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Fra le pieghe dei figli delle giostre e della loro straordinaria carovana

Firmato dagli esordienti Giulio Beranek e Marco Pellegrino il racconto - in parte vero - di un universo speciale, duro quanto fiabesco


16/04/2018

di Valentina Zirpoli


Un esordio narrativo, quello di due giovani legati peraltro da profonda amicizia, Giulio Beranek e Marco Pellegrino, che non manca di lasciare il segno. In primis per l’originalità della trama, che si rifà all’educazione sentimentale di un ragazzino sullo sfondo di un universo duro quanto fiabesco, magico quanto miserabile; poi per la piacevolezza narrativa, forte di una scrittura che graffia e che incide nella storia attraverso una intrigante concatenazione di parole e pensieri; infine per la capacità di trasportare il lettore in un contesto particolare quanto intrigante, dove a tenere banco sono “i camper in riva al mare, un nonno che parla alle giostre, uno zio delinquente, un tornado che rischia di portarsi via ogni cosa”. Un luogo dove tutti sono figli di qualcuno o di qualcosa. 
Con la voce narrante della storia, quella di Giulio, a rincarare la dose: Tutti noi eravamo figli di qualche giostra. Giuseppe, ad esempio, era figlio dei popcorn e della calcinculo, Emilio della filibusta, Jody del treno fantasma e io... io ero il figlio delle rane. Perché Le Rane era la giostra dei miei genitori, una semplice baracca colorata, illuminata da lampadine di forme diverse, all’interno della quale erano distribuite quattro file di piccole rane di plastica, che salivano e scendevano aprendo una buffa bocca. Quelle che i visitatori ne pescavano una con la canna e sotto c’era scritto il premio che avevano vinto. 
Da qui il titolo del libro, appunto Il figlio delle rane (Bompiani, pagg. 236, euro 16,00), un lavoro che non manca di indurre alla riflessione, giocando su un filo conduttore ben lontano dalla nostra quotidianità. La qual cosa non deve stupire in quanto Giulio Bersanek - nato a Taranto nel 1987 - è discendente, da generazioni, di professionisti dello spettacolo viaggiante, oltre che attore di rispetto (dopo essere stato scoperto casualmente dal regista Alessandro Di Robilant, che lo aveva scelto come protagonista di Marpiccolo, ha infatti recitato per i fratelli Taviani, per Matteo Garrone ed è stato protagonista di numerose fiction, buon’ultima quella de Il cacciatore dove ha interpretato il boss Mico Farinelli); mentre Marco Pellegrino (Novara, 1984), sceneggiatore e musicista (il suo più recente album musicale si intitola Voi siete qui), a sua volta ha per così dire le mani in pasta, in quanto sta girando un docufilm proprio sul  mondo dei luna park. 
Già, Il figlio delle rane, un ragazzino di sette anni che decide di scappare da scuola per tornare nel suo mondo popolato da simpatici mostri. Quegli stessi che gli avevano parlato di come riuscivano a spaventare la gente, magari raccontandogli le storie più divertenti collezionate nel corso degli anni. E insieme a loro (scheletri, pipistrelli, ragni pelosi, un Gorilla dal volto rabbioso e il famelico Conte Dracula) lui si sentiva tranquillo e protetto. Rendendosi conto che il mondo che stava al di fuori delle buie e appartate corsie del Treno Fantasma era tutt’altra cosa… 
Ma veniamo alla sinossi. “In un momento drammatico il vecchio patriarca della famiglia Orti Confierith ricorda al nipote che loro appartengono a un popolo speciale, in perenne movimento, capace di scomparire e rinascere, di sopravvivere ai tornado e ai pregiudizi per accendere luci colorate nella notte: sono gli esercenti dello spettacolo viaggiante, i dritti, la gente del luna park. Ogni volta che la loro carovana si ferma, il vecchio Orti passa ore a disegnare la piantina per i mestieri. E per le giostre. E ogni sera verifica le lampadine delle sue attrazioni e ne lucida con amore l’acciaio colorato. È lui l’arbitro di ogni controversia che sorge nel parco (Tutto può ricominciare perché noi siamo figli del parco) e il mediatore nei confronti delle infinite regole imposte dai contrasti, la gente normale che non conosce la libertà di una vita sempre in viaggio e pensa che chi è nomade sia automaticamente un Rom”. 
Da qui - annota Brranek - il difficile rapporto a scuola con gli altri ragazzi, che mi bullizzavano e mi chiamavano zingaro. E gli insegnanti che intervenivano, magari a fin di bene, facevano anche peggio…”. 
In questo universo speciale, “dove si parla un gergo che non troverete in nessun dizionario e tutto cambia a seconda del luogo dove si posteggiano i caravan, si ferma un giorno il giovane cecoslovacco Jirka, che s’innamora perdutamente di Betty e del suo mondo: dalla loro unione nascerà Giulio, primo e unico nipote maschio del vecchio Orti, il corpo esile e l'intelligenza troppo viva anche per gli aerei confini del luna park”. Sta di fatto che “tra la Puglia e la Grecia, la fierezza di una vita fuori dagli schemi e la tentazione della strada più pericolosa, Giulio potrà fidarsi solo del Conte Dracula, del Teschio e della Donna Affogata, che lo aspettano nel citato Treno Fantasma quando le luci del parco si spengono e comincia la vita vera”. 
Che altro aggiungere a quanto già detto? Un romanzo di formazione e al tempo stesso di avventura che non è però un’autobiografia, anche se c’è ben poco di inventato. Dove le risse tra le giostre diventavano ben presto ricordi e storie che alcuni si porteranno portati dietro per sempre; dove spaccio, cocaina, furti e strane morti reggono la dura filigrana del quotidiano (“Anche nella realtà, in quello che era stato il mio mondo, erano diversi i rapporti con l’illegalità”); dove il nero della notte sembra un mare oscuro; dove il campino è un appartamento in miniatura, il ring delle liti di famiglia. Ma anche il luogo dove si nasce, si cresce e si muore. A fronte di “una città dove, io e gli altri dritti, non volevamo assolutamente entrare, anche se di tanto in tanto eravamo costretti ad osservarla di sfuggita…”. 

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