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Fra le pieghe della genesi del neofascismo in Italia

Lo storico Nicola Tonietto si addentra nel decennio che avrebbe partorito il nuovo movimento politico: dai moti clandestini di resistenza agli Alleati nel Centro-Sud alla nascita dell’Msi, fino alla questione di Trieste


04/11/2019

di Giambattista Pepi


In Italia la parola neofascismo non ha un significato chiaro e univoco potendo riferirsi ora a coloro che si ispirano ai princìpi e ai metodi del fascismo storico, ora ai fautori e agli apologeti di un movimento risorgente, ma soprattutto ai partiti di estrema destra, i quali, nel loro appalesarsi, hanno fatto ricorso alla simbologia, al linguaggio, ai metodi del Partito nazionale fascista, nonché a espressioni, frasi, atteggiamenti del suo leader, Benito Mussolini. 
Per circoscrivere una ricerca ardua, che è storica e politica a un tempo, ma i cui esiti non sono affatto scontati, basterebbe richiamare il volume Chi è fascista di Emilio Gentile, recensito su queste stesse colonne, in cui l’autore (uno tra i più grandi storici del fascismo) mette subito in chiaro che quando si parla di fascismo e quindi di neofascismo occorre conoscere di “quale fascismo stiamo parlando” dal momento che “nel passato ci sono stati vari movimenti e regimi definiti fascisti, che hanno avuto origine, programmi, propositi, durata ed effetti molto differenti, persino opposti”. 
Il fascismo, ricorda Gentile, fu quello che si impose in Italia negli anni fra le due guerre mondiali e divenne modello per altri fascismi nel Novecento e che aveva determinate caratteristiche distintive. Il neo-fascismo di casa nostra si riferisce “tout court” al fascismo storico, o incarna un modello nuovo ma ancorato al cliché tradizionale? 
Secondo Renzo De Felice, che ha dedicato gran parte della sua vita a studiare il fascismo nazionale, durante la guerra fredda tra Usa e Urss, i movimenti neofascisti assorbirono e presero il posto del fascismo di matrice mussoliniana favoriti dalla strategia geo-politica dell’Alleanza Atlantica che considerava con favore questi gruppi in funzione di argine efficace all’espansione comunista, principale preoccupazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Europa e in altre parti del mondo. 
In Italia in particolare il neo-fascismo prese vita nei primi mesi dopo la fine della Seconda guerra mondiale su iniziativa di reduci della Repubblica Sociale Italiana al Nord e di coloro che continuavano a nutrire un sentimento di simpatia nei confronti del regime al Centro-Sud. Tra gli studi sul fenomeno, il più importante è stato certamente quello di Giuseppe Parlato sui “fascisti senza Mussolini” e sui primi passi compiuti dai reduci del fascismo nell’immediato dopoguerra. 
Un nuovo contributo per conoscere più da vicino la formazione dei gruppi neofascisti italiani giunge ora da Nicola Tonietto con il libro La genesi del neofascismo in Italia.Dal periodo clandestino alle manifestazioni per Trieste italiana 1943-1953 (Le Monnier, pagg. 350, euro 26,00). 
In questo volume l’autore (dottore di ricerca in Storia all’Università degli Studi di Trieste, nonché premio Spadolini Nuova Antologia per la tesi di dottorato) approfondisce e descrive i primi dieci anni di neofascismo: dai movimenti clandestini di “resistenza” nell’Italia centro-meridionale occupata dagli Alleati alla nascita del Movimento Sociale Italiano e alla piena legittimazione acquisita dall’Msi nel corso degli anni Cinquanta. 
Tonietto illustra il filo rosso che collega il periodo clandestino, quando la prima necessità era quella di creare piccoli gruppi di spie e sabotatori nel territorio controllato dagli Alleati e, nel contempo, di provare a mantenere vivo lo spirito fascista, fino a giungere all’attiva partecipazione di questo partito nella vita politica del nostro Paese. 
Grazie ai documenti provenienti dagli archivi italiani, britannici e statunitensi, l’autore ha potuto ricostruire le vicende dei leader e delle reti dei gruppi neofascisti nell’Italia del Centro-Sud (come, ad esempio, quella di Valerio Pignatelli di Cerchiara o il gruppo Onore) che si intrecciavano con lo spionaggio politico organizzato dal segretario del Partito fascista repubblicano Alessandro Pavolini e con gli agenti impiegati dalla Decima Mas di Junio Valerio Borghese. 
Presidente del Movimento Sociale Italiano dal 1951 al 1953, per poi essere espulso dal partito, quest’ultimo sarebbe poi salito agli onori della cronaca perché nel 1970 fu promotore di un fallito colpo di Stato (il golpe Borghese) con la collaborazione di dirigenti del Fronte Nazionale, paramilitari appartenenti a formazioni dell’estrema destra e numerosi alti ufficiali delle forze armate e funzionari ministeriali. 
Subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale dalle ceneri di organizzazioni estremistiche di destra nacquero molti gruppi e partiti di ispirazione neofascista che si dedicavano non solo al proselitismo e al volantinaggio ma anche ad azioni dimostrative e attentati (le Squadre d’Azione Mussolini, il Partito Fascista Democratico, i Fasci di Azione Rivoluzionaria). 
In questo contesto nacque e si sviluppò il Movimento Sociale Italiano, inizialmente solo uno dei questi piccoli gruppi e in seguito non solo il più importante punto di riferimento per i neofascisti, ma anche un attore rilevante nella scena politica nazionale. 
Ciò fu possibile grazie alla nuova politica moderata, conservatrice, cattolica e filo americana inaugurata dal nuovo segretario del partito Augusto De Marsanich all’inizio degli anni Cinquanta. La sua strategia non venne approvata da tutti i membri del partito, specialmente da coloro i quali rivendicavano le origini repubblichine e rivoluzionarie del Movimento. Il percorso era tuttavia tracciato, e nonostante il grande contributo per la sopravvivenza del movimento fascista, i cosiddetti “spiritualisti” e i “vecchi leoni” come Borghese e il Generale Rodolfo Graziani vennero espulsi o abbandonarono il partito. 
Uno sguardo privilegiato Tonietto nel suo libro l’ha dedicato al confine orientale e alla città di Trieste, proprio per l’importanza, non solo propagandistica, che ha ricoperto per il neofascismo nel corso dei suoi primi anni di vita. 
In questo caso si sono rivelate di grande interesse fonti recentemente a disposizione degli studiosi: la documentazione prodotta dall’Ufficio Zone di Confine (in copia all’Istituto Regionale di Storia del Movimento di Liberazione di Trieste e in originale nell’Archivio storico della Camera dei Deputati) e quella appartenuta a Giulio Andreotti (conservata all’Istituto Sturzo), particolarmente attento alle questioni legate ai territori “di confine”.

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