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Fabio Panetta: "L'Italia si è fermata perché il Sud balbetta, ma la guerra non è persa"

Secondo il direttore generale della Banca d’Italia è il sottosviluppo del Mezzogiorno la causa principale del mancato progresso del nostro Paese. Tutto questo è ingiustificabile e inaccettabile. Bisogna quindi agire presto e bene per garantire a un terzo della nostra popolazione servizi, diritti e opportunità


23/09/2019

di Giambattista Pepi


Fabio Panetta

“Lo sviluppo del Mezzogiorno rappresenta il problema irrisolto dell’economia italiana. Nelle regioni meridionali il Pil pro capite è la metà di quello del Centro-Nord; la disoccupazione è prossima al 20 per cento, il doppio di quella del resto del Paese. Le disuguaglianze e l’incidenza della povertà sono ampie. La dotazione infrastrutturale e la qualità dei servizi pubblici essenziali sono insoddisfacenti”. È questo l’allarme (non l’ultimo, ma certamente uno tra i più autorevoli) espresso da Fabio Panetta, direttore generale della Banca d’Italia in una intervista che ci ha rilasciato sulle condizioni in cui versa il nostro Meridione e sul sostanziale fallimento delle politiche dello Stato per risollevarlo e rilanciarlo. 
L’alto dirigente della Banca centrale nazionale infatti ammonisce: “Se non riusciremo a portare il Mezzogiorno su un sentiero di crescita robusto e duraturo non ci potrà essere vero progresso per l’Italia. È un obbligo verso un terzo dei cittadini, cui vanno garantiti servizi adeguati, diritti, opportunità. Ma è anche un problema per tutta l’economia nazionale: un Mezzogiorno stagnante comprime il mercato domestico, a danno anche dell’economia del Centro-Nord”. 

La questione meridionale è vecchia come il cucco. Eppure…
Di questione meridionale si parlava già al tempo dell’unificazione del Paese come problema economico e sociale. Le prime politiche per il Sud furono avviate all’inizio del Novecento dal Governo Giolitti, per poi essere messe da parte durante il fascismo. Alla fine della Seconda guerra mondiale il divario economico tra Sud e Centro-Nord toccò il massimo storico. L’attenzione si riaccese dopo la Liberazione, grazie a meridionalisti quali Saraceno, Giordani e il governatore Menichella.  Nei primi anni Cinquanta gli interventi per il Mezzogiorno si concentrarono sulle infrastrutture e sull’industria. Negli anni Sessanta assunsero importanza le imprese a partecipazione statale, con impianti nell’industria pesante. Fu questo il periodo di massima convergenza tra le due aree del Paese. Il Pil pro capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro Nord aumentò dal 55 per cento degli anni Cinquanta al 65 di metà anni Settanta. 

Da allora la convergenza si è interrotta.  
Gli interventi di industrializzazione, gravati da un uso politico delle partecipazioni statali, persero incisività. Con il primo shock petrolifero più settori dell’industria pesante entrarono in crisi; gli investimenti pubblici si ridussero; le svalutazioni della lira sostennero soprattutto le imprese esportatrici del Centro-Nord. Negli anni Ottanta la politica per il Mezzogiorno perse visione strategica. Anche per la mancanza di un sistema imprenditoriale privato, il sostegno venne da politiche assistenziali che favorirono il clientelismo. 
Nel 1992 fu soppresso l’intervento straordinario e smantellata la Cassa per il Mezzogiorno. Gli sgravi fiscali sul costo del lavoro, introdotti nel 1968 in connessione con l’abolizione delle gabbie salariali, vennero ridimensionati e poi aboliti. Solo più tardi iniziò un ripensamento delle politiche per il Sud, che vennero basate sul coordinamento tra Commissione europea, Stato e Regioni. Nel 1998 prese avvio la cosiddetta “nuova programmazione”, incentrata sulla legge 488/92, volta a stimolare investimenti e occupazione, e su misure - la “programmazione negoziata” - miranti a incentivare la partecipazione delle amministrazioni locali al disegno delle politiche. 
I risultati furono modesti, anche per la riduzione delle risorse disponibili e per il loro frequente utilizzo per investimenti pubblici ordinari invece che aggiuntivi.  Con la crisi finanziaria, nel 2008, la politica economica si è concentrata sulle difficoltà dell’intero Paese. Dopo decenni di interventi, il ritardo del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord in termini di Pil pro-capite è oggi maggiore rispetto agli anni Settanta. 

Per tornare su un sentiero di crescita stabile cosa servirebbe? 
L’economia meridionale non è uniforme. Presenta esempi di successo che dimostrano che la convergenza è un obiettivo possibile. Vi sono aree industriali vitali sia in comparti tradizionali come l’abbigliamento e l’alimentare, sia in settori avanzati quali l’aerospaziale, le apparecchiature elettroniche e della misurazione. Nel turismo si sono affermate aree che, anche grazie allo sviluppo di voli a basso costo, hanno accresciuto la capacità di intercettare la domanda internazionale. Per debellare un sottosviluppo ultradecennale occorre una strategia complessiva e coerente volta ad ampliare la base produttiva e a rendere competitivo il contesto economico locale. 
Ma puntare su un’unica strada sarebbe errato: gli interventi devono agire sia sull’offerta, rafforzando la competitività del settore produttivo e l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, sia sulla domanda, sostenendo i redditi familiari. Assume centralità il rilancio degli investimenti pubblici, che può favorire la creazione di lavoro; ma poi occorre sostenere la dotazione tecnologica, la capacità innovativa, l’accumulazione di capitale fisico e umano. 

Gli investimenti pubblici servirebbero come il pane all’intero Paese, ma al Sud probabilmente molto di più dato l’attuale deficit infrastrutturale. Non trova? 
L’Italia necessita di un ammodernamento delle sue infrastrutture, materiali e immateriali. La spesa pubblica per tale finalità si è fortemente ridotta negli anni della crisi: tra il 2008 e il 2018 gli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione sono diminuiti di oltre 10 miliardi di euro, a 37 miliardi, con un calo di un quinto in termini nominali. Si sono quindi ridotte le risorse destinate all’ampliamento e alla manutenzione delle infrastrutture, aggravando il ritardo rispetto ad altri paesi europei. 
Nel Mezzogiorno gli investimenti pubblici in rapporto alla popolazione sono risultati sistematicamente inferiori rispetto al Centro Nord. Tra il 2008 e il 2016 il calo degli investimenti al Sud è stato del 3,6 per cento all’anno. Più debole e in maggiore flessione rispetto al resto del Paese è stata anche l’attività di progettazione di opere pubbliche. La dotazione di infrastrutture al Sud è inferiore a quella del Centro Nord in termini sia quantitativi sia qualitativi. Il divario è ampio in settori cruciali per l’attività economica. 
Nel campo dei trasporti le regioni meridionali presentano un’estensione della rete autostradale e ferroviaria, in rapporto alla popolazione, assai inferiore a quella del resto del Paese. Il divario si accentua se si considera la velocità dei collegamenti. Il potenziamento delle infrastrutture è essenziale per accrescere l’interconnessione con le altre regioni italiane, con l’Europa, con il Mediterraneo, per aumentare il potenziale di mercato del Mezzogiorno, rendendolo attraente per i capitali privati, l’attività di impresa, i flussi turistici. A tal fine è necessario un forte impegno pubblico da attuare tenendo conto, oltre che dei vincoli di bilancio, della sostenibilità ambientale e della sfida della digitalizzazione. 
Le opere incompiute, più numerose al Sud che al Centro Nord, riguardano in gran parte infrastrutture sociali - complessi scolastici, centri sportivi, strutture ospedaliere - di pertinenza degli Enti locali. Il fenomeno è di dimensioni rilevanti: dei 647 progetti che nel 2017 risultavano avviati e non completati, il 70 per cento è localizzato al Sud, per un valore totale di 2 miliardi. In più casi lo stallo è dovuto alla mancanza di fondi. 

Il Mezzogiorno accusa un’elevata disoccupazione specie giovanile. 
Nel Mezzogiorno la piaga della disoccupazione coinvolge 1,4 milioni di persone, il 18,4 per cento delle forze di lavoro; il divario rispetto al Centro Nord è ampio - 11 punti percentuali - e, rispetto al 2010, è aumentato. Ma il sottoutilizzo del lavoro affligge una platea ben più numerosa: al Sud vi sono 2 milioni di persone disponibili a entrare nel mercato a condizioni più favorevoli e 880mila che vorrebbero poter lavorare più ore. Questa situazione assume risvolti drammatici per i giovani. Tra quelli con meno di 35 anni il tasso di disoccupazione è del 33,8 per cento, 19 punti percentuali in più che al Centro Nord. Circa 1,7 milioni di giovani meridionali non lavorano né accumulano conoscenze (partecipando a un percorso scolastico o formativo), si tratta del 36,6 per cento del totale, un valore tra i più elevati d’Europa e persistente nel tempo, con effetti che condizionano negativamente l’intera vita lavorativa delle persone. 
La bassa occupazione è una delle principali fonti di diseguaglianza tra i redditi familiari nel Mezzogiorno. La via maestra per sostenere l’occupazione è una riduzione del costo del lavoro da attuare nel rispetto degli equilibri delle finanze pubbliche. Una riforma fiscale organica che porti a una ricomposizione del gettito a favore dei fattori della produzione e in particolare del lavoro è una priorità per l’intero Paese; nel Mezzogiorno essa assume connotati di urgenza. È possibile prevedere duraturi sgravi fiscali e contributivi per le categorie di lavoratori deboli e marginalizzate, come giovani e donne, e per i salari bassi, diffusi al Sud. Il sostegno alla domanda di lavoro non è però sufficiente in un contesto in cui a causa dell’invecchiamento demografico la popolazione in età di lavoro è destinata a ridursi nel tempo, comprimendo il potenziale di crescita dell’economia. 

Il nostro Paese deve saper sviluppare il proprio capitale umano e ha bisogno di innovare. Anche su questo versante nel Sud è notte fonda? 
L’Italia tutta e il Sud in particolare soffrono di una bassa crescita della produttività. Per contrastare questa tendenza occorre rafforzare la capacità innovativa e tecnologica, anche accrescendo e valorizzando il capitale umano. Nel Mezzogiorno la quota dei giovani con età tra i 20 e i 24 anni che hanno completato le scuole superiori è del 76,8 per cento, contro l’83,5 nel Centro Nord; è minore la quota di adulti che partecipano ad attività formative e di istruzione. Gli atenei del Mezzogiorno, che soffrono di una limitata capacità contributiva delle famiglie e di una bassa disponibilità di finanziamenti privati sul territorio, negli ultimi anni hanno registrato un calo del numero di studenti; al dato demografico negativo si è aggiunta una accentuazione dei flussi migratori verso il Centro Nord: un quarto dei diplomati del Mezzogiorno sceglie di studiare altrove, anche alla ricerca di migliori possibilità di lavoro una volta laureati. È cruciale agire per colmare questi ritardi. 

Non ritiene che il finanziamento rappresenti una delle remore allo sviluppo delle imprese meridionali? 
Le aziende meridionali sono altamente indebitate e dipendenti dal credito: la loro quota di prestiti bancari sul totale delle passività finanziarie è del 70 per cento, a fronte del 50 nel Centro Nord. Queste caratteristiche limitano la capacità di crescere, investire, creare occupazione. Per le imprese del Sud l’accesso al mercato creditizio è meno agevole che nelle altre aree del Paese: la quota delle aziende che dichiarano di non ottenere i finanziamenti richiesti è più alta rispetto al Centro Nord. Anche il costo del credito è più elevato al Sud: il divario medio è di 1,6 punti percentuali, con valori più alti per le aziende minori. 
La fragilità finanziaria, la dipendenza dalle banche, la difficoltà di accesso al credito riflettono caratteristiche sia delle singole imprese sia del sistema economico meridionale. Tra le prime rilevano la minore dimensione e la limitata dotazione patrimoniale; quanto al contesto locale, pesano le inefficienze delle istituzioni – quali la giustizia civile – che tutelano il rispetto dei contratti. L’insieme di questi fattori riduce anche l’accesso al finanziamento diretto degli investimenti. 
Negli anni scorsi l’indisponibilità di risorse alternative al credito ha aggravato la recessione e frenato la successiva ripresa dell’economia meridionale: quando la crisi ha provocato una restrizione dell’offerta di prestiti bancari, le imprese del Sud - al contrario di quelle del Centro-Nord - non sono state in grado di far ricorso al mercato dei capitali. Per favorire l’accesso ai finanziamenti esterni occorre ridurre il grado di rischio cui gli operatori devono far fronte quando investono nel Mezzogiorno. Ciò richiede l’impegno degli stessi imprenditori al fine di conferire trasparenza ai bilanci, di aprirsi al vaglio da parte di soggetti esterni. 
Va inoltre rafforzata la base patrimoniale, segnalando per questa via la fiducia dello stesso imprenditore nella solidità dell’azienda. Un impulso rilevante è stato fornito dagli incentivi fiscali all’aumento dei mezzi propri – la cosiddetta Ace. La legge di bilancio sul 2019 ha cambiato le modalità di incentivazione, legando i benefici agli utili non distribuiti. Il nuovo schema è meno vantaggioso per le imprese del Mezzogiorno, caratterizzate da bassa redditività. 

A oltre un secolo dall’unità d’Italia siamo ancora a domandarci in che modo possiamo rilanciare il Mezzogiorno. 
Il ritardo economico del Mezzogiorno è al tempo stesso inaccettabile e ingiustificabile. Inaccettabile perché non consente a un terzo della popolazione italiana di godere appieno di diritti, opportunità, prospettive che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini. La mancanza di lavoro sta inducendo persone giovani e preparate a emigrare, con costi economici e sociali che condizionano le prospettive di crescita e di progresso. Ingiustificabile perché le ricchezze culturali, ambientali, di capacità produttive inespresse presenti nel Mezzogiorno possono e devono essere utilizzate per il rilancio dell’economia dell’intero Paese. 
Lo sviluppo dell’economia meridionale offrirebbe un mercato di sbocco, un volano di crescita anche per le produzioni di altre aree, avviando un circolo virtuoso di investimenti e crescita sia al Sud sia al Centro Nord. Il raggiungimento di questi obiettivi è possibile. Vi sono azioni di politica economica - incentrate sugli investimenti pubblici, sulla fiscalità e sul costo del lavoro, sull’innovazione, sul potenziamento del capitale umano, sulla valorizzazione dell’ambiente - in grado di collocare il Mezzogiorno su un più elevato sentiero di sviluppo. Queste azioni richiedono il buon funzionamento delle amministrazioni pubbliche, a ogni livello di governo.

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