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Europee: Salvini in pole position mentre gli altri hanno le gomme sgonfie

E il Partito democratico? È diventato soltanto un fantasma. Fermi restando i mali legati all'ecologismo fanatico (vedi il caso di Greta Thunberg)


23/04/2019

di Sandro Vacchi


Che l'Italia sia governata da una congrega di cretini è sotto gli occhi di tutti. In futuro, però, se continuerà a spirare il vento para-ecologista di oggi, potremmo finire in mano ai gretini. Costoro sono i seguaci della ragazzina Greta Thunberg, neo icona dei verdi di ogni sfumatura (leghisti esclusi), dei sostenitori della decrescita felice (grillini in avanscoperta, delle damazze ayurvediche dei salotti eleganti, e – ci mancherebbe – della nuova sinistra ricicciata in salsa zingarettiana, pronta a presentarsi alle elezioni del 26 maggio facendo garrire al vento la bandiera dell'Unione Europea, che equivale a esporre paramenti funebri mentre le campane suonano a morto. 
Cosa volete farci? A loro piace perdere, il masochismo è la loro religione, e l'adolescente svedese ammaestrata è una garanzia di successo nell'aula del Senato come nelle udienze di papa Francesco, nelle “carinissime” trasmissioni tivù dei soliti nani e ballerine, ma è anche una altrettanto sicura polizza di morte elettorale, visti i danni sconsiderati prodotti dall'ecologismo fanatico, molto superiori ai benefici indotti. 
Chi ha visto Greta fare ciao ciao con la manina in Senato, mentre centinaia di mani dementi di parlamentari italiani applaudivano la lettura del suo compitino, e ancor più chi ha visto la ventriloqua svedese di fronte a Bergoglio, muta come una monaca di clausura, mentre quello che parlava col papa era il suo papà, si sarà posto una domanda: la bimbotta c'è o ci fa? Ovvero, chi e che cosa c'è dietro il “pensiero” catastrofeggiante della giovanissima salvatrice del mondo, enfant prodige presentata ormai come una sorta di Mozart della scena politica? 
I primi a cascare nella trappola mediatica sono, inevitabilmente, gli orfani della rivoluzione, quella rivoluzione che non c'è mai stata, propalatori seriali di balle, bufale e fake news fin dalla loro apparizione, quando nel 1848 Marx scrisse il Manifesto con il celeberrimo esordio: “Uno spettro si aggira per l'Europa, lo spettro del comunismo.” 
Il fantasma era ancora nel cervello del barbuto pensatore di Treviri, mentre oggi il fantasma è proprio il comunismo da lui auspicato; fatto sta che, almeno, Marx scriveva a trent'anni, mentre Greta ne ha la metà e non sa neppure come è fatta una delle innumerevoli biblioteche dove il buon Karl trascorse la vita, mantenuto dalla moglie baronessa e dall'industriale amico Friedrich Engels, liberandosi dei libri giusto il tempo necessario per ingravidare la fantesca. 
Evidentemente abbagliato dalla servetta, arrivò a prevedere che lo spettro sarebbe diventato realtà in Germania, allora come oggi il più ricco fra i Paesi europei. Col cavolo che azzeccò il pronostico! I primi a bersi la favola del paradiso in terra e del motto “a ciascuno secondo i suoi bisogni” furono i russi, vale a dire i più scalcinati del continente. I tedeschi, invece, mica fessi, pagarono fior di marchi per indurli a ritirarsi dalla prima guerra mondiale, ingaggiando un mezzo terrorista figlio della buona borghesia (vi ricorda niente? Gli anni di piombo? Le Brigate Rosse?), nutrito delle letture del profeta fallito e delle spigole del mare di Capri, dove trascorreva lieti soggiorni giocando a scacchi. 
Costui si chiamava Vladimir Ulianov, ma si era cambiato il nome in Lenin: usanza, quella di passare spesso all'anagrafe, ancor oggi seguita dal potere scarlatto. A Pietroburgo c'era stata sì una rivoluzione, nel febbraio 1917, un'insurrezione liberal-democratica che aveva rovesciato lo zar, uno dei più grandi fessi che la storia ricordi, per mettere al suo posto Aleksandr Kerensky. 
I bolscevichi del siberiano Vladimiro abbatterono costui in novembre (25 ottobre per il calendario ortodosso) con il più classico dei colpi di Stato. Nella presa del Palazzo d'Inverno persero la vita meno persone che nell'assalto di Pinochet alla Moneda, ma guai a dirlo: la rivoluzione per settant'anni è stata considerata quella, sacra e intangibile. 
Una balla colossale. D'altronde le rivoluzioni vere non sanno digerirle né farle. Quando, nel 1989, migliaia di persone in rivolta democratica abbatterono il Muro di Berlino, ci dissero che era caduto. 
E come no! Con il terremoto, o perché ci avevano messo le mani quelli del Ponte Morandi? 
Tovaritsch Lenin, grande ammiratore di un socialista rivoluzionario romagnolo che si chiamava Mussolini, aprì la stagione trionfale della menzogna al potere. E dei gulag, delle purghe, delle delazioni, delle lotte intestine, della miseria, dei tradimenti, della fame, perfino del cannibalismo, dei piani quinquennali fallimentari, delle sparizioni di intellettuali, artisti, ma anche di poveri cristi, e delle deportazioni di massa e dei pogrom, tradizioni zariste mai abbandonate. 
Milioni e milioni di persone ci lasciarono la pelle nei tre quarti di secolo seguenti, altrettanti milioni continuarono invece a credere alla superballa del paradiso in terra, nei Paesi occidentali, dove però, guarda caso, riuscivano almeno a campare, a vivere in case non in comune, a non fare file chilometriche davanti a negozi sprovvisti di tutto. Ci credevano perché l'immensa menzogna, su cui tutto il castello era costruito, veniva diffusa sistematicamente, capillarmente, scientificamente grazie a ciò che da sempre muove il mondo intero: il denaro. 
I sovietici foraggiavano i partiti comunisti “fratelli” per spargere il verbo non solo nelle colonie dell'Est europeo, ma soprattutto fra i compagni occidentali, moltissimi dei quali in buona fede, turlupinati da dirigenti da un lato terrorizzati da Stalin, dall'altro bramosi di potere. 
Inutile che la faccia troppo lunga. Quando la Grande Menzogna venne a galla, crollò tutto, a cominciare dal più grande Paese del mondo, che si disgregò, si vergognò di sé stesso, cambiò perfino nome: usanza mantenuta anche in Italia per nascondersi dietro nuove sigle, nuove fondazioni, nuovi ingorghi ideologici e culturali. 
La guerra fredda è finita da un pezzo, ma quello in corso in tutto il mondo è un conflitto fra globalisti e sovranisti, élite e populisti, internazionalisti e nazionalisti, centralisti e autonomisti. 
Globalisti, élite, internazionalisti, centralisti: fateci caso, come i sovietici di trenta, cinquanta, settant'anni fa. Con la differenza che oggi il sommovimento è sorretto non più dall'ideologia e dal denaro, ma solamente dal denaro. 
L'ideologia, quella comunista in particolar modo, è stata la coperta per nascondere gli inconfessabili intenti della nomenklatura, oggi più che mai antipopolare, antidemocratica, multinazionale, plutocratica, bisognosa di nuovi spazi vitali. La nuova tratta degli schiavi, le organizzazioni non governative, l'affarismo travestito da filantropia, il dominio della finanza sull'economia e la produzione, la creazione di monete fasulle come l'euro, l'omogeneizzazione alimentare, spirituale, culturale, religiosa, dei popoli, sono neocomunismo in senso lato, sostenuto, oggi come sempre, dal denaro e dal capitale tanto disprezzati a parole. 
L'ecologismo spinto alle sue forme estreme, ai No continui alle grandi opere, all'energia nucleare, alle strade, alle nuove imprese, ai porti, ai depuratori, agli inceneritori, è una sofisticata forma di creazione di povertà. Quindi di manodopera sempre più a buon mercato, quindi di guerre tra poveri, quindi di importazione di migranti, non fa niente se clandestini, destinati a sparigliare le carte, ad abbassare i salari dei lavoratori occidentali sindacalizzati, a occupargli le case, le scuole, gli ospedali, a mangiarsi la loro previdenza, insomma a emarginarli sotto ogni punto di vista. Non importa a quale costo in termini di lotte sociali, di scontri, di fatti di sangue, di attentati. 
Seminare il terrore fra i popoli, i propri popoli, per asservirli e tenerli a cuccia, è un'operazione proditoriamente di destra, altroché di sinistra come cianciano Lor Signori. A cominciare dalla scimmietta ammaestrata svedese addirittura in odore di premio Nobel, la quale – potete giurarci – entro la fine dell'anno sarà sparita dai radar, sostituita da chissà quale nuova icona politicamente corretta, imbeccata dai padroni del mondo che rimprovera con tanta foga. 
Certo che passare da Marx a Greta come mente di riferimento è un bel salto, ma cosa volete che gliene importi. Sono pusher ideologici, e chi ci casca cavoli suoi, chi non ci casa è invece da eliminare al più presto, il modo non conta. 
Il primo da far fuori, in Italia, è ovviamente Matteo Salvini, che un sondaggio dà addirittura prossimo al 37 per cento dei voti, più del doppio delle politiche del marzo 2018. I Cinque Stelle sarebbero distanziati di una decina di punti, comunque sopra il 25 per cento anche se sotto il 32,7 delle politiche. Stabile il PD poco sotto il 19, l'effetto-Zingaretti è già terminato. Forza Italia è dato sotto il 9 per cento, un'altra scoppola dopo il 14 delle politiche, mentre Fratelli d'Italia è sul 4,6. 
Se si tornasse a votare oggi per il Parlamento italiano, il surreale governo gialloverde avrebbe una maggioranza ben superiore a quella attuale: addirittura il 65 per cento. Ma converrebbe a uno soltanto dei due soci, cioè i Cinque Stelle, che di governare ancora altrimenti se lo sognano. Salvini ha invece interesse che le cose continuino a procedere come ora, in modo folle, schizofrenico e insensato, e che gli immigrati irregolari continuino a delinquere, a stuprare, a derubare vecchiette, a sprangare poliziotti: tutti voti in più. 
Adesso sì che uno spettro si aggira davvero per l'Europa, a cominciare dall'Italia: lo spettro della sconfitta bruciante dei buoni, belli, benestanti, intelligenti a vantaggio dei cattivi, brutti, poveracci e buzzurri, cioè quelli che non vedono il mondo come lo vedono i primi. 
E l'establishment insorge, si attacca a tutto, anche a Greta Ammaestrata, prima di attaccarsi al tram. 
L'establishment è rappresentato da noi dal Partito Democratico, pur ridotto alla metà del peso della Lega. Potrebbe governare solamente con i Cinque Stelle, un esecutivo giustizialista, manettaro e tutto tasse come nemmeno il peggiore degli incubi saprebbe disegnare. Ma una opposizione a quasi il 50 per cento dei voti lo farebbe saltare come sulle montagne russe. 
Di qui la calma olimpica di Salvini, il quale da mesi non fa altro che attendere il cadavere del nemico sulla sponda del fiume. Reddito di cittadinanza, rifiuto delle grandi opere, minacce di aumentare le tasse, decreto Salva Roma sono tutte cose che agli italiani non piacciono. L'indebolimento dei conti Inps da 73 a 116 miliardi in dieci anni a causa dell'assistenzialismo è l'altra cosa che gli fa girare le scatole, soprattutto oggi che l'istituto di previdenza (previdenza, non assistenza, si badi) è guidato da un grillino fanatico del reddito di cittadinanza, arma a doppio taglio dei pentastellati, una sorta di elemosina di Stato truffaldina. 
Il presidente dei senatori piddini, Andrea Marcucci, ha chiesto la sfiducia al governo, reclamando spiegazioni in aula dopo la vicenda del sottosegretario Armando Siri, leghista. E' più che giusto, è doveroso, è indispensabile. Siri avrebbe incassato una tangente di trentamila euro della quale però non c'è traccia, al punto che si parla di “promessa o dazione”, per agevolare Paolo Arata, imprenditore dell'eolico legato al superlatitante mafioso Matteo Messina Denaro. 
Non solo, ma il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, anch'egli leghista, ha ingaggiato come consulente il figlio di Arata, Federico. 
Strano che la faccenda salti fuori a un mese dalle elezioni forse più importanti nella storia italiana dopo il referendum istituzionale del 1946 e le politiche del 1948. Obbligatorio che si faccia luce al più presto, e ancora più essenziale che qualcuno spieghi se quel denaro è veramente passato di mano e se un sottosegretario in Italia si può corrompere con trentamila euro, una somma che si porta a casa in un paio di mesi. Allora sì che avremmo conferma del fatto che questo è il governo dei grullini e dei cretini, oltre che dei gretini. 
Salvini alza le spalle: «Il 26 maggio cambierà la storia dell'Europa». E per la disastrata, scalcinata, lurida, invivibile Roma di quella poveretta di Virginia Raggi propone una delle donne più in gamba d'Italia, Giulia Bongiorno. Forse i grillini non se ne sono accorti, ma Roberto Saviano, che a giorni alterni accusa Salvini di fascismo, potrebbe trarre spunto proprio da questa nuova Marcia su Roma. 
E qui lo scrivo per la quarta volta. Salvini in pole position mentre tutti gli altri hanno le gomme sgonfie o il motore spompato ce l'hanno messo proprio tutti gli altri. Oggi l'alternativa che hanno è trovare intese con lui oppure farlo fuori. Con il caso-Siri? Ma per favore! 
Gli serve un cecchino con la mira buona, ma proprio ottima, altrimenti lui diventa, nell'ordine, primo ministro, presidente della Commissione Europea, presidente della Repubblica e forse anche papa.

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