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Fra intrighi, amori, tradimenti, favole nere e oscure forze del male

Torna Wilbur Smith (con Tom Harper) per sorprenderci, Stephen King (con il figlio Owen) per inquietarci e Christian Jacq per regalarci un’Ombra rossa


27/12/2017

di Mauro Castelli


Tre grandi maestri della narrativa tornano sui nostri scaffali per regalarci altrettante storie, volte a sorprenderci, inquietarci e regalarci il mistero dei tempi andati. Rendendo omaggio, in questo modo, a una variegata pletora di lettori. In altre parole giocando a rimpiattino fra intrighi, amori e tradimenti; rifacendosi al tema delle favole nere per renderci più complicato il sonno; riportandoci con la fantasia nella terra dei faraoni segnata da complotti, scontri e sanguinose battaglie. 
E allora iniziano con il dare voce a Wilbur Smith, lo scrittore inglese che in Italia ha venduto oltre 26 milioni di copie (a fronte dei 130 milioni complessivi commercializzati in giro per il mondo), questa volta in scena con un romanzo scritto a quattro mani con Tom Harper, ovvero Il giorno della tigre (Longanesi, pagg. 478, euro 22,00, traduzione di Sara Caraffini). Un lavoro che si nutre, com’è nello stile di Smith, di una nuova epica avventura giocata sul filo della suspense, fra pirati sanguinari, avidi commercianti e uomini assetati di vendetta. 
In tale ottica si aggiunge così un nuovo capitolo alla saga dei Courteney, ambientata nel XVIII secolo. Rimettendo in scena Tom Courteney, già protagonista di Monsone e Orizzonte, uno dei quattro figli del comandante Sir Hal Courteney. Il quale decide di salpare per un viaggio pericoloso attraverso le sconfinate distese dell’oceano, affrontando peraltro nemici senza scrupoli. Perché per amore si solcano tracciati infidi; per orgoglio si attraversano terre inesplorate; per vendetta non ci si ferma davanti ad alcun ostacolo. Sta di fatto che, mentre il vento gonfia le vele del nostro protagonista, la passione guida il suo cuore, portandolo a veleggiare verso l’ignoto andando incontro al proprio destino. E gettando in questo modo le basi per il futuro della sua famiglia.  
Di fatto Smith, il signore riconosciuto dell’avventura, torna “a sorprenderci con una nuova epopea che inizia nell’estremo sud dell’Africa e attraversa il mar Arabico, approdando sulle coste dell’India. Un’avventura in cui intrighi, amori e tradimenti non lasciano scampo al lettore”, in abbinata a pirati sanguinari, avidi commercianti, uomini assetati di vendetta e pericoli a gogò. 
“Ma per un Courteney l’unico pericolo degno di questo nome è quello che tocca la sua famiglia. O il suo onore. Così quando Tom, uno dei figli di Sir Hal Courteney, avvista un mercantile che sta per essere attaccato dai pirati, non esita a intervenire, mettendo a repentaglio la propria vita e quella delle persone a lui più care. Risultato? L’esito dello scontro segnerà il suo futuro grazie a una svolta inaspettata”. 
Nelle stesse ore, nel Devonshire, un altro Courteney, Francis, “sta rapportandosi con la decisione più importante della sua vita: sull’orlo della rovina, prende il mare spinto dalla sete di riscatto e di vendetta. Tom Courteney, che è suo zio e vive a Città del Capo, ha infatti ucciso suo padre. All’arrivo in Sudafrica, però, Francis si troverà di fronte a una verità sconvolgente…”. 
Come abbiamo già avuto modo di annotare, Wilbur (Addison) Smith è nato il 9 gennaio 1933 a Broken Hill, nella Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), e, dopo aver studiato alla Natal and Rhodes University conseguendo una laurea in Scienze commerciali a soli 21 anni, si sarebbe dedicato a svariati lavori: contabile in primis, ma anche minatore, cacciatore e marinaio sulle baleniere. E per quanto riguarda la narrativa? Gli inizi non furono facili, tanto è vero che tutti gli editori sudafricani ed europei contattati, circa una ventina, rifiutarono di pubblicare i suoi scritti. Sin quando arrivò l’incoraggiamento a proseguire su questa strada da parte di un editore di Londra. 
A quel punto Smith decise di voltare pagina e di dedicarsi alle tematiche che conosceva meglio: la foresta, gli animali selvaggi, le montagne impervie, le colline del Natal, l’oceano, la vita degli indigeni, la storia della scoperta dell’Africa del Sud (“Sono molto legato a questi luoghi, anche perché qui ho trascorso la mia giovinezza”), la lunga e travagliata strada verso l’abbandono dell’apartheid e il ritorno nella comunità internazionale. 
Per la cronaca, il suo primo libro pubblicato fu Il destino del leone, capofila del fortunato Ciclo dei Courteney. Anche se ci fu un giornale, tiene a ricordare, che non mancò di pizzicarlo in questo modo: uno che si chiama Smith non diventerà mai famoso. Come volevasi dimostrare. Con al seguito una quarantina di bestseller (nove dei quali travasati sul grande schermo) di variegata estrazione, a partire dai cicli dedicati appunto ai Courteney navigatori, ai Courteney d’Africa, ai Ballantyne e ai romanzi egizi, fermo restando il vertice toccato con libri cult tipo Il dio del fiume, Come il mare, Il settimo papiro e La legge del deserto.
Che altro? Attualmente Smith vive a Londra con Niso, la quarta giovane moglie nativa del Tagikistan, che ha saputo regalargli nuovi stimoli. Lui che assicura di aver vissuto la vita che voleva (“Ho viaggiato molto e ho conosciuto chissà quante persone: e questo ha il suo peso”); lui padre di tre figli che lo hanno “abituato all’ingratitudine”; lui che ironicamente dice di essere ancora troppo giovane per raccontare la sua storia; lui che ritiene “un privilegio essere amato in Italia” e va orgoglioso della cittadinanza onoraria di Milano. 
Detto di Wilbur Smith, alcune note sul suo coautore: Tom Harper, pseudonimo di Edwin Thomas, è stato un inglese giramondo: dopo aver vissuto in Germania, Belgio e Stati Uniti, si sarebbe trasferito definitivamente in Inghilterra per studiare Storia presso il Lincoln College di Oxford e dedicarsi alla letteratura. I suoi romanzi sono stati tradotti in dieci lingue. Ma ora, complice Smith, le terre di conquista sono lievitate a dismisura.

Proseguiamo. Se Wilbur Smith si propone come il re dell’avventura, Stephen King è stato unanimemente riconosciuto come il genio del terrore, il più abile nel saper amalgamare inquietudine e odio, amore e morte, riscatto e vendetta, fantasia e realtà, regalando notti insonni a chissà quanti lettori. Lui forte di un venduto (500 milioni di copie) che rappresenta un record inavvicinabile per i suoi colleghi. Lui che ha oltre tutto beneficiato di una marea di trasposizioni cinematografiche per mano di registi del calibro di Stanley Kubrick, Brian De Palma, John Carpenter, David Cronenberg, Rob Reiner e Frank Darabont (soltanto storici mostri sacri come William Shakespeare, Agatha Christie e Arthur Conan Doyle hanno fatto meglio). Per non parlare delle tante, seguitissime, serie televisive. 
Chi l’avrebbe mai pronosticato un simile successo visti i suoi difficili quanto tormentati inizi? Stephen Edwin King è infatti nato a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947 da una famiglia problematica: nel senso che il padre, quando lui aveva soltanto due anni, era sparito nel nulla, costringendo la madre ad arrangiarsi per tirare avanti e avendo peraltro a che fare con un figlio segnato da problemi di salute, costretto al riposo e a volte anche all’isolamento. Sta di fatto che in uno di questi periodi bui, mentre frequentava la prima elementare, Stephen iniziò a leggere libri e a tentare di scrivere. Una passione che strada facendo lo avrebbe catturato, anche se per sopravvivere, una volta diventato adulto, avrebbe fatto di tutto, come il benzinaio, lo spazzino e l’addetto a una lavanderia. 
A complicare le cose, nel 1971, arrivò il precoce matrimonio, fortunatamente felice, con una compagna di studi (Tabitha Jane Spruce, a sua volta scrittrice e poetessa), seguito a ruota dalla nascita dei figli. Ma tirare avanti risultava difficile, tanto più che lui si era lasciato trascinare nel mondo dell’alcol e della droga. Fortuna volle che nel 1974, dopo tre tentativi andati a vuoto, incassasse i suoi primi 2.500 dollari dalla casa editrice Doubleday per la pubblicazione di Carrie, un romanzo passato inosservato nell’edizione rilegata, ma che avrebbe riscosso un enorme successo in quella economica, superando il milione di copie vendute. 
A quel punto King, grazie anche alla cessione dei diritti per la trasposizione cinematografica, decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, iniziando così - repetita iuvant - una carriera costellata di premi e riconoscimenti, peraltro frenata (ma solo momentaneamente) da un bruttissimo incidente: nel 1998, all’apice della fama, venne infatti travolto da un’auto mentre passeggiava, con conseguenze disastrose. Ma lui, temprato dalle disavventure, non si sarebbe fermato, riprendendo a scrivere dopo una lunga convalescenza. 
Risultato? King si propone oggi come uno dei più osannati scrittori e sceneggiatori al mondo nel campo della letteratura fantastica (in particolare horror e gotico moderno). Un autore da poco è tornato sugli scaffali con Sleeping Beauties (Sperling & Kupfer, pagg. 650, euro 21,90, traduzione di Giovanni Arduino), un romanzo scritto a quattro mani con il figlio minore Owen, nato a Bangor nel 1977, sposato con la scrittrice Kwelly Braffet e a sua volta autore di due antologie di racconti e di un romanzo. E lo ha fatto forse in segno di gratitudine nei confronti della famiglia. Ricordiamo infatti quanto ha avuto modo di dire al riguardo: “Se mia madre e mia moglie mi hanno insegnato a essere un uomo, i miei figli mi hanno insegnato a essere libero. E quindi a loro devo molto”. 
E così eccoli in scena, padre e figlio, con un lavoro - già opzionato dalla Anonymous Content (casa di produzione di True Detective e Mr. Robot in Tv e di Revenant e Spotlight al cinema) per trarne una serie televisiva - che parte da un interrogativo: cosa succederebbe se tutti gli uomini si addormentassero? Una domanda alla quale Stephen replica ironicamente: “Probabilmente nulla, il mondo andrebbe avanti lo stesso. Per questo ho fatto addormentare le donne…”. Da questa considerazione - e fermo restando che un libro di genere fantastico per risultare credibile deve basarsi su dettagli realistici - è nata l’idea di una favola nera, ricca di storie, di idee ed eventi, ma anche di personaggi che lasciano il segno e un finale (provocatorio e sorprendente) che rende onore alla maestria del magister. Il quale non ma manca di ringraziare, per il loro apporto alla buon a riuscita del libro, anche la moglie Tabitha e gli altri due figli, Naomi e Joe, quest’ultimo noto ai suoi lettori come Joe Hill (evidentemente la scrittura è una malattia di famiglia). 
La storia di Sleeping Beauties, epica e toccante, è ambientata a Dooling, una piccola città del West Virginia dove il lavoro non manca. E dove da alcuni anni è attivo un carcere all’avanguardia per sole donne, che siano prostitute o spacciatrici, ladre o assassine poco importa. Insomma, non certo il meglio della società. Così quando una di loro, in una notte agitata, annuncia l’arrivo della Regina Nera, sono in molti ad accogliere il presagio con una alzata di spalle. Lo stesso dottor Norcross, lo psichiatra della prigione, ritiene che possa bastare un sedativo per sistemare tutto. Al contrario, per sua moglie Lila (lo sceriffo della città), può invece trattarsi di qualcosa da non prendere sottogamba. 
In effetti le cose ben presto si complicano. Poche ore dopo, da una collina adiacente, arriva una chiamata al 911 volta a segnalare il duplice omicidio compiuto da una donna dotata di una forza sovrumana. “Il suo nome è Evie Black: intorno a lei svolazzano strane falene marroni e lei stessa sembra venire da un altro mondo. Lo stesso, forse, dove le donne a poco a poco finiscono, addormentate da un’inquietante malattia del sonno che le sottrae agli uomini. Un sonno che le trascina in un altro luogo e dal quale è meglio non svegliarle in quanto diventano particolarmente violente”. Soltanto Evie è immune da questa malattia; si tratta di una anomalia da studiare o un caso di trasposizione in un demone da risolvere attraverso una morte violenta?

Di tutt’altra farina risulta invece impastato Il mago del Nilo. Imhotep e la prima piramide (pagg. 432, euro 12,90, traduzione di Marcella Uberti-Bona), un romanzo appassionante e di piacevole lettura firmato nel 2010 dal prolifico egittologo Christian Jacq e ora proposto dalla editrice tre60. Una firma e una garanzia, quella di Jacq: i suoi sessanta e passa romanzi, in abbinata a una ventina di saggi, hanno infatti venduto oltre 35 milioni di copie in giro per il mondo. Lui che si propone alla stregua di un unicum nel raccontare dell’antico Egitto, attingendo dalla storia ma agghindandola di personaggi e fantasiose quanto credibili ricostruzioni. In buona sostanza rielaborando leggende e miti, gioie e dolori di un popolo che ha contribuito all’avvento della nostra civiltà. Giocando peraltro a rimpiattino fra archeologia e storia, esoterismo e avventura. 
Per la cronaca - ma si tratta soltanto di un ripeterci - Jacq, nato a Parigi il 28 aprile 1947, aveva scoperto ancora giovanissimo la sua passione per il Paese delle piramidi grazie alla lettura dell’Histoire de la civilisation de l’Egypte ancienne di Jacques Pirenne. E mettersi a scrivere ne sarebbe stata la diretta conseguenza. Tanto è vero che, a soli 18 anni, di libri ne aveva già sfornati otto. “Ma un conto è scriverli, un altro è pubblicarli. Così il suo primo ritorno commerciale - strada facendo aveva utilizzato anche gli pseudonimi di J.B. Livingstone e Christopher Carter - arrivò nel 1987 con Champollion the Egyptian, mentre il vero successo internazionale risulta datato 1995 grazie ai cinque libri della saga su Ramses II”. 
Christian Jacq, si diceva. Un uomo precoce in tutto e non solo nella scrittura. Si era infatti sposato a 17 anni e aveva conseguito in tutta fretta un dottorato sull’Antico Egitto alla Sorbona. Così come in seguito avrebbe fondato, con la moglie, l’istituto Ramses, ideato per gestire un importante archivio fotografico relativo ai siti archeologici egiziani. Lui che - e di questo non ne abbiamo mai parlato - era entrato a far parte della loggia massonica Goethe di Rito scozzese antico dopo aver fatto parte della Gran Loggia di Francia. Sta di fatto che, dopo esserne divenuto il Maestro venerabile, avrebbe forgiato una loggia per così dire svincolata dall’obbedienza riconosciuta. Una loggia peraltro dotata di un rito egizio di sua invenzione. Risultato? L’accusa di aver dato vita a una setta, la qual cosa lo avrebbe costretto nel 1997 a lasciare la regione francese di Aix-en-Provence, dove abitava da diversi anni, per accasarsi a Blonay, in Svizzera. Una scelta, a detta dei suoi detrattori, volta però a beneficiare di un miglior trattamento fiscale. 
Ma veniamo, come da sinossi, a briciole di trama de Il mago del Nilo. “Alla morte del faraone Khasekhemui, l’Egitto è nel caos. Un’oscura forza malefica, l’Ombra rossa, intuisce che l’occasione è propizia per prendere il sopravvento e trasformare l’opulenta terra dei faraoni nel Regno delle Tenebre. Nel frattempo, un giovane e umile artigiano di nome Imhotep scopre di possedere poteri sovrannaturali. Integerrimo servitore dello Stato e degli dei, Imhotep non può neppure immaginare il suo incredibile destino: da semplice vasaio diventerà gran sacerdote, medico e architetto. Dal suo incontro con il nuovo faraone Zoser, infatti, dipenderà il futuro della civiltà di Saqqara, fondata sulla costruzione della prima piramide a gradoni che, come una scala gigantesca, unirà la terra al cielo. Tra scontri sanguinosi e agguerrite battaglie, pericolose spedizioni nel deserto e complotti orditi dall’Ombra rossa per sabotare il regno e per ostacolarne il progetto, riuscirà Imhotep a portare a termine l’immane impresa della piramide e a impedire alle forze del male di prevalere?”.

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