Share |

Fra le pieghe del passato con un testimone d’eccezione (l’autore) e un intrigante personaggio, il vicequestore Ferruccio Falsopepe

Perché il giallo, come dimostra ne La spia di Cechov, è un pretesto per raccontare Genova e un pezzo importante di storia politica, rendendo peraltro digeribili vicende complicate. In altre parole giocando da par suo sui fatti italiani e internazionali che caratterizzarono il 1985: un anno strategico…


18/11/2020

di Mario Paternostro


L’idea che tiene banco ne La spia di Cechov (Fratelli Frilli, pagg. 204, euro 14,90) è stata quella di raccontare il Pci all’inizio della grande svolte che arriverà alla Bolognina: cambio del nome da Pci a Pds, Occhetto leader, contrasti, dibattiti divisioni. Da una parte i modernisti, dall’altra i nostalgici della madre Urss. Un periodo che ho vissuto da inviato speciale di politica proprio al seguito del partito di Enrico Berlinguer, ma soprattutto di quelli che lo hanno preso in consegna dopo: Alessandro Natta, Achille Occhetto e poi gli altri. 
Un racconto leggero. L’idea era questa, dove l’altra protagonista fosse Genova, la mia città, con i suoi problemi, i personaggi della politica e del giornalismo. E poiché scrivo gialli, o se preferite noir (io sono per i gialli e stop…), ho pensato che poteva essere un giallo o qualche cosa di simile. 
Dunque siamo nel 1985, annus horribilis: a Washington c’è Ronald Reagan con le sue guerre stellari per fare una barriera contro i sovietici, a Mosca da poco regna Gorbaciov che ha voglia di aprire all’Occidente (ha già incontrato il presidente Usa a Ginevra). Mentre, a Roma, Bettino Craxi, segretario del Psi, è il primo premier socialista con l’immarcescibile Giulio Andreotti agli Esteri, Scalfaro agli Interni e Cossiga al Quirinale. E a Genova? Dopo dieci anni di giunta rossa, il Psi molla il Pci egemone in città e crea il pentapartito con il Pci all’opposizione. 
Siamo durante le vacanze di Natale, anzi, tra Natale e Capodanno, e tutti hanno voglia di festeggiare nonostante Abu Nidal abbia compiuto una strage all’aeroporto di Fiumicino. 
Sta di fatto che a Genova giunge un giovane e lanciatissimo fisico nucleare russo, Andrej Prozorov (cognome cechoviano…) per partecipare a una conferenza scientifica con un illustre collega americano. Un incontro che ha un significato molto più ampio di quello strettamente scientifico: si tratta di una prima apertura ufficiale di Gorbaciov e tutti i giornali e le tv sono pronti a seguire l’evento. 
Prozorov e i suoi accompagnatori sovietici (tutti Kgb per lo più) vengono “affidati” ai compagni del Pci locale e in particolare all’anziano Bettoschi, segretario della storica sezione Pci Vapori. È ormai uno dei pochi comunisti a conoscere il russo, appreso nelle vecchie scuole di partito. 
Ma poche ore dopo l’arrivo in città, proprio mentre si trova nella sede storica della federazione comunista, il fisico scompare misteriosamente. È il panico tra le cancellerie a Mosca, Roma e anche a Genova. Dove è finito Prozorov? Perché è scappato? Fuga o rapimento? L’ordine è: tenere tutto sotto traccia. 
A questo punto nel delicato intrigo internazionale tra i caruggi genovesi, entra in gioco una squadra di antichi compagni, proprio i militanti residui della antica sezione Vapori, duri e puri, anima fedele di una sezione storica che qualche dirigente di partito modernista vorrebbe chiudere perché troppo vecchia e soprattutto troppo nostalgica e ortodossa. Stanno riempiendo rabbiosamente le valigie con i loro ricordi: vecchie e storiche copie della Pravda, foto di Togliatti e Nilde Jotti in visita, ma soprattutto memorie, aneddoti, amicizie. 
Lo scienziato chiede asilo ai vecchi compagni che per vendicarsi contro i dirigenti del partito accettano di disobbedire e portarlo in vacanza nei luoghi del Rinascimento toscano alla ricerca di un affresco di Leonardo. 
Dietro al loro camper una squadra di agenti segreti e spie pronti a intervenire…. Ma toccherà a una giovanissima giornalista praticante dell’Unità scompigliare le carte. 
Detto questo, il finale non si racconta. Non si può raccontare. 
Come per gli altri miei libri, da Le povere signore Gallardo e Bésame mucho editi da Mondadori, a Il sangue delle rondini edito da Il Melangolo e Il cardinale deve morire edito dai Fratelli Frilli, il giallo è un pretesto, spero ammiccante, per raccontare un pezzo di storia o cronaca che ho vissuto o di cui mi sono occupato nella mia professione: dall’emozionante vicenda della Repubblica partigiana dell’Ossola agli anni Sessanta vissuti nella riviera ligure, tra le notti del Covo di Paraggi e il primo concerto dei Beatles in Italia. Oppure gli anni di piombo che hanno visto Genova tra le città italiane più colpite o la figura emblematica del cardinale Giuseppe Siri, quasi papa per quattro volte a cominciare dal conclave del 1958 dopo la morte di Pio XII. 
La politica, in ogni caso, c’entra sempre, proprio perché l’ho osservata da vicino, probabilmente negli anni più interessanti, quelli del post terrorismo e della trasformazione di alcuni partiti come Pci e Dc, avendo occasione di intervistare o seguire personaggi come Andreotti, De Mita, D’Alema, Berlusconi, Bersani. Ovvero la grande politica, le grandi trasformazioni non solo della mia città, Genova, ma anche del Paese. 
Le trame gialle servono a rendere più digeribili vicende complicate. Ma anche a far rivivere a volte con i loro nomi reali, spesso con altre identità anagrafiche, personaggi che hanno segnato l’agenda italiana. 
Per questo in alcuni dei miei romanzi il protagonista è un investigatore, il vicequestore Ferruccio Falsopepe, pugliese doc di Ceglie Messapica, incantevole capitale dei trulli della Valle d’Itria, trasferito a Genova durante i fatti del G8 e rimasto a far carriera in questa città. 
Città di cui Falsopepe si innamora, inventando un modo di indagare molto personale, un misto di fiuto e flanérie che lo porta a girovagare tra i vicoli, le chiese antiche, l’arte e la storia alla ricerca di assassini o colpevoli in genere, utilizzando come faceva il suo idolo Maigret, portinaie, vicine pettegole e vecchi cronisti di nera, di quelli che masticavano suole di scarpe e appostamenti per trovare una notizia. 
Il giallo in genere finisce con una soluzione e un colpevole, ma quello che conta è far vivere una città, le manie degli abitanti, usi e costumi, piatti tipici e aneddoti. Turismo & Delitti! 
Falsopepe indaga a Genova tra odori di tripperie e friggitorie, salendo faticose creuse de ma, navigando su vecchi gozzi da pesca nel mare di Boccadasse. Come la mia “spia di Cechov”, innamorata dell’Italia, innamorata del drammaturgo di Taganrog. 
D’altronde proprio nel “Gabbiano” il dottor Dorn risponde a Medvedenko che gli chiede quale sia secondo lui la più bella città che ha visitato: “Genova, perchè tra la sua folla per le strade si può trovare davvero l’anima del mondo…”.

(riproduzione riservata)