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Europa al voto: i tre scenari possibili, condizionati dalle beghe fra Roma e Bruxelles

Un duro attacco all’Italia da parte di Tobias Piller, una delle firme di punta del Frankfurter Allgemeine Zeitung. Il quale ci incolpa, a ragione, di non aver saputo cantierizzare le riforme; di aver favorito l’immigrazione a spese dell’Europa (sbagliando); di aver cavalcato la protesta contro le istituzioni europee e, soprattutto, di non essere credibili. Ma siamo sicuri che le colpe siano tutte nostre?


25/03/2019

di Giambattista Pepi


Tobias Piller

Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Quel limes che divideva, separava, teneva distinti due mondi diversi e contrapposti non esiste più. Eppure negli ultimi dieci anni siamo tornati a costruire i muri: dividono la Grecia dalla Macedonia, la Macedonia dalla Serbia, la Serbia dall’Ungheria, la Slovenia dalla Croazia. Anche gli austriaci hanno isolato la Slovenia, mentre la Svezia ha eretto barriere per impedire agli immigrati clandestini di entrare in Danimarca. Da ultimo Estonia, Lettonia e Lituania hanno cominciato a erigere fortificazioni “difensive” lungo i confini con la Russia. 
Anziché aprirsi, l’Europa sta tornando pericolosamente a chiudersi. E a fine maggio gli Stati membri dell’Ue vanno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. Ma cosa sta succedendo all’Europa? Economia Italiana.it lo ha chiesto a Tobias Piller, corrispondente dall’Italia e “firma” tra le più autorevoli del Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano tedesco di Francoforte sul Meno. 
Il quale punta il dito (oltre che, in primis, sull’Italia) sul fatto che l’Europa non sappia guardarsi intorno. Perché se i singoli Stati lo facessero, si renderebbero conto della necessità di fare i conti con un mondo dove l’economia e la politica risultano globalizzate. Per questo motivo non possiamo più pensare di risolvere il problema della competitività attraverso politiche autarchiche o nazionalistiche. Fermo restando che, quando le cose non quadrano, tutti sono pronti a dare la colpa dei cambiamenti o delle difficoltà all’Europa, perdendo di vista il fatto che proprio un’Ue unita rappresenta uno scudo contro le distorsioni della globalizzazione.

Lei non la cita, ma il riferimento sottinteso è forse all’Italia, che negli anni scorsi si è lamentata proprio delle politiche comunitarie. 
È così. L’Italia è stata in passato un grande Paese produttore di auto. Ora non lo è più. Ha perduto questo ruolo, ma non per causa dell’Europa, bensì per la globalizzazione dell’economia attraverso il decentramento produttivo. Perché l’Europa è un mercato molto grande, e i produttori di componenti per auto approfittano di questo mercato. In realtà i produttori automobilistici sono decaduti, ma per una ragione che non ha niente a che vedere con l’Europa: non erano competitivi con i costi di produzione. Il fatto è che 30 anni fa non c’erano fabbriche di automobili in India, in Cina, in Corea e così via. Questo evidenzia semmai il declino dell’apparato industriale europeo nel suo insieme, della sua industria manifatturiera, ma le istituzioni politiche comunitarie non hanno responsabilità.

Lo scopo principale dei muri è fermare l’ondata migratoria, ma essi evidenziano anche le più ampie divisioni e l’instabilità che caratterizzano la struttura stessa dell’Unione europea e dei suoi Paesi membri. 
L’immigrazione è stata sempre una politica nazionale.  E dall’altro lato per molto tempo c’è stato il tentativo di mandare le persone che sbarcavano in Italia nei Paesi vicini. Questo lo ha fatto l’Italia che ha lasciato il confine “aperto” consentendo a tutti di entrare, facendo credere di essere “abbastanza buoni e carini”, ben sapendo che molti immigrati avrebbero preferito raggiungere gli Stati vicini come la Germania, l’Austria e la Francia. Questo sistema di fare una politica sull’immigrazione spostando poi i migranti negli Stati al confine (Austria, Germania, Francia) non poteva essere tollerato. 

Invece della fiducia e dell’amicizia, per decenni “cemento” della causa europea, negli ultimi anni - complice la crisi economica e la sua gestione discutibile in ambito comunitario - dentro l’Ue hanno prevalso diffidenze, sospetti e accuse reciproche. Dopo le elezioni il rischio è l’implosione o un’Europa dove le Nazioni prevalgono sulle istituzioni comunitarie? 
Dopo le elezioni tre sono gli ipotetici scenari. Il primo è la vittoria delle forze favorevoli all’Europa in grado di creare una maggioranza forte e coesa all’interno del Parlamento europeo ed esprimere una Commissione che promuova un’entità unita che persuada l’Italia e altri Paesi critici ad avere un atteggiamento più costruttivo. La seconda opzione è che i partiti e i movimenti sovranistici abbiano la maggioranza che porterebbe alla paralisi o addirittura a bloccare il processo di avanzamento dell’Ue. Così l’Italia tornerebbe a essere qual era nel Seicento e nel Settecento, fortemente influenzabile. Così Stati Uniti, Cina e Russia alleandosi l’uno con l’altro metterebbero all’angolo l’Europa che, a quel punto, perderebbe ruolo, forza e prestigio nella comunità internazionale. Terza opzione è uno scenario che vede un compromesso: una maggioranza pro-Europa, ma con importanti Paesi come l’Italia che agirebbero come oppositori nei confronti di una Commissione che portasse avanti il progetto di integrazione politica ed economica. Questo scenario vedrebbe però l’Italia emarginata.

Il premier Giuseppe Conte, in una lettera pubblicata nei giorni scorsi sul quotidiano la Repubblica, ha scritto: “Il prossimo rinnovo del Parlamento europeo costituisce un’occasione preziosa per avviare una discussione franca e consapevole, che dovremo estendere anche alle cause che hanno determinato l’attuale crisi del processo di integrazione”, in modo da “rilanciare il progetto europeo”. Come interpreta questa dichiarazione a poche settimane dal voto? 
La domanda da porsi è: cosa c’è dietro queste dichiarazioni? Quali sono le ragioni che vedono gli italiani come la causa dei problemi in Europa? Secondo me l’Italia non si è ancora resa conto che l’economia internazionale è cambiata e non sa farsene una ragione, così come non sa affrontare le riforme necessarie per essere più competitiva. L’Italia teme di impoverirsi, ma prende un abbaglio se accusa di ciò l’Europa e non se stessa. La causa è dei concorrenti esterni che sanno produrre meglio e a costi più contenuti. Conte ha proposto l’estensione del reddito di cittadinanza per i cittadini europei in difficoltà sull’esempio di ciò che il Movimento 5 Stelle vuole realizzare in Italia a carico dell’Europa. 
Così il sindaco di Napoli non deve più preoccuparsi di far sviluppare la sua città, magari facendo un centro congressi a Bagnoli, deve solo fare una manifestazione a Bruxelles davanti alla Commissione europea chiedendo di dare soldi ai disoccupati napoletani. Non credo che tutti saranno d’accordo. L’Italia chiede un bilancio comunitario più sostanzioso per realizzare le grandi infrastrutture, poi quando ottiene i fondi si blocca tutto, come stiamo vedendo a proposito della linea Tav Torino-Lione. Forse gli italiani vogliono anche una Bce che si faccia carico dell’onere degli interessi pagati sul finanziamento del proprio debito pubblico che anziché diminuire continua ad aumentare. L’Italia ha le sue idee, ma gli altri Paesi non sono d’accordo con i suoi propositi. 
Ricordo che l’Italia aveva fatto molte promesse sia quando era entrata a far parte dell’euro, sia durante la crisi del debito sovrano in Europa nel 2011-12 per potersi salvare dal default, ottenendo comprensioni e deroghe sul raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica, ma non ha mai voluto rispettare gli impegni. Stando così le cose l’Italia non è credibile in Europa: chi sarà disposto a continuare a dare fiducia al vostro Paese?

Ma questo non è dipeso piuttosto dalle forme di governo che non garantiscono stabilità al sistema politico italiano e dal fatto che la sua economia resta ancora largamente sussidiata dallo Stato con sacche di arretratezza specie nel Mezzogiorno? 
L’Italia è sicuramente svantaggiata dal fatto che ha un sistema politico che ha avuto governi brevi e maggioranze instabili che hanno ostacolato l’adozione di una politica di lungo termine che non pagava a breve termine dal punto di vista elettorale ma avrebbe garantito al paese un rilancio del proprio sistema e della propria economia. Ci troviamo di fronte ad una situazione difficile: da un lato in passato l’Italia ha avuto politici come Carlo Azeglio Ciampi convinto assertore che l’Italia dovesse far parte subito dell’Unione economica e monetaria e dell’euro che ne avrebbero garantito la stabilità e avrebbero dovuto favorire la realizzazione delle indispensabili riforma politiche ed economiche; dall’altro ora si dice che no, la “camicia di forza”delle regole dell’appartenenza sono troppo strette, ci fanno male, non ce la sentiamo di fare le riforme, non ne siamo capaci e non ci convengono. 
Questa contrapposizione ha alimentato il sentimento antieuropeista perché l’Europa viene vista come un soggetto che impone regole e norme come se l’Italia non avesse partecipato fin dalla prima ora alla loro formulazione ed approvazione. L’Italia non vuole uniformarsi alle regole, si rifiuta di fare le riforme, magari alla fine andrà a sbattere, ma intanto è diventata popolare perché attacca l’Europa, le sue istituzioni, i suoi trattati.

Che ruolo potrà avere allora l’Italia rispetto alla fase attuale della storia del progetto dell’Europa. E potrà tornare ad avere quel ruolo di Paese federatore all’interno dell’Europa? 
Roma ha due problemi. Primo deve riformare il proprio sistema politico e dopo deve riformare l’economia. Se facesse ciò ci guadagnerebbe in credibilità e ne avrebbe benefici economici. Se invece l’Italia ritenesse di non fare cambiamenti, di restare insomma così com’è oggi, ma chiede invece che sia l’Europa per prima a dover cambiare il proprio assetto, allora sarebbero i Paesi del Nord Europa, non solo la Germania, a lasciare sola l’Italia e ad accentuare la loro sovranità.

Lei pensa allora che per molti Stati europei, l’Italia è un ostacolo alla ripresa del processo di integrazione e di rilancio del progetto di creazione degli Stati Uniti d’Europa? 
L’Italia non è un problema, ma lo diventerebbe se dovesse seguire una politica sovranista che mette al primo posto il Paese ed al secondo l’Europa con Italy first, riprendendo il motto America first con cui il presidente americano Donald Trump ha vinto le elezioni. Cioè pretendere che l’Europa cambi e l’Italia resti ferma al suo posto. Questo atteggiamento sarebbe controproducente per l’Europa perché potrebbe essere imitato da altri Paesi membri, per cui non credo sarebbe accettabile.

Il problema è l’Italia oppure il suo governo M5S-Lega? 
I partiti di governo sono arrivati al potere cavalcando la protesta contro l’Europa, ma di proposte politiche consistenti ce ne sono poche e nessun provvedimento ha avuto effetti sull’economia, né sui conti pubblici visto l’andamento crescente del debito pubblico. Piuttosto notiamo che chi è al governo sta facendo esperienza ogni giorno su vari problemi e le misure adottate guardano alla conservazione del consenso, soprattutto in vista delle scadenze elettorali, quindi con una visione che guarda al breve termine. Mancano invece politiche che guardino al futuro, che pensino in grande, che immaginino un Paese proiettato verso l’avvenire in grado di poter gestire i cambiamenti in atto nell’economia globale.

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