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Evviva: torna in scena Italo Agrò, ex procuratore della Repubblica

Ovvero una specie di graffiante alter ego di Domenico Cacopardo, già magistrato e consigliere di Stato. Le altre proposte? Legate alle penne svedesi di Magnus Jonsson e Camilla Grebe


24/05/2021

di MAURO CASTELLI


Domenico Cacopardo, una nome e una garanzia nel campo nella narrativa, ma anche una prima guida che ti cattura dall’alto della sua robusta quanto consolidata determinazione e saggezza: è infatti nato il 25 aprile 1936 a Rivoli, in provincia di Torino, in casa dei nonni materni di origini piacentine, per poi crescere nella messinese Letojanni, dove sarebbe rimasto sino al 1947. Di fatto un uomo dai saldi princìpi, di piacevole impatto e poco avvezzo ai compromessi (“Credo nella mia vita di essere stato tosto e determinato, qualità che mi sono peraltro servite a superare ben cinque interventi oncologici importanti”). 
Lui che, come ha avuto modo di raccontarci, ha frequentato l’Università a Bologna e a Napoli (“Papà era un funzionario dello Stato”) laureandosi in Giurisprudenza a soli 21 anni e arrivando a un passo da una seconda laurea in Storia e filosofia (“Lasciai perdere in quanto avevo litigato con una professoressa”), oltre a frequentare la facoltà di Economia e commercio sotto “l’occhio vigile di Epicarmo Corbino”, l’esponente del Partito liberale che era stato ministro dell’Industria durante il governo Badoglio, ministro del Tesoro con De Gasperi nonché membro della Consulta nazionale e dell’Assemblea costituente... 
Lui che non disdegna le critiche, a patto che siano “costruttive e non preconcette”, e che si porta Milano nel cuore: “una città dove ho lavorato un anno presso uno studio legale e dove ho imparato ad amare il calcio”. Proponendosi, a suo dire, come un “animale raro”, in altre parole tifoso sia del Milan (che “nei giorni scorsi ha sbancato Torino con una valanga di gol sul groppone di Juventus e Torino”) che dell’Inter (“Tornata dopo tanti anni campione d’Italia”). 
Un passo indietro. Dopo aver allargato i suoi orizzonti nel corso di uno stage in un collegio di Londra, il giovane Domenico avrebbe vinto un concorso per l’accesso nella Pubblica amministrazione. A quel punto avrebbe abbracciato la professione giudiziaria, pronta a regalargli una vita da girovago fra Viterbo e Bologna, Napoli e Roma, Venezia e Parma, città quest’ultima dove si sarebbe accasato nel 2005, in quanto lì si era sposata e abitava sua figlia. E a Parma ancora vive e lavora, visto che stare con le mani in mano non fa parte del suo Dna. 
A fronte peraltro di una carriera di peso, che lo ha visto diventare consigliere di Stato (“A nominarmi fu Francesco Cossiga”, ricorda con soddisfazione) nonché braccio destro di diversi ministri, come Lauricella, De Michelis e Scognamiglio, seguendo per “un certo periodo dossier importanti”. Senza dimenticarci del suo ruolo di Magistrato per il Po a Parma e di quello di Magistrato alle Acque a Venezia, oltre a proporsi come uno dei soci fondatori dell’Aspen Institute Italia nel 1982. 
Cacopardo, si diceva, pronto a bacchettare l’italico contesto (“L’amor patrio è passato di moda e con esso l’interesse nazionale”) ma anche indispettito da certe accuse che vengono mosse a sproposito. Arrivando persino a prendersela, nei tempi andati, con quella specie di mostro sacro della narrativa che è stato Andrea Camilleri, citandolo in tribunale. Cosa successe è presto detto: ne Il nipote del Negus il papà del commissario Montalbano aveva dato vita ad Aristide Cacopardo, un personaggio che a suo dire lo aveva diffamato. E per di più aveva tirato in ballo anche alcuni suoi amici, come lo scrittore Consolo. 
Il motivo? Forse Camilleri era rimasto piccato dal fatto che “un critico come Giovanni Pacchiano mi avesse descritto come il suo diretto concorrente e che io, a mia volta, avessi criticato le prime indagini del suo commissario in quanto prive di accenni alla mafia”. Il punto della discordia? Una frase che descrive il Cacopardo del romanzo come una persona “fissata di essere un grande scrittore e che consuma il suo stipendio pubblicando romanzi a sue spese”. Insomma, facendo uno più uno…  “A spingermi su questa strada fu un giovane avvocato, ma avendo avuto a che fare in prima battuta con un magistrato senza palle decisi di lasciar perdere”. 
Collaboratore per una vita di importanti testate, autore di numerose monografie di carattere giuridico e di un saggio sul pensiero di Bergson, oltre ad alcune raccolte di poesie, fra cui L’implicito sublime (premio Pedrocchi 1987), Cacopardo avrebbe sfondato nella narrativa di settore pubblicando Il caso Chillè, romanzo ambientato a Messina, i cui eventi si snodano sull’alternarsi dei registri della commedia e della tragedia, come nella migliore tradizione del giallo siciliano. 
Per contro, con L’endiadi del dottor Agrò, avrebbe preso forma uno dei suoi più fortunati personaggi: Italo Agrò, appunto, ex sostituto procuratore della Repubblica di Roma, avvocato penalista, prima guida dello studio Agrò&Aletei (dove Aletei altri non è che sua moglie Marta, già commissario di polizia e a sua volta avvocato penalista). 
Un magistrato, Agrò, per il quale “mi sono ispirato a Giovanni Falcone” e che si propone - aggiungiamo noi - alla stregua del suo alter ego, peraltro travasato nel programma “Il taccuino del dottor Agrò”, andato in onda per diverso tempo su Radio24. Un personaggio di indubbia caratura - che “lavora con metodo, muovendosi come un motore diesel e incrociando testimonianze e fatti” - il quale avrebbe tenuto banco in diversi altri romanzi. Come nel caso di Io, Agrò e il generale (Marsilio, pagg. 476, euro 19,00), da poco arrivato sugli scaffali delle nostre librerie. 
Una storia di indubbio richiamo, ben giocata nella sua linearità narrativa, costellata di personaggi e comparse che lasciano il segno. Come il sostituto procuratore Lavinia Barbalonga, il generale di corpo d’armata in pensione Filiberto Amendolea d’Aspromonte, il commissario capo Adamantino Armillato, il maresciallo dei carabinieri Aldo Fiera, detto Hollywood, l’oncologo Bartolo Borrafato e via via, sino ad arrivare - fra un alternarsi di professioni (insegnanti, segretarie, domestiche, poliziotti, camerieri, banchieri e amanti) - al mafioso Cateno Viola, detto Faruk, e all’esportatore di agrumi Rolando Steinbruick. 
A tenere banco in questo canovaccio troviamo Pancrazio Lotale, un generale dei paracadutisti in pensione che ben “incarna una sicilianità articolata, abbinata a una generosità imprevista sia nel pubblico che nel sociale”. Il quale, insieme ad alcuni ex commilitoni ha fondato una società di sicurezza. E sarà proprio lui ad apprendere che il maturo amante della figlia Dominique è deceduto dopo una lunga malattia. La quale figlia, peraltro, scompare quasi subito dopo mentre prendono consistenza i sospetti sul suo ruolo nella morte del compagno. Il mistero s’infittisce ulteriormente quando a Roma, in piazza della Pigna, viene ritrovato un cadavere orrendamente mutilato, privo della testa. E l’appartamento nel quale è stata scoperta la vittima è, guarda caso, di proprietà di Dominique Lotale. 
Nel frattempo matura uno scontro tra la società di sicurezza di Lotale e una banca che sembra legata ad ambienti criminali. Siccome di Dominique continua a non esserci traccia, il generale e la consorte, dalla quale è diviso, si rivolgono all’ex procuratore Italo Agrò, divenuto titolare, come accennato, di un importante studio legale, attivo nella Capitale, insieme alla moglie Marta. E sarà lui, secondo logica narrativa, a dover dipanare una ingarbugliata quanto pericolosa matassa, imparentata a maglie strette con forti interessi economici e criminali… 
Detto di questo romanzo di piacevole quanto intrigante lettura - supportato da una scrittura asciutta, fluida e senza fronzoli, decisamente giovanile (che a 85 anni non è da tutti), peraltro maturata “ai tempi del liceo grazie a una mio bravissimo professore di italiano” - torniamo al privato del nostro autore. Che non ama definirsi “un giallista in senso stretto”, anche se a tenere banco c’è un delitto, “ma raccontare la società italiana, e quella siciliana in particolare, attraverso le sue ciniche angolature”.  
Di fatto, Cacopardo (con l’accento sulla prima o), è un protagonista duro quanto basta (“Ai tempi del mio ruolo di Capo di Gabinetto mi chiamavano la belva, in quanto avevo dirottato altrove, visto che non si potevano licenziare, oltre duecento funzionari. Supportando i diversi atti con la medesima frase: Io non so perché ti mando via, ma tu lo sai certamente”). 
Lui pronto a bacchettare - integriamo con quanto ci aveva raccontato tempo fa - la malagestione di Tangentopoli nonché i due Governi presieduti da Giuseppe Conte, frutto di una amalgama allo sbando, inconciliabile, fra grillini e Pd. “Nonostante la mia storia - tiene a precisare - abbia abbracciato la sinistra”. 
E ancora: lui con un debole dichiarato per autori come Philip Roth, Kent Haruf (“Per la delicatezza narrativa”), Oran Pamuk, Mišel Uelbek, Gianrico Carofiglio (“Ma solo per un certo periodo”), Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo (“Che conosco a memoria”), Elio Vittorini e Jean Paul Sartre, “le cui opere (come Conversazione in Sicilia del primo e L’età della ragione del secondo) mi hanno aperto un mondo”. 
Senza dimenticarci del suo passato da cinofilo, con il piacevole ricordo di una setterina irlandese, ma anche con il magone ancora vivo per un border collie “acquistato da un canile trovato su Internet, scoprendo subito dopo che aveva la rogna e la tigna. Mi lamentai e un veterinario lo venne a prendere per curarlo. Risultato? Non avrei più rivisto né il cane né i quattrini che avevo sborsato”. 
Che altro? Il flashback di vecchia data della casa piena di libri che era stata di suo nonno, un magistrato borbonico, fra i quali “l’allora fidanzato di mia figlia, un giornalista, aveva scoperto un plico legato con lo spago che conteneva dei miei scritti e, in particolare, il romanzo intitolato Il caso Chillè. Mi chiese di leggerlo e, avendolo trovato buono, insistette perché lo proponessi ad alcuni editori. Fu così che lo inviai a un paio di case, con risposte positive. Scartai quella che parlava di due anni di tempo per la pubblicazione e accettai invece quella della Marsilio, che in breve l’avrebbe dato alle stampe”. 
Era il 1999 e questo romanzo - come accennato - gli avrebbe regalato l’attenzione del grande pubblico. E da allora, avendoci preso gusto, non si sarebbe più fermato. Anche se ora ammette di essere arrivato al capolinea, benché risulti difficile credergli. “Fra febbraio e marzo, lasciando in panchina Agrò, ho infatti scritto il mio ultimo libro, intitolato Pater. È la storia di un giovane che ha perso il padre, ucciso dalla mafia, e che una volta diventato avvocato si lega proprio a questa organizzazione malavitosa diventando uno dei gestori dei più grandi affari e malaffari siciliani legati al periodo fra il 1960 e il 1980”. 


A questo punto mirino puntato su due autori in arrivo dal Grande Freddo, e più precisamente dalla Svezia. A partire dall’esordiente Magnus Jonsson, che vive e lavora a Stoccolma, dove insegna in un liceo e si dedica nel tempo libero allo skateboard. Un autore che deve amare e conoscere bene l’Italia, alla quale regala un accattivante capoverso a pagina 18 del thriller che stiamo proponendo e che risale al 2017. Un lavoro premiato da un venduto, solo nel suo Paese, di oltre centomila copie, fermo restando lo sbarco in diverse altre nazioni, dove è già stato tradotto o è in corso di traduzione. 
Ovvero L’uomo che giocava con le bambole (Piemme, pagg. 412, euro 19,50, traduzione di Francesco Peri), primo romanzo della serie intitolata La trilogia dell’odio. Un esordio peraltro accolto da apprezzamenti entusiastici, tipo: “Una scrittura magistrale e un delitto semplicemente perfetto”; oppure: “Una storia emozionante e cinematografica che toglie il fiato”. 
Note da condividere, in quanto la penna di Jonsson si offre, più che al livello di una prima volta, alla stregua di quella di un mestierante della narrativa, capace cioè di dare voce e immagine a personaggi complessi che lasciano il segno, supportati da ambientazioni di un certo peso (non a caso le descrizioni in chiaroscuro di Stoccolma ti entrano dentro). Il tutto a fronte di un filo conduttore che raramente si perde per strada, infarcito di colpi di scena e di suspense. Con il passato che torna a farsi vivo per tormentare protagonisti e lettori in modi inaspettati. 
A guidare le danze di questa storia brutalmente accattivante è Linn Ståhl, esperta di crittografia informatica, che peraltro è ancora una studentessa quando i detective Stenlander e Svensson chiedono il suo aiuto per indagare su un macabro omicidio. Una giovane donna è stata infatti trovata morta in un appartamento. Con l’assassino a divertirsi, per completare l’opera, a spalmarle sul corpo - con guanti da chirurgo - una patina di lacca per regalarle l’aspetto di una bambola di porcellana. Un assassino che, con gesti meticolosi, l’aveva messa a sedere sul materasso per analizzarla al meglio, mentre i suoi due grandi occhi lo fissavano senza vita, pieni di terrore. Occhi da bambola. Ma era giunto il momento di mettersi al lavoro. Perché il bello veniva ora
Linn, si diceva, una ragazza non proprio immacolata in quanto, in passato, è stata un’attivista dell’Afa - un’organizzazione antifascista inserita nella lista nera delle forze dell’ordine svedesi - e per di più condannata per crimini contro la sicurezza nazionale. Logico quindi che le manchi, in prima battuta, il giusto feeling per indagare nel momento stesso in cui inizia a collaborare con la polizia. 
Ma quando si rende conto che nel caso potrebbero essere coinvolti i suoi nemici di sempre, ossia figure legate al movimento di estrema destra, capisce che si tratta di una occasione unica per addentarsi - in questo aiutata appunto dall’Afa - in una indagine privata tanto difficile quanto per lei gratificante. Ciò che Linn non ha invece previsto è che il suo coinvolgimento la renderà un pericoloso bersaglio da parte dei nazisti. 
Così, mentre altre donne - secondo logica narrativa - verranno ritrovate prive di vita, Linn dovrà guardarsi le spalle se non vorrà finire lei stessa in quella lugubre… collezione di bambole porcellanate


Altra scrittrice svedese di successo è Camilla Grebe, nata a Älvsjö (nei pressi di Stoccolma) il 20 marzo 1968, che si era proposta autrice di livello internazione con la pubblicazione da solista (dopo la trilogia Moskva Noir firmata a quattro mani con Paul Leander-Engström) de La sconosciuta, edito nel 2017 dalla Einaudi, che l’anno successivo l’avrebbe riproposta con Animali nel buio, romanzo premiato con il Glasnyckeln. 
Lei che si era si è laureata alla Scuola di economia di Stoccolma per poi inventarsi imprenditrice fondando la casa di audiolibri “Story Side”; lei che aveva esordito nella narrativa dodici anni fa con il thriller Nel buio, scritto a quattro mani con la sorella Åsa Träff (una psicologa specializzata in terapia cognitiva comportamentale e nel trattamento di disordini neuropsichiatrici legati all’ansia) con la quale avrebbe dato alle stampe altri quattro romanzi; lei grande lettrice, con preferenze allargate a Gillian Flynn, Belinda Bauer e alla scozzese Denise Mina, oltre che per Ian McEwan, Margret Atwood, Joyce Carol Oates e il connazionale  Håkan Nesser. 
Una penna vincitrice per ben due volte del Glass Key Award, il prestigioso premio riservato ai migliori autori di gialli scandinavi, che ora torna nelle nostre librerie con Sotto la cenere (Einaudi, pagg. 496, euro 20,00, traduzione di Gabriella Diverio), un canovaccio ad altissima tensione tradotto in sedici Paesi, coinvolgente quanto ben strutturato. Una storia ambientata nell’isola di Ornö, dove l’aria è fresca e umida e il profumo di mare e di alghe è intenso. Pronto a “mescolarsi con un altro odore: il puzzo dolciastro e nauseabondo della morte”. 
Detto questo spazio alla sinossi: Samuel Stenberg ha diciotto anni, vive con la madre, non ha un lavoro fisso e per una combinazione di ingenuità e pigrizia rimane coinvolto in un affare di droga andato storto. Con la polizia e i criminali sulle sue tracce, trova rifugio in una cittadina nell’arcipelago di Stoccolma, dove inizia a lavorare come assistente del figlio disabile di una famiglia benestante. Il padre non c’è mai e la madre, Rakel, sembra averlo preso in simpatia, finché Samuel non comincia a notare atteggiamenti strani, inquietanti, sospetti. 
Nel frattempo, dalle acque dell’isolotto emerge un cadavere, e a occuparsi del caso vengono chiamati Manfred Olsson e la sua collega Malin. Ma quando la corrente fa affiorare un altro corpo, l’indagine si farà più torbida e Manfred non avrà altra scelta che rivolgersi alla criminologa Hanne Lagerlind-Schön. L’unica capace di… 
Insomma, un’autrice da non perdere, pronta ad assicurare che nei suoi personaggi c’è davvero poco di autobiografico, “perché se fossi come loro - tiene a precisare - sarei un mostro”.

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