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Fra bugie e inganni una attento sguardo sul nostro groviglio interiore

Dalla garbata penna di Federica De Paolis, vincitrice del premio DeA Planeta 2020, una storia lucida e graffiante sulle nostre tante imperfezioni. Che prima o poi si finiscono per pagare


13/07/2020

di VALENTINA ZIRPOLI


Una penna gentile, a volte poetica, spesso accattivante quella di Federica De Paolis, nata sotto il Cupolone quasi 49 anni fa.  Che nei suoi romanzi - come Lasciami andare, Ti ascolto, Rewind e Notturno salentino - dà voce a una quotidianità pronta a nutrirsi di piccole e grandi cose. Addentrandosi, con maliziosa grazia, nel groviglio del nostro interiore, segnato da bugie e inganni, tradimenti e rapporti vacillanti. E così anche ne Le imperfette (pagg. 302, euro 18,00), lavoro che si è aggiudicato lo scorso maggio la seconda edizione del Premio DeA Planeta, casa editrice che ne ha curato peraltro anche la pubblicazione. Assicurando la traduzione in lingua spagnola presso le altre case editrici del Gruppo nonché in inglese e francese. 
Capelli biondi, occhi azzurri e un aspetto giovanile, Federica (dialoghista cinematografica e autrice televisiva) si dice pronta a sostenere che “non esistono i tradimenti, semmai esistono gli spazi. Ed è tra questi che s’infilano le persone”. Lei pronta anche ad assicurare che il suo romanzo è “un inno al desiderio e alla consapevolezza” che ha voluto ambientare a Roma, “in un ambiente borghese, che è anche il suo”. 
La protagonista, Anna, è la moglie di un medico che, insieme a suo padre, lavora nella clinica privata di famiglia, Villa Sant’Orsola, clinica che si occupa di chirurgia estetica. Si tratta di una donna che sta recitando una parte, ma forse non lo sa. O forse non vuole saperlo, perché altrimenti dovrebbe chiedersi chi è, e soprattutto cosa desidera dalla vita. Del resto, ha due meravigliosi bambini, un genitore che la adora e un marito chirurgo da poco diventato primario. Tuttavia, per non farsi mancare nulla, ha anche un amante, Javier, in altre parole il papà spagnolo di una compagna di scuola del figlio. E con lui si incontra due volte alla settimana in un appartamento che diventa subito uno splendido altrove, un luogo di abbandono. 
E allora, cos’è che non funziona nella sua vita? Forse il sentirsi l’emanazione di qualcun altro: la figlia di, la moglie di, la madre di... “Per questo la storia del romanzo riguarda la capacità di diventare consapevoli, tanto che il titolo che avevo scelto per presentare il romanzo - ha tenuto a precisare - era appunto Apri gli occhi. Un altro tema che ricorre nella storia è quello dell’imperfezione: il titolo definitivo, Le imperfette, rimanda invece al sentimento delle donne di sentirsi sempre fuori fuoco rispetto ai tanti ruoli che devono ricoprire”. 
Sfortunatamente i nodi della vita, si sa, presto o tardi arrivano al pettine. Anche quelli di Anna: il suo matrimonio, il suo rapporto con i figli, la reputazione della clinica. Sta di fatto che tutti i pilastri della sua esistenza inizieranno a vacillare. E a un certo punto sarà costretta a fare ciò che non avrebbe mai immaginato: aprire gli occhi e attraversare il confine, peraltro sottile, che separa l’apparenza dalla realtà. Per scoprire che le ferite, anche se fanno male, a volte sono crepe dalle quali può entrare una nuova intrigante luce... 
Come da note editoriali, “con straordinaria lucidità e una scrittura che non concede niente alla retorica, questo romanzo getta uno sguardo su quel groviglio interiore che ci portiamo dentro, dove le bugie che gli altri ci raccontano si mescolano agli inganni dei nostri stessi sensi”. 
Detto questo lasciamo la parola alla stessa Federica De Paolis, che in una serie di note sincere sino al midollo ha avuto modo di raccontarsi come meglio non si potrebbe. E lo ha fatto in maniera talmente garbata e ironica che sarebbe un peccato metterci le mani. 
E allora state a sentire: “Sono nata l’8 settembre del 1971 e sono cresciuta in una famiglia con un assetto borghese. Mangiavo con la filippina in cucina, per intenderci. E avevo un cane al quale ero legatissima, Petulia. Ho nuotato fino a otto anni con le pinne, poi mio padre un giorno me le ha buttate, e un po’ traumaticamente ho cominciato a stare a galla da sola. Nuotare mi piace: per come si stanca il corpo, per il silenzio lunare sott’acqua. E mi piace anche apprendere. Così ho imparato a fare mosaici e a ballare il tango”. 
Strada facendo “mi sono iscritta a un corso di chitarra e sono sicura che piano piano, prima o poi la suonerò. Invece la scrittura non so come è iniziata, è andata in automatico. Scrivere mi fa stare parecchio bene, se non fosse per quelle centinaia di sigarette che ci fumo sopra. I miei genitori si sono separati qualche mese dopo la storia delle pinne: mio padre si è messo con un’altra donna ed è nato Roberto. Poi sarebbe stata la volta di mia sorella Elisabetta. Capelli neri e due strane frezze bionde davanti”. 
Che altro? “Sono stata bocciata due volte al liceo classico, non ho varcato la soglia della quarta ginnasio. In quegli anni è morta Petulia. Ancora la sogno. Sogno che mi guarda con quei suoi occhioni marroni e mi supplica di portarla in giardino a fare pipì. Più o meno in quei mesi, ho avuto un incidente con il motorino e mi sono rotta un femore. Sono stata bloccata svariati mesi a letto, durante i quali credo di non aver pensato a niente di significativo, solo che volevo rialzarmi e proseguire la mia adolescenza. Di fatto ho una cicatrice di trentasette punti sulla coscia destra. Quando mi hanno tolto le bende ho pensato che sarebbe stata dura convivere con quella lunga linea puntellata”. 
In seguito “mi sarei iscritta al liceo artistico, completando due anni in uno e guadagnandomi una gloriosa maturità. Poi sono andata dritta come un fuso e mi sono laureata in Storia dell’arte contemporanea. Quando mi hanno dato la mano congratulandosi per il centodieci e lode, ho avuto la sensazione di averli fregati. È una sensazione che mi ha abbandonato di recente. Ho sempre avuto il dubbio di essere una specie di bluff. A vent’anni, ad esempio, me n’ero andata di casa. Poi ho avuto tre convivenze e ho imparato parecchie cose. Soprattutto sui calzini. Di fatto mi piace molto la dimensione della convivenza, ma anche vivere sola. Sono due stanze diverse”. 
Per qualche mese “ho vissuto a Londra, poi sono venuta a Roma convinta che ci sarei tornata, sotto il Big Bang, e avrei passato gran parte della mia vita lì. Non era vero niente, sono rimasta imbrigliata nelle maglie di questa città che è un bel cordone ombelicale. Dopo la laurea sono andata a lavorare nella società di distribuzione di mio padre e, più o meno in quel periodo, ho smesso di leggere Diabolik. Ho scritto molto di cinema per alcune riviste specializzate, ho imparato a fare i dialoghi per i doppiaggi dei film e mi sono sentita inderogabilmente figlia di mio padre. Quindi, a 27 anni, ho iniziato a insegnare sceneggiatura all’Istituto Europeo di Design. Ecco, anche insegnare mi piace parecchio. Nel 2001, data segnata nel mio immaginario dall’omonimo film di Kubrick (cosa farò nel 2001 - dove sarò - chi sarò?) è morta mia madre”. 
“I miei genitori non si parlavano da circa vent’anni. Qualche giorno prima che morisse, lei e mio padre mi hanno raccontato ridendo di una loro vacanza in Grecia. Quel giorno ho realizzato che papà e mamma erano stati davvero insieme, si erano amati e anche divertiti. Ho provato una gran commozione. Ma poi li ho odiati, perché è l’unico ricordo solare che conservo di loro. Comunque, fine dei compromessi con la vita, perché ho capito che si muore”. 
A quel punto “me ne sarei andata dalla società di mio padre, e dopo un lungo letargo avrei cominciato a scrivere Lasciami andare, il mio primo romanzo. In seguito avrei fatto un documentario a quattro mani su Robert Guediguian, un regista francese militante che in Italia conoscono in pochi. Una mattina a Marsiglia, intervistando Gerard Meyland, pensavamo di morire assiderati, invece non ci è venuta neanche la febbre. Qualche anno fa un fotografo olandese, Peter Anderson, mi ha scattato in modo febbrile dei ritratti e dei dettagli del corpo. Risultato? La foto della mia cicatrice avrebbe scintillato, in bianco e nero e immensa, al Campidoglio. Ma guarda un po’, ho pensato”. 
Ma c’è dell’altro: ad esempio “avrei cominciato a collaborare con Liberazione sull’inserto della domenica. Da tempo vivo a Piazza Vittorio e ho capito che nella vita ci sono dei punti fermi. Bere molta acqua, ascoltare, scrivere. E la notte, prima di andare a dormire, vedere un Dvd, possibilmente degli anni Quaranta. Inoltre dubito che smetterò di tingermi i capelli, ma non si sa mai. Sì, non si sa mai”.

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