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Fra i misteri, i segreti e le cupe atmosfere del Nord-Est contadino degli anni Cinquanta con una guida d’eccezione: Pupi Avati

Il quale ci racconta del suo ultimo romanzo, L’archivio del Diavolo, un lavoro a metà strada fra thriller, horror ed esoteria in buona parte scritto durante il lockdown. Giocando a rimpiattino - lui personaggio accattivante e ironico, “sincero e bugiardo al tempo stesso, ma anche un po’ mascalzone” - con un privato che sa condire con folate di intrigante fantasia  


26/10/2020

di MAURO CASTELLI


Pupi Avati, basta la parola. Un personaggio fuori dalle righe che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo: regista, sceneggiatore, scrittore e produttore cinematografico di livello. Un uomo accattivante, “sincero, ironico e un po’ mascalzone” (sono parole sue), capace di infiocchettare furbescamente i suoi ricordi dietro il paravento dell’invenzione, tanto da ammettere: “Per me la bugia altro non è che una diversa modalità dell’immaginazione”. 
Di fatto un numero uno piacevole, garbato e al tempo stesso invidioso. “Quando un mio collega ha successo ne soffro”, ebbe infatti a dire a un prete irlandese al quale, nei tempi andati, stava confidando i suoi peccati. E il reverendo di rimando: “Lei non ha bisogno di confessarsi, ma di andare da uno psicanalista”. 
In ogni caso una riconosciuta prima guida nel mondo delle immagini e delle storie, ma anche una penna capace di intrigare e catturare l’attenzione dei lettori all’insegna di un vissuto raccontato ovviamente a uso e costume dell’interlocutore. Non mancando, in qualsiasi occasione, di lucidare a vista le sue manie e i suoi ricordi, riproponendo e ingigantendo pezzetti del suo passato. 
Come quando ha raccontato di un suo sogno realizzato soltanto in parte: “Volevo diventare un grande clarinettista jazz. Ma un giorno nella Doctor Dixie Jazz Band dove suonavo arrivò Lucio Dalla. All’inizio non mi preoccupai più di tanto, perché mi pareva un musicista modestissimo. Invece seppe manifestare una duttilità, una predisposizione e una genialità del tutto impreviste: in altre parole mi mise all’angolo. A quel punto - e qui viene fuori il delizioso bugiardo, perché a suo dire “tutte le persone creative devono esserlo” - pensai anche di ucciderlo, buttandolo giù dalla Sagrada Familia di Barcellona, appunto perché si era messo in mezzo tra me e il mio sogno…”. 
Di fatto anche questa è una bugia frutto di un’altra bugia, come lui stesso ci precisa: “In realtà era stato lo stesso Lucio ad appropriarsi di una mia invenzione. Un personaggio geniale, debordante, dalle promesse facili. Come quando si faceva prestare 50 lire da spendere in birreria - erano ancora tempi difficili per tutti - senza mai rendermele. In ogni caso chi l’avrebbe mai detto che quel caro, estroverso nanerottolo sarebbe diventato famoso?”.  
Pupi Avati, si diceva. Che strada facendo ha incamerato una specie di passione per il mistero, regalandoci anche diverse prove d’autore su carta. “Il cinema - tiene infatti a precisare - è limitativo, in quanto il racconto è vasto e grande quanto il budget che sostiene il film. Scrivere invece mi permette di dire cose mai dette, una specie di liberazione per un timido come me. Che sono un giovane-vecchio che crede ancora in storie d’amore potenzialmente speciali, che sente ancora l’urgenza di raccontare…”. 
Anche se in casa c’è chi lo fa restare con i piedi per terra, ovvero la sua storica moglie Nicola (“Così chiamata in onore di un nonno molto amato”), con la quale “siamo insieme da una vita, litighiamo tutti i giorni (in realtà è lei a litigare con me), ma guai se non fosse così. Lei che è l’hard disk della mia vita e che ironicamente non manca di ripetermi all’infinito: Avrai successo solo dopo che sarai morto”. 
Detto questo spazio al suo ultimo graffiante lavoro, L’archivio del Diavolo (Solferino, pagg. 268, euro 16,00), un romanzo gotico, con contaminazioni esoteriche, che mescola con sapienza thriller e horror, suggestioni letterarie e superstizioni popolari, riportandoci nei luoghi e nelle atmosfere del Nordest contadino degli anni Cinquanta. “Di certo molto più di un libro di genere, che a un certo momento mi è sfuggito di mano, andando oltre gli eventi logici”. 
Una storia peraltro “richiesta a gran voce dai miei amici, interessati a sapere cos’era successo al protagonista del mio precedente romanzo”. Ovvero Furio Momenté, l’ispettore del ministero di Grazia e Giustizia che avevamo imparato a conoscere ne Il signor Diavolo, lavoro peraltro “tradotto” dallo stesso Avati in un film. Pellicola che lo ha visto lo scorso luglio, insieme al fratello Antonio e al figlio Tommaso, incassare un Nastro d’argento per il miglior soggetto. 
Per la cronaca Momenté è un poliziotto che era stato inviato a Venezia da Roma per seguire un processo scomodo e calmare le acque. E sarebbe stato quello il suo primo caso importante, l’occasione per riscattare una vita di meschinità. Ma avrebbe anche scoperto che non è così facile sfuggire al passato, né fare chiarezza sul presente. Perché labile è il confine che separa la vita dalla morte; labile è il paravento che divide la religione dalla superstizione; labile è l’imparentamento fra mistero e vendetta. Se poi a mettersi di mezzo c’è anche il Diavolo… 
Il tutto a fronte di un intreccio ben orchestrato che vive di personaggi in corsa verso il loro destino “in un mondo antico intriso di verità terribili, difficili da rivelare”. 
Cosa succede ne L’archivio del Diavolo (un romanzo “in buona parte scritto durante il lockdown da Covid-19”) è presto detto: quando don Stefano Nascetti viene trasferito alla parrocchia di Lio Piccolo per prendere il posto del defunto don Zanini, abbandonando sul nascere una bella carriera nella curia veneziana, la sua non è stata una scelta, bensì la fuga dalla vendetta del questore Carlo Saintjust, al quale lo legano un tradimento e un’offesa mai dimenticati. Tuttavia il paesino nel Polesine dove è stato confinato non è il tranquillo rifugio che si aspettava. 
Quando infatti una delle parrocchiane più devote lo convince a ritrovare i paramenti sacri per una processione, arriverà a riaprire la pesante lastra dell’ossario. Un luogo pronto a restituire orrende verità e nuovi misteri. Partendo da una valigia di atti processuali in stretta correlazione fra loro. Dove si parla di macabri indizi, ma anche di cadaveri. 
Che altro? Ad esempio a tenere banco è l’ambiguo fascino della giovane maestra Silvana, che porterà il protagonista a scoprire un’orribile storia: quella appunto del citato funzionario Momentè, scomparso mentre indagava sull’omicidio commesso da un ragazzino, lasciando dietro di sé una compromettente valigia di documenti. Una specie di anti-eroe destinato a essere messo in discussione persino su ciò che egli aveva tentato di svelare relativamente alle pratiche del sagrestano Gino e al nero potere della vendicativa mater terribilis Clara Vestri Musy. 
Sta di fatto che, per via del ritrovamento di un paio di cadaveri di incerta attribuzione, il sostituto procuratore Marino Malchionda sarà costretto a riaprire un caso che aveva chiuso troppo frettolosamente. Un caso che, all’epoca dell’omicidio di Emilio Vestri Musy, gli aveva rubato il sonno e lo aveva messo al cospetto di un inestricabile muro di omertà, fatto di complici silenzi e testimonianze insabbiate. Tutto questo mentre sulle ricerche degli inquirenti, sia a Venezia sia a Roma, si stende l’ombra velenosa di un Male molto più antico e inspiegabile di quello commesso da qualunque omicida... 
In sintesi, una storia ben orchestrata dalle forti connotazioni nere, che intriga e si legge che è un piacere, ma in ogni caso da non prendere sottogamba in quanto condita di richiami complessi e collegamenti ben orchestrati. Complice anche la scrittura del “maestro”, sorretta da frasi brevi, all’apparenza semplici, che si nutre di chissà quanti personaggi (preti e perpetue, funzionari e politici, giudici e questori, medici e segretari di partito, commissari e poliziotti) tratteggiati con raffinata malizia. 
Detto questo spazio al privato di Pupi Avati, all’anagrafe Giuseppe - figlio di un antiquario bolognese - nato sotto le torri Garisenda e degli Asinelli il 13 novembre 1938. Un personaggio fuori dalle righe, come si diceva, che si propone come una inesauribile riserva di sogni, in buona parte travasata sul grande schermo ma che fa capolino anche nei suoi libri (ha pubblicato per Frassinelli, Mondadori, Gremesi, Diabasis, Marsilio, Garzanti, Rizzoli, Guanda, Golem e ora per Solferino). 
Lui che dalla citata Nicola ha avuto tre figli: Mariantonia, Tommaso e Alvise; lui che confessa una timidezza di lunga data e, di riflesso, il suo complesso rapporto con le donne (“E dire che nel mio ambiente le occasioni non mancano”, ironizza); lui che, mentendo c’è da ritenere, non  si ritiene un bell’uomo (“In realtà lo sono stato da piccolo, tanto che in famiglia mi chiamavano affettuosamente Pupibello”); lui accanito lettore di biografie, sempre “partendo dal capitolo che parla della loro morte”; lui che ama raccontarsi all’insegna di un’accattivante inventiva, giocando sulla piacevolezza dei ricordi mistificati a suo uso e costume. 
Così eccolo parlare - riprendiamo da quanto già scritto anni fa sulla sua autobiografia, La grande invenzione - della bisnonna materna Olimpia, di mestiere asolaia, che alla morte del marito era emigrata in Brasile in cerca di fortuna per mantenere i tre figli piccoli, diventando dopo alcuni anni proprietaria di una piantagione di caffè. Per poi proseguire con il nonno Carlo, l’Americanino, che trovò moglie grazie a 25 bignè, mettendosi cioè a mangiarli al tavolino di un bar e facendo scoppiare dal ridere, più o meno al diciannovesimo assaggio, le quattro sorelle Osti sedute lì accanto. E quella che sorrise per prima sarebbe diventata sua moglie. 
E poi gli zii materni che portavano ai Savoia le ciliege di Sasso Marconi; l’altro nonno, Giuseppe, noto antiquario in Strada Maggiore a Bologna, che finì in rovina per la sua mania di giocare alle corse dei cavalli, il quale chiese alla Madonnina del Paradiso una grazia particolare: quella di poter morire (e quella notte stessa si addormentò nel sonno per sempre). Infine i genitori, protagonisti di una incredibile storia d'amore. Con il padre Angelo, detto Lino, morto in un incidente stradale, “scegliendo per andarsene da questo mondo un posto, un’ora e un giorno speciali”. 
Quel padre che in gioventù era stato uno dei più bei ragazzi della città, un gran seduttore del quale, quand’era ancora piccolo, un giorno aveva visto il pene che “pencolava in bella mostra in mezzo alle sue gambe bianche”, mentre la moglie Agnese gli strillava di coprirsi che c’era l’Elsa che gli aveva portato la camicia stirata. Ma lui non si coprì, facendo “scappare quella povera donna scandalizzata”. 
Insomma, aneddoti e curiosità poco credibili (o forse sì) che però si bevono d’un fiato, perché lui le storie le sa raccontare davvero bene. Magari attingendo dal ricordo sempre vivo di quando lui e i suoi amici (del Bar Margherita) volevano fare cinema a tutti i costi e si misero a spedire lettere di richieste e proposte a registi, sceneggiatori e produttori. Con una sola risposta al seguito, quella del caustico Ennio Flaiano, che si limitò a tre sole parole: Non scrivetemi più
Lui che, per sbarcare il lunario, aveva lavorato quattro anni come rappresentante di un’azienda di surgelati, quelli che descrive come il peggior periodo della sua vita. Lui che in seguito, illuminato dalla visione di di Federico Fellini, aveva insistito sulla strada del cinema. Così eccolo approdare a Roma, “perché il mondo della celluloide era lì e la città offriva la giusta indifferenza per poter affrontare un’avventura a così alto rischio di fallimento”. 
E nella Capitale, lui giovane cineasta, lo troviamo a pedinare Federico Fellini; a sorridere su quel copione - La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone - che aveva dato senza speranze a un indifferente Paolo Villaggio (“In quel periodo ero disoccupato da quattro anni e quindi disperato”) e che era casualmente, quanto fortunatamente, finito nelle mani più generose e attente di Ugo Tognazzi. Quindi eccolo sottolineare la gentilezza di Pier Paolo Pasolini (che aveva visto dalla finestra la sera prima della sua morte), ma anche - facendo un passo indietro - quella bella ragazza dalla brutta voce che, dopo essersi “lavato per una settimana perché non si sa mai”, aveva invitato a un concerto e lei per una sera si era fatta stringere la mano per poi baciare un altro. 
A seguire - in un ulteriore intreccio di fatti e di sogni, di amici e di personaggi da prima pagina, di alti e di bassi, di scelte spericolate e di arraffone blasonate - la scalata al successo, che lo avrebbe visto dirigere una quarantina film. Con un debutto legato a un lungometraggio che lui stesso sconsiglia ancora di vedere “tanto era brutto”. Ovvero Balsamus, l’uomo di Satana, storia tragica e fantasiosa, datata 1968, di un nano e dei suoi strani poteri. Ma si sa, i frutti ancora acerbi sono sempre i peggiori. Almeno sin quando non maturano… 
E questo è quanto, anzi no. In arrivo c’è infatti un’altra regia: quella legata al film Lei mi parla ancora, liberamente tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Sgarbi (padre di Elisabetta e Vittorio), nel quale si racconta la “storia bellissima” tra Nino e Caterina: un amore lungo 65 anni e mai finito, neanche con la morte di lei, come scrisse lo stesso autore. “Una pellicola - secondo Pupi Avati - anacronistica, fuori moda, cha farà incazzare molte persone”. Visti i tempi che corrono, però, siamo completamente dalla sua parte.

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