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Fra le pieghe del Medio Oriente secondo "Pandora"

I redattori della nota rivista, attraverso interviste mirate, offrono una visione d’insieme per meglio comprenderne le ragioni


23/04/2019

di Giambattista Pepi


Quando nel 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale l’Impero turco-ottomano si alleò con la Germania e l’Impero austro ungarico. Del grande impero di un tempo che si sviluppava a cavallo di tre continenti (l’Europa, l’Asia e l’Africa occidentale) ed era formato anche da popolazioni europee, si era ridotto, ma comprendeva il Medio Oriente e tutta la Penisola araba. 
Nel tentativo di indebolire la Turchia, i Paesi alleati contro gli Imperi centrali, cioè la Francia e il Regno Unito progettarono un piano: far leva sull’orgoglio arabo e sollevare le tribù contro i loro dominatori. Per secoli popolazioni nomadi, gli arabi non sapevano cosa significasse la parola nazione, essendo riunite in tribù e inoltre erano legati ai turchi dalla comune fede islamica. 
Il governo britannico affidò allora a un giovane colonnello inglese, Thomas Lawrence, il compito di convertire gli arabi al nazionalismo. 
Conquistata la fiducia e addirittura la venerazione delle tribù arabe grazie alla statura morale e a una serie di gesti eroici, il colonnello, noto come Lawrence d’Arabia, riuscì a compiere la sua missione e lanciò gli arabi all’attacco di alcune città turche, promettendo loro che alla fine della Grande guerra il Regno Unito e la Francia avrebbero favorito la nascita di una grande “nazione araba” libera e indipendente. 
Ma Londra e Parigi si accordarono in gran segreto per la spartizione dei territori arabi dell’ex Impero turco.  I negoziati tra i due Stati europei furono condotti da due diplomatici: il francese François Georges-Picot e l’inglese Mark Sykes tra novembre 1915 e marzo 1916. I suoi contenuti furono rivelati solo nel 1919 quando si svolsero le trattative di pace e gli arabi erano fiduciosi che le promesse fatte loro sarebbero state mantenute dalle Potenze vincitrici. 
Sulla base dell’intesa intervenuta, la Giordania, l’Iraq e una piccola area intorno ad Haifa furono sottoposte al mandato inglese. La zona sud-est della Turchia, la parte settentrionale dell’Iraq, la Siria e il Libano finirono sotto il mandato francese. La zona che successivamente venne riconosciuta come Palestina (a quell’epoca abitata quasi esclusivamente dagli arabi) doveva essere destinata a un’amministrazione internazionale con il coinvolgimento dell’Impero russo e di altre potenze. Restò indipendente solo l’Arabia poiché era sede della città santa della Mecca. 
L’accordo Sykes-Picot fu vissuto dagli arabi come un tradimento imperdonabile e rappresentò una delusione di portata storica. In ogni caso nessuno avrebbe immaginato che, nel giro di pochi decenni, proprio quella regione, spezzettata e sottoposta di fatto a una forma di colonialismo edulcorato, sarebbe diventata una delle più instabili del mondo. 
La cronaca giornalistica ci offre in genere una visione parziale e contingente del Medio Oriente, sovrastato dalla questione - tuttora irrisolta - della Palestina, o dalla guerra nel Golfo, o dalla contesa tra Iran e Iraq, o della guerra civile in Siria, o delle gesta esecrande dell’Isis (l’esercito del cosiddetto Stato islamico), ma raramente riusciamo ad approfondire la conoscenza del rapporto tra gli stati, le nazioni ed il potere. Cade a fagiolo pertanto Il trono di sabbia (Rosenberg&Sellier, pagg. 217, euro 16,00): un bel volume che raccoglie le interviste realizzate dai redattori della rivista Pandora con ricercatori, analisti e giornalisti italiani che conoscono da vicino - per ragioni di studio o professionali - i Paesi del Medio Oriente e del Maghreb. 
Le riflessioni si compongono come le tessere di un mosaico per offrirci una visione d’insieme e chiavi di lettura ed interpretazione per comprendere l’attualità di queste complesse e tormentate regioni. 
Pur in presenza di sfide significative al sistema degli stati mediorientali e alla loro sovranità, fatte salve alcune eccezioni, non sembra che almeno nel medio termine ci saranno profondi stravolgimenti nel sistema degli stati e dei confini “disegnati” a tavolino proprio dagli accordi di Sykes-Picot e dalle decisioni dei vincitori della Prima guerra mondiale di cui abbiamo detto sopra. 
Bisogna riconoscere che quei confini hanno avuto il merito se non altro di formare in oltre un secolo stati e identità nazionali che non sono oggi in pericolo visto che le popolazioni della regione si definiscono innanzitutto in termini di appartenenza ad uno stato. 
Autoritarismo, settarismo, islam politico, rentier state e state building sono gli argomenti affrontati in una forma dialettica interessante che guida il lettore in un percorso guidato di avvicinamento e comprensione, indispensabile per chi non si accontenta delle semplificazioni mediatiche su temi che hanno un impatto crescente anche sulle vicende italiane. 
“In questi anni - ricorda Paolo Magri nella prefazione - il Medio oriente ha conosciuto ampi movimenti di protesta, diversi cambi di regime e una diffusa violenza, con effetti destabilizzanti per i governi al potere e per la sovranità e l’integrità territoriale degli stati. Eccetto la Tunisia, l’unica “storia di successo” delle cosiddette primavere arabe del 2011, sono state piuttosto le “controrivoluzioni” dei regimi rimasti al potere, nonostante le scosse della protesta popolare, a essersi dimostrate più efficaci”. 
Nell’ambito di una crisi generale della governance regionale e dell’autorità statuale, va sottolineato che mentre alcuni stati sono di fatto falliti (dopo la morte di Gheddafi la Libia è precipitata nel caos e oggi le due fazioni che si contendono il potere sono in guerra e lo Yemen) altri si sono dimostrati più stabili e resilienti come le monarchie arabe la cui legittimità non è stata messa in discussione. 
Il fallimento dei tentativi di sostituire i regimi autoritari con governi più inclusivi e con maggiore legittimità ha messo in evidenza la fragilità sistemica del contratto tra Stato e società.

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