abbiamo già annotato su queste stesse colonne - non è una novità che la cucina la faccia da padrona nella narrativa di settore. Basti ricordare cuochi raffinati come il Nero Wolfe di Rex Stout, il Pepe Carvalho ideato da Manuel Vázquez Montalbán e, se vogliamo, pure il commissario Montalbano di Andrea Camilleri (anche se in realtà non è lui a cucinare, semmai a “riscaldare”). Ma la detective femmina esperta di fornelli e di delitti, inventata dalla Glaser nel 2001 («Quando in tv non imperversavano ancora i programmi di cucina»), rappresenta una novità. Una figura peraltro ben caratterizzata, dal carattere deciso, pronta a non lasciare nulla d’intentato nel risolvere i delitti che finiscono per incrociare la sua vita. Per la cronaca, Brigitte Glaser è nata nel 1955 a Offenburg, nella Foresta Nera, anche se da diversi anni vive a Colonia con la famiglia (della quale fanno parte anche le sue supporter Lyn e Nora), città dove si occupa di formazione. Lei che, oltre alla serie dedicata alla cuoca Katharina, aveva dato in precedenza alle stampe Tatort Veedel (una serie a sua volta incentrata su due investigatrici), oltre a diversi libri per ragazzi. La qual cosa la porta a scrivere in maniera semplice e accattivante: quanto basta per conquistare nuovi lettori. Come è successo nel 2016 con il suo ultimo romanzo, Bühlerhöhe, che ha scalato le classifiche di vendita in Germania.

Una debuttante di un certo peso si propone per contro l’americana Rena Olsen, della quale la Newton Compton ha dato alle stampe Non dirmi bugie (pagg. 329, euro 9,90, traduzione di Giorgio Collini), un inquietante thriller che si dipana fra presente e passato a fronte di una storia in perenne movimento. Una storia a tinte forti che sconcerta e cattura al tempo stesso, ben strutturata, che si nutre di una suspense psicologica di peso che gioca a rimpiattino con i tasselli della memoria che man mano vengono alla luce. Fra un “Prima” e un “Adesso”. Dall’inizio alla fine. Un romanzo peraltro imbastito su uno straniante interrogativo: cosa succederebbe se la normalità di una vita venisse stravolta da un momento all’altro, scoprendo che il passato non è esattamente quello che ti è stato raccontato? Succede infatti che Clara, mentre sta spazzolando i capelli di Daisy, una delle figlie, si trovi in casa uomini e donne armati venuti per arrestare suo marito Glen. «L’ultima cosa che lui le urla, prima di essere portato via, è di non dire nulla. E lei ubbidisce. Del resto, la rigida educazione che ha ricevuto da ragazzina, e che l’ha resa poi una giovane donna dalle maniere perfette, l’ha abituata a fare ciò che va fatto. Sempre. Ma la situazione precipita rapidamente e lei si ritrova rinchiusa, interrogata da uomini e donne che la chiamano con un altro nome, Diana, e che accusano il marito di aver commesso crimini atroci». Clara ripercorre così il suo passato, segnato da una infanzia caratterizzata da dure imposizioni, volte ad abituarla a non dire mai no. In altre parole cercando la chiave per comprendere ciò che le sta succedendo. E a poco a poco «il passato inizia a stridere con il presente e Clara è costretta a mettere in dubbio la realtà che ha sempre dato per scontata. E dovrà ricorrere a tutte le sue forze per aprire gli occhi sul presente e affrontare il futuro, se per lei un futuro ci sarà ancora…». Che dire: un commovente esordio, di piacevole quanto intrigante lettura, che si dipana fra la necessità di attingere dal proprio passato per immaginare chi si potrà diventare. Un contesto dove anche il sentimento più nobile, quello dell’amore, risulta sinonimo di violenze mascherate da passione. Ma ci sarà spazio per la ribellione? Detto del libro, qualche nota sulla Olsen. Una neo-scrittrice che, mentre di giorno cerca di salvare il mondo come terapeuta scolastico, di notte si dà da fare a inventarsi storie di fantasia. Per poi proporle al suo attento quanto variegato contesto familiare, che non manca di ringraziare per il sostegno che le viene riservato. Una ragazzona dagli occhi azzurri e dai capelli biondi che abita nello Stato dello Iowa e che si propone come un’inguaribile ottimista, oltre che come cantante a tempo perso. Lei che, vista la buona accoglienza che è stata riservata al suo primo libro, si sta già dando da fare per scriverne un secondo.

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