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Fascismo-antifascismo, la contrapposizione che inganna

Alberto De Bernardi ripercorre la storia di questa “categoria” criticandone l’uso semplificato e banale come strumento di lotta politica


26/11/2018

di Tancredi Re


Il fascismo viene citato sempre. A volte a proposito. Il più delle volte a sproposito. Come, ad esempio, da parte della Sinistra durante la campagna elettorale delle politiche del 4 marzo scorso. Proprio quella parte politica che, secondo Antonio Socci, l’intellettuale cattolico integralista, “nel 1994 irrideva Berlusconi, perché parlava di comunismo, oggi suona l’allarme per l’apocalittica minaccia fascista che d’improvviso incomberebbe sull’Italia”. 
La minaccia fascista nel 2018? Suvvia siamo seri! Osserva giustamente Socci: “Non c’è in Italia una classe politica che viene dal regime fascista”. Tutt’al più “ci sono piccoli gruppi nostalgici, come ci sono gruppi (più numerosi) di comunisti che si richiamano al comunismo. Ma sono residuali e senza rappresentanza parlamentare”. 
Il regime fascista risale a 73 anni fa: è morte e sepolto. Come pure sono morti e sepolti il nazismo, il marxismo, il leninismo, il maoismo, il castrismo, ed altre ideologie di destra e di sinistra, che costituirono il sostrato teorico e politico dei regimi totalitari e liberticidi, ormai scomparsi. Ci chiediamo allora se abbia ancora senso parlare di fascismo. Probabilmente sì per gli storici e, come detto, per coloro che (sempre di meno) sopravvivono a quel periodo storico. E per tutti gli altri? È solo una tendenza modaiola. O la voglia, questa sì pericolosa e fuorviante, di contrapporsi all’avversario politico, creando un “nemico” inesistente, affibbiandogli la definizione di fascista, da parte di chi si dichiara antifascista senza avere mai conosciuto né il fascismo storicamente definito, né i fascisti che ne furono protagonisti o sostenitori. 
Un modo, quello di chi si dichiara antifascista fuori del tempo, per celare la propria inconsistenza politica, l’incapacità di formulare un pensiero politico, l’inadeguatezza di saper proporre programmi e proposte per affrontare e provare a risolvere i problemi della società, dell’economia e dello Stato contemporanei. 
Una contrapposizione quella fascismo-antifascismo, falsa, antistorica, subdola, “scoperta” e denunciata già all’inizio degli anni Settanta dallo scrittore Pier Paolo Pasolini che, in una lettera ad Alberto Moravia scriveva tra l’altro: “Mi chiedo, Caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso, che viene sfogato oggi nelle piazze a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente, mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda”. 
La reiterazione della contrapposizione di questa categoria politica fascismo-antifascismo come pratica diffusa nei media mainstream e nei partiti della sinistra come tentativo di assimilare al fascismo una serie di fenomeni politici che fascismo non sono si rinviene in uno scritto del 2008 dell’intellettuale Miguel Martinez. Il quale ha avuto il merito di definire il fascismo delimitandone il campo e quindi escludendo tutto ciò che non potesse rientrare in esso (il fascismo è “uno stato protagonista, unitario e imperialista, dentro un sistema economico capitalista. Ciò che somiglia a questo è fascismo; ciò che non vi somiglia non lo è”). 
Per comprendere la categoria fascismo-antifascismo e l’uso che se ne è fatto, a partire dagli anni Venti ai giorni nostri, può essere utile leggere il libro di Alberto De Bernardi intitolato Fascismo e antifascismo. Storia, memoria e culture politiche (Donzelli, pagg. 117, euro 17,00). 
Professore di Storia contemporanea all’Università di Bologna e presidente della Rete internazionale per lo studio dei fascismi, autoritarismi, totalitarismi e transizioni democratiche (Retaf), De Bernardi stigmatizza l’uso “semplificato e banalizzato, ma fortemente evocativo della storia, come chiave per capire i processi politici in corso, facendo perno sulla categoria di fascismo-antifascismo, dotata di una sua prepotente ricorsività e di una forza simbolica ineguagliabile; anzi di una costante attualità, perché in quella coppia di opposti si riassume tutta la lotta politica dell’Italia novecentesca fino ad oggi. 
“Dietro questa forza, però, si nascondono molte debolezze: se ogni avversario di oggi non è altro che la reincarnazione di quello del passato, quale strategia si mette in campo per sconfiggerlo?” si chiede lo storico. Lo si è visto, come ricordato sopra, alle recente elezioni politiche del 4 marzo, vinte dalla destra populista con il prepotente ritorno nel dibattito pubblico della parola “fascismo” “attribuendole una nuova attualità come esito possibile della crisi politica italiana e facendo riemergere, soprattutto nella sinistra, la chiamata alle armi sotto la bandiera dell’antifascismo.  
“La forza di questo paradigma – spiega l’autore del volume - si traduce in una sovraesposizione dell’uso pubblico della storia, con costanti riferimenti alla Resistenza, alla crisi del 1920-1922, al duce, al razzismo, al neofascismo. La storia torna ad essere – come in altre fasi critiche della vicenda repubblicana – uno strumento di lotta politica, con tutto il carico che questo comporta in termini di semplificazioni, strumentalizzazioni, rimozioni e a volte mistificazioni, che rischiano di inficiare la comprensione della realtà”. 
In questo libro, l’autore prova a fare chiarezza “cercando di diradare la nebulosa di incrostazioni ideologiche e di false concettualizzazioni che innervano l’uso della storia nel dibattito pubblico e nella lotta politica. Tornano essenziali, a questo fine, i risultati più maturi della ricerca storica, che in questi ultimi anni ha elaborato nuove conoscenze e griglie interpretative del fascismo e dell’antifascismo, in grado di contrastare i forti rischi insiti in quel paradigma”.  De Bernardi nel suo saggio ricostruisce l’itinerario storico nel quale questa coppia di opposti ha dominato la vita politica e civile dell’Italia, assumendo, di volta in volta, connotazioni e significati assai diversi. 
Si parte dalle origini, tra il 1920 ed il 1924, in cui le due parole entrano nel lessico della politica italiana ed europea; si prosegue con gli anni Trenta, l’epoca dell’egemonia del fascismo in Europa e della sconfitta dell’antifascismo; si passa poi agli anni tra il 1943 e il 1948 con il collasso del fascismo e la nascita della Repubblica fondata sulla Resistenza e sulla Costituzione antifascista; si ricostruisce lo scontro tra fascismo e antifascismo negli anni del terrorismo e dell’”attacco al cuore dello Stato”; per arrivare, infine, alla crisi della Prima Repubblica, da cui prende le mosse una lunga fase dominata dal “post”, tra cui anche il post-fascismo ed il post-antifascismo, alla ricerca irrisolta di una nuova identità repubblicana. Alla fine del percorso, il lettore avrà acquisito una preziosa “cassetta degli attrezzi”, utilissima per leggere il presente fuori dagli stereotipi, dai riflessi condizionati e dalle retoriche.

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