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Fra le pagine degli errori e degli orrori del "Trentennio"

Lo storico Emilio Gentile ci spiega cosa fu realmente il fascismo e se il suo supposto ritorno può mettere in pericolo la nostra democrazia. Giuseppina Mellace racconta invece la dolorosa vicenda degli oltre seicentomila militari italiani “inghiottiti” nei lager tedeschi e nei campi di detenzione alleati


23/04/2019

di Tancredi Re


Se permettete, questa volta parliamo di fascismo. Un movimento politico italiano che trasse origine e nome dai Fasci di combattimento fondati nel 1919 da Benito Mussolini e che, costituitosi in partito nel 1921, conquistò il potere nel 1922 con la marcia su Roma, dando vita dapprima a un gabinetto di coalizione (insieme con nazionalisti, liberali, democratici sociali e popolari), per poi trasformarsi, a partire dal 1925, in un regime dittatoriale a carattere totalitario e nazionalistico. Lo stesso che tenne il governo d’Italia fino al 25 luglio 1943. 
In senso astratto, ci riferiamo all’insieme di ideologie e di concezioni (corporativismo economico e accentramento amministrativo in politica interna, espansionismo imperialistico in politica estera) che ne costituirono il fondamento teorico, cioè la dottrina. Il termine è stato poi esteso, più o meno fondatamente, a indicare altri movimenti sorti soprattutto in Europa fra le due guerre mondiali, e successivamente anche in paesi extraeuropei, con caratteristiche simili a quelle del fascismo italiano. 
Così nell’Enciclopedia Treccani viene infatti definito il Fascismo come movimento e partito politico, istituzione e dottrina. Essendo fonte neutra, l’abbiamo preferita a qualsiasi altra, che si sarebbe potuta prestare a contestazioni o a interpretazioni settarie o di parte. 
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943; la guerra di liberazione nazionale condotta dai partigiani contro i tedeschi e i fascisti rimasti fedeli al Duce e alla Repubblica sociale italiana con l’intervento degli Alleati al loro fianco; la cattura di Mussolini e la sua esecuzione pubblica; l’abiura che ne fu fatta da parte di molti connazionali che pur gli avevano garantito per anni il consenso; alla fine della Seconda guerra mondiale, con l’Italia uscita dilaniata dal conflitto, sarebbe dovuto calare definitivamente il sipario sul fascismo, i suoi fondatori ed epigoni, la sua dottrina. E invece no. Il fascismo ha continuato ad esistere anche nel dopoguerra perpetuandone la storia, il mito, il linguaggio, la retorica, le conquiste. 
È trascorso un secolo dalla fondazione e settant’anni dalla fine del regime. Ma il fascismo è ancora in auge. Ma in realtà ha ancora senso parlare di fascismo? Cos’è stato effettivamente? È stato un fenomeno internazionale che si rinnova sotto mutate spoglie? Oppure il paventato pericolo fascista è invocato ad arte per distrarci dalla crisi della democrazia come forma di governo? 
A questi interrogativi prova a rispondere Emilio Gentile nel libro Chi è fascista (Laterza, pagg. 136, euro 13,00). Storico di fama internazionale, professore emerito dell’Università La sapienza di Roma, autore di decine di saggi storici, Gentile risponde ai molti interrogativi che nel corso degli anni sono stati posti da generazioni di studenti e di lettori e che si sono intensificate con le polemiche sulla minaccia di un ritorno del fascismo. 
“Ho ritenuto opportuno - tiene a precisare - rielaborare formalmente le domande, così come sono state poste, fornendo le risposte di un dialogo, che vuole essere anche un atto di riconoscenza verso tutti coloro che, nelle aule universitari, nella corrispondenza, negli incontri scolastici e nelle conferenze, con i loro dubbi e le loro osservazioni, hanno contribuito a incoraggiarmi nella ricerca per conoscere e comprendere cosa è stato storicamente il fascismo”. 
Il nuovo fascismo non può essere per evidenti ragioni la riproposizione del fascismo storicamente inteso e definito. Se lo fosse, sarebbe semplicemente grottesco. No, il neo fascismo contemporaneo è diverso ma presenta peculiarità distintive che possono rinvenirsi nel “brodo primordiale” in cui si sviluppò l’embrione di quella che sarebbe poi stata l’ideologia fascista, ma adattata alla società e allo stato contemporanei: la sublimazione del popolo depositario delle virtù contrapposto alla classe politica corrotta e viziata; il disprezzo della democrazia parlamentare e l’esaltazione della piazza come spazio politico nel quale assumere le decisioni autenticamente democratiche; l’esigenza dell’uomo forte e solo al comando di una Nazione che deve recuperare il ruolo appannato di Grande potenza; il primato della sovranità nazionale e la decisa ostilità verso gli immigrati ed i diversi; la proposizione della violenza come “levatrice della storia”. 


Detto questo, spazio a Giuseppina Mellace, che nel libro I dimenticati di Mussolini (Newton Compton, pagg. 379, euro 12,90) si addentra, invece, nella storia dei militari italiani deportati nei lager nazisti e nei campi di prigionia degli alleati dopo l’8 settembre 1943. È un altro capitolo doloroso della storia della nostra infausta partecipazione alla Seconda guerra mondiale, voluta dal fascismo e da Mussolini, che costò al nostro Paese centinaia di migliaia di morti e di feriti non solo tra i militari ed i partigiani, ma anche tra i civili, senza contare i danni inferti all’economia, alle infrastrutture, alle città e alle campagne, oltre fame, miseria, disperazione, lacrime esangue versati dalla popolazione in una guerra ingiusta e orrenda. 
All’indomani dell’armistizio, l’8 settembre 1943, infatti oltre seicentomila italiani rifiutarono di continuare a combattere nelle fila dell’esercito tedesco. Molti di loro furono deportati nei lager nazisti. Gli internati militari italiani (IMI) furono inizialmente trattati come prigionieri di guerra, al pari degli altri soldati alleati catturati, ma presto la ritorsione del Terzo Reich li sottrasse alle garanzie della Convenzione di Ginevra. Per l’esercito dell’Asse erano traditori. 
Li attendevano sofferenze, privazioni e, soprattutto, la totale disumanizzazione: vissero in condizioni durissime, sottoposti allo stesso orribile trattamento delle vittime delle persecuzioni razziali. Vennero adoperati come manodopera coatta fino alla fine della guerra, senza le tutele della Croce Rossa che sarebbero spettate loro. 
“In questo libro - rivela la Mellace, insegnante e autrice di pièce teatrali, racconti e romanzi - tenterò di squarciare il velo dell’oblio calato su quei seicentomila militari e oltre che finirono nei campi di concentramento tedeschi, più tutti quelli che furono fatti prigionieri degli Alleati americani, inglesi e francesi e soprattutto russi che “dimenticarono” cosa significhi essere uomo, facendolo giungere ad atti di cannibalismo per i prolungati digiuni e violenze di ogni genere”. 
In questo viaggio alla scoperta di altri orrori della Seconda guerra mondiale l’autrice si fa accompagnare da un soldato italiano del Reggimento Regina, Quinto, partito per la Grecia con l’idea di far parte di un esercito di civilizzatori, di vivere un’epoca eroica e che invece fu catturato a Rodi, deportato in Germania come uno schiavo e infine liberato dagli Alleati. 
Una pagina di storia, dunque, su cui meditare per non dimenticare mai che la guerra, ogni guerra purtroppo, procura solo morte, dolore, odio e risentimento. E che l’unico modo per impedire che ce ne siano di nuove è la pace. 

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