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Fra le pieghe della "Spedizione Donner": tornate indietro o morirete tutti

Attinge dalla storia l’inquietante lavoro di Alma Katsu, mentre Stephen King punta su uno strano caso e Jessika Knoll sulle magagne di un reality


01/04/2019

di Mauro Castelli


La “Spedizione Donner”, forse l’episodio più inquietante della storia a stelle e strisce, è stata travasata nelle pagine di un thriller (ci sia consentito, seppure con una certa dose di approssimazione, definirlo così) che si legge che è un piacere e che si nutre di una indubbia genialità; un lavoro che porta la firma di una donna che per certi versi ha avuto le mani in pasta con il mistero, ovvero Alma Katsu, nata nel 1959 a Fairbanks, in Alaska, figlia di un americano e di una giapponese. 
Lei che, non a caso, ha prestato servizio per 29 anni come analista di intelligence per il Governo federale degli Stati Uniti (“Un lavoro che mi ha insegnato a guardare oltre l’apparenza e ha affinato le mie capacità di interpretare la realtà”), oltre a proporsi come consulente nel campo delle nuove tecnologie. Lei che aveva debuttato sugli scaffali con The Taker, un libro del 2011 che era stato inserito dall’American Library Association nella top ten dei migliori romanzi pubblicati in quell’anno. Un lavoro che si nutre di una filigrana storico-fantasy, quella stessa che sembra toccare al meglio le sue corde narrative. 
E ora eccola tornare in pista con il suo quarto libro, una rivisitazione appunto della tragica avventura Donner, arricchita di un irresistibile colpo di scena finale. Tutto questo, e molto altro, In The Hunger. Affamati (Newton Compton, pagg. 374, euro 12,00, traduzione di Andrea Russo). Fermo restando, tiene a precisare l’autrice, che nel plasmare questa storia “mi sono presa molte libertà. E anche se nomi, luoghi e date sono rimasti invariati (frutto di un attento lavoro di ricerca e di documentazione), ho apportato - complice la mia fantasia - diversi cambiamenti nella vicenda. Arrivando ad aggiungere un paio di personaggi inventati”. 
Per la cronaca con il nome di spedizione Donner ci si riferisce a quel gruppo di pionieri statunitensi che, sotto la presidenza di James Knox Polk, era partita con una carovana della speranza alla volta della California, una specie di terra promessa. Ma non tutto andò secondo le previsioni. Bersagliati da una serie di disavventure, quel gruppo di pionieri dovette infatti trascorrere l’inverno tra il 1846 e il 1847 accampato sulla Sierra Nevada. Soffrendo, dopo il caldo torrido del deserto, il gelo dell’inverno e i morsi della fame. Tanto che alcuni di loro ricorsero al cannibalismo per sopravvivere, nutrendosi dei morti per fame o per malattie. 
Successe infatti che strada facendo si dovesse scegliere fra due strade che conducevano alla stessa destinazione. Una era già nota come una pista sicura, mentre della seconda, sconosciuta, si vociferava fosse molto più breve. Il viaggio verso il mitico Ovest in genere richiedeva dai quattro ai sei mesi e, per risparmiare tempo e fatica, Donner decise di puntare sulla nuova via, chiamata Hastings Cutoff. Ovvero quella che attraversava i monti Wasatch e il deserto del Gran Lago Salato. 
Ma non fu una scelta felice: il terreno accidentato e le difficoltà incontrate nel percorso, che costeggiava il fiume Humboldt, provocarono infatti la perdita di molti capi di bestiame in abbinata a quella di diversi carri. 
Fu così che all’inizio di novembre, e per di più divisa, la spedizione raggiunse la Sierra Nevada, dove fu bloccata da una inaspettata nevicata nei pressi del Lago Truckee (oggi Lago Donner). Le scorte di cibo ben presto finirono, e a metà dicembre un gruppo di volontari decise di andare a cercare aiuto. Sta di fatto che i soccorritori partirono a più riprese da Sacramento, tentando di raggiungere gli emigranti, ma non arrivarono prima della metà di febbraio del 1847, quasi quattro mesi dopo che la carovana era rimasta bloccata. 
Fu così che soltanto 48 degli 87 componenti della spedizione (ma si tratta di forse non attendibili al cento per cento) arrivarono vivi alla meta. E successe anche che, spinti verso la follia dalla fatica e dalle privazioni, i membri del gruppo si lasciassero andare a una barbara lotta per la sopravvivenza. Oltretutto finendo per far di conto - e questo sarebbe stato l’aspetto più inquietante - con la misteriosa scomparsa, uno dopo l’altro, di alcuni bambini. 
In effetti “la minaccia più pericolosa che i pionieri avrebbero dovuto affrontare - in un contesto di straordinaria disperazione - non sarebbe stata la furia della natura, bensì qualcosa di più primitivo e feroce che si stava risvegliando”. 
In sintesi. La bravura di Alma Katsu - che è stata tradotta in una dozzina di Paesi e si porta al seguito un debole dichiarato per autori del calibro di Alexandre Dumas e Mary Shelly, oltre che per Lord Byron e Nathaniel Hawthorne, sino ad approdare a Shirley Jackson, John Irving (con il quale ha studiato alla Brandeis University), Donna Rice e Sándor Márai - sta nell’aver saputo trasformare una vicenda storica in “un capolavoro di immaginazione e suspense”; nell’aver regalato pennellate d’autore a personaggi che rimarranno impressi nella mente del lettore; nell’aver dato voce a una natura brutale e selvaggia che non sa cosa significhi la parola pietà; nell’aver intinto la penna nel mistero, nella disperazione e nell’inquietudine (Se non tornate indietro morirete tutti).  
Risultato? Un romanzo da sette più peraltro benedetto da quel geniaccio di Stephen King, che lo ha definito “inquietante e avvincente”, oltre a consigliarne la lettura “quando è buio”. Il che vorrà pur dire qualcosa. 


Già, Stephen King, che torna sui nostri scaffali con Elevation (Sperling & Kupfer, pagg. 196, euro 15,90, traduzione di Luca Briasco), un racconto lungo, o romanzo breve che dir si voglia (a farla da padrone sono interlinee che ne fanno lievitare lunghezza e leggibilità), pronto a rapportarsi con una storia - peraltro uscita da una manciata di mesi negli Stati Uniti - degna del suo autore. Una storia nuovamente ambientata nella cittadina immaginaria di Castle Rock, dove a tenere banco sono, in buona sostanza, “le tristi derive del nostro tempo”. Ed è appunto in quel di Castle Rock che l’autore rimette in scena alcuni dei personaggi che hanno già tenuto banco nei suoi precedenti libri. 
A reggere la scena è Scott Carey, un omone alto più di un metro e novanta “senza scarpe”, reduce da un divorzio tutt’altro che semplice (che ho ha lasciato confinato in un appartamento troppo grande e solitario per lui e per quel pigrone del suo gatto), ma anche alle prese con un altro strano problema: quello di perdere peso senza che il suo fisico cambi di un millimetro. Semmai il cambiamento è un altro… 
In effetti da un po’ di tempo Scott si sente inspiegabilmente felice, non toccato dal suo dimagrimento, tanto euforico da ritenersi in grado di sistemare le storture che attanagliano la sua cittadina, in altre parole cercando di riaffermare il potere della parola sull’ottusità del pregiudizio. Peraltro dimostrando che l’amicizia è sempre a portata di mano. 
Ed è appunto di questo suo strano stato che il nostro protagonista intende parlare con il settantaquattrenne Bob Ellis, per tutti ancora il dottor Bob nonostante abbia smesso di esercitare da cinque anni, da quando cioè era andato in pensione. Il quale lo pungola dicendogli che, per un consulto, avrebbe dovuto recarsi dal suo medico curante. Cosa peraltro già fatta, con tanto di check-up completo, dal quale non era emerso nulla. Ma bastava dargli un’occhiata per rendersi conto che in effetti c’era qualcosa che non andava... 
Parte da questa considerazione la strana filigrana del racconto che Stephen King, ancora una volta, imbastisce da par suo, giocando su una tematica decisamente nuova, ovviamente trattata in guanti bianchi. In altre parole coinvolgendo il lettore in una deriva che potrebbe condizionare, all’insegna della malinconia, il quotidiano di un uomo normale. Ferma restando, ci mancherebbe, quella leggibilità che è nelle corde del nostro geniale scrittore. 
Detto del libro, a beneficio delle nuove leve, spizzichi di vita dell’autore. Per la cronaca Stephen King è nato a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947, dove avrebbe vissuto un’infanzia tribolata dopo che il padre era sparito nel nulla (dopo essere uscito di casa per fare una passeggiata) quando lui aveva soltanto due anni e la madre si era trovata costretta ad accettare umili lavori per tirare avanti. E così anche Stephen, che per aiutare la famiglia si sarebbe dato da fare come benzinaio, spazzino e addetto a una lavanderia, riuscendo comunque a diplomarsi e a laurearsi in Letteratura inglese. 
A complicare le cose, nel 1971, il matrimonio, fortunatamente felice, con una compagna di studi, Tabitha Jane Spruce (che aveva conosciuto in biblioteca e che sarebbe diventata in seguito, a sua volta, scrittrice oltre che poetessa), la quale gli avrebbe regalato a tamburo battente una figlia chiamata Naomi. E con loro ancora oggi vive e lavora nel Maine, a conferma di un matrimonio vincente, nonostante Stephen si sia dovuto confrontare, in gioventù, anche con problemi di alcol e droga. 
E per quanto riguarda il suo approdo alla narrativa? Dopo quattro romanzi scritti fra i 16 e i 22 anni finiti nel nulla (a confortarlo, si fa per dire, la vendita di un racconto a 35 dollari a una rivista professionale), soltanto nel 1974 avrebbe ingranato la marcia giusta, incassando i suoi primi 2.500 dollari dalla casa editrice Doubleday per la pubblicazione di Carrie. Un romanzo - repetita iuvant - passato inosservato nell’edizione rilegata, ma che avrebbe riscosso un enorme successo in quella economica, superando il milione di copie. 
A quel punto, grazie anche alla vendita dei diritti per la trasposizione cinematografica (supportata nel 1980 dalla magistrale interpretazione di Jack Nicholson), King decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Regalando ai lettori capolavori come Le notti di Salem, Shining, Stand by me, Le ali della libertà e Il miglio verde, lavori che ancora oggi tengono banco al botteghino (con 500 milioni di copie vendute in mezzo mondo), a fronte di una collezione di premi e riconoscimenti (il presidente Barack Obama, ad esempio, gli ha conferito la National Medal of Arts). 
Ma anche con uno stop al seguito legato a un bruttissimo incidente quando nel 1998, all’apice della fama, venne travolto da un’auto rischiando di morire. Incidente dal quale ne sarebbe venuto fuori dopo un anno e passa di convalescenza e riabilitazione. 
Che altro? A rimpolpare il suo favoloso conto in banca la trasposizione sul grande schermo di una marea di romanzi,  in diversi casi supportati dalle sue sceneggiature e diretti da registi del calibro di Stanley Kubrick, Brian De Palma, John Carpenter, David Cronenberg, Rob Reiner e Frank Darabont. Per non parlare delle tante, seguitissime, serie televisive. 


L’ultima proposta della settimana è legata a un romanzo imbastito all’insegna dell’audacia narrativa, ma anche dell’ambizione (“Io stessa lo sono, in quanto nella vita un certo tipo di competizione è inevitabile”), dell’intelligenza, nonché dei tradimenti da parte di una donna nei confronti di un’altra. Un contesto quest’ultimo che, a detta di Jessica Knoll (ex redattrice di Cosmopolitan e Self, cresciuta alla periferia di Philadelphia e che oggi vive a New York con il marito, nonché autrice del bestseller 2015 La ragazza più fortunata del mondo, un romanzo autobiografico - nel quale rivelava di essere stata stuprata - in predicato per il grande schermo), “risulta più doloroso rispetto al tradimento di un compagno di vita”. 
Fermo restando che il mondo femminile, quando si tratta di competizione, è disposto a tutto. Viaggiando in senso opposto alla convinzione, dura a morire, che la donna dovrebbe essere sempre gentile, accomodante, disponibile, altruista. Ma i tempi sono cambiati. Forse come rivalsa del fatto che sinora l’altra metà del cielo “è stata sfruttata, sottopagata, relegata in un angolo, messa a tacere”. 
Considerazioni che esulano dal femminismo (“Non ho una ricetta per bloccarne la commercializzazione” ironizza), in quanto le ragazze delle nuove generazioni possono disporre di molte opportunità e, quindi, di scelte. “In effetti oggi possiamo fare ed essere ciò che vogliamo, anche se il relativo metro di giudizio può risultare discordante fra una persona e l’altra”. 
Jessica Knoll, si diceva, una bella donna che si è dovuta confrontare con il difficile rapporto con il cibo (“La mia dietista, Elyse Resch, mi ha insegnato che valgo più del mio peso”) e che ha trovato un punto di gratificazione nell’adozione, in un canile gestito da volontari, della sua adorata Beatrice, una pacioccona bicolore che russa accanto a lei mentre sgobba al computer e i cui grugniti, e il suo volto molliccio, la fanno ridere “anche nelle giornate più storte”. 
Lei che per il suo secondo romanzo, La sorella preferita (Rizzoli, pagg. 474, euro 19,00, traduzione di Giulio Silvano), ha preso ispirazione da alcuni fatti di cronaca, e in particolare dalle accuse di molestie sessuali rivolte al produttore Harvey Weinstein. Lei che fra le pagine di questo thriller - teso, incalzante e doloroso, in cui tutti ingannano tutti - dimostra di saper graffiare come si conviene (“Anche se nel mondo dell’immagine l’arma più affilata è un sorriso cortese”). Peraltro affondando il bisturi fra le pieghe del successo, per il quale troppe dive, o aspiranti tali, sono disposte a superare il sottile crinale che separa “la verità dalla menzogna, la vita dalla morte”. 
D’altra parte, si interroga l’autrice, cosa se ne sarebbe fatto “il lettore dell’ennesima femmina di sani princìpi?”. Da qui l’intuizione di “costruire una storia su un mondo pieno di donne arrivate”. Lasciando all’angolo quelle che sognano il principe azzurro e credono nel lieto fine delle fiabe per puntare invece su quelle in carriera, disposte a tutto pur di conquistare il successo. 
A tenere la scena ne La sorella preferita è Brett Courtney, una star di Goal Diggers, uno dei reality di maggior successo della tv statunitense, sotto le cui telecamere sfila, col trucco rifatto, la vita privata e lavorativa di quattro donne manager. Tutte belle, giovani e ricche. A ventisette anni, Brett ha per le mani un piccolo impero nel campo del fitness di lusso ed è già un’icona: omosessuale impegnata in una strenua battaglia per i diritti delle donne, ha l’ambizione di ridefinire l’identità femminile, a partire dai suoi canoni estetici. 
Quando la sorella maggiore di Brett, Kelly, viene scritturata nel cast del programma, la competizione fra le Diggers esplode rinfocolata dai produttori dello show, più che disposti a esasperare i conflitti fra le ragazze in cerca di una nuova, succulenta storyline. Perché il pubblico televisivo non vuole certo la verità: vuole lo spettacolo, vuole la competizione, vuole addirittura il sangue. E questa volta lo avrà. Con tanto di omicidio al seguito. Quello, lo possiamo anticipare, di Brett.

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