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Fra le pieghe della maternità all'insegna di una contrastata realtà sociale

Dalla statunitense Leni Zumas un lavoro irriverente e futuribile, che gioca a rimpiattino con la perdita di significative libertà


28/05/2018

di Valentina Zirpoli


Si chiama Leni Zumas, ha 46 anni e vive a Portland, nell’Oregon; è cresciuta a Washington, dove ha frequentato la Sidwell Friends School  e si è laureata presso la Brown University; attualmente insegna - dopo diverse esperienze maturate in altri atenei - Scrittura creativa presso la Portland Stater University; è autrice di una antologia di racconti (Farewell Navigator, edita nel 2008) e di due romanzi, uno dei quali - The Listeners, pubblicato nel 2012 - si è accasato nella cinquina dei finalisti dell’Oregon Book Award. Che altro? Ha dato voce a diversi lavori apparsi su Granta, The Cut, The Sunday Times Style (Regno Unito), Tin House, Lenny Letter, Jubilat, The Collagist e Quarterly West
Lei che per la prima volta approda sui nostri scaffali, per i tipi della Bompiani, con Orologi rossi (pagg. 390, euro 18,00, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), un libro intrigante, fresco di stampa anche negli Stati Uniti con lo stesso titolo (Red Clocks), che si addentra, a detta dell’autrice, “in territori arditi e profondi”. Ovvero quelli legati a una futuribile perdita di diritti acquisiti da parte delle donne, come l’aborto o l’inseminazione in vitro. Tematiche che ci fanno avvicinare alla quotidianità dell’universo femminile ancora alle prese, in diversi parti del mondo, con una insostenibile arretratezza. 
Orologi rossi, si diceva, che il New York Times, in un articolo firmato da Naomi Alderman, ha paragonato a una “riflessione lirica quanto approfondita sulla vita delle donne”: Aggiungendo: “È difficile credere che stupidità e noncuranza possano farci tornare all’orrore del passato finché non lo vediamo accadere”. Di fatto un romanzo portatore di idee che, “richiamando temi e modi cari a Margaret Atwood, esplora i contorni della femminilità contemporanea. A fronte di una storia di trasformazione e di speranza in tempi in cui ogni diritto sembra una conquista da rinegoziare”. 
Ma allora, viene da chiedersi, si tratta di un testo profondo ma anche noioso? Tutt’altro. Semmai una storia irriverente che cattura e intriga, a fronte di un testo divertente e mordace, barocco e poetico, allarmante e al tempo stesso stimolante. Tanto è vero che i diritti sono già stati acquisiti, con traduzioni in corso, in Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Polonia, Turchia e Ucraina. Ferma restando la pubblicazione già avvenuta nel Regno Unito per i tipi della Borough Press-Harper Collins. 
Detto questo spazio alla sinossi, che si dipana a partire da un interrogativo: la maternità - presente o assente, cercata o negata - ci definisce come donne? Leni Zumas sceglie la via del romanzo per parlare di un tema scottante dando voce “a quattro donne di Newville, villaggio di pescatori dell'Oregon, in un futuro vicino in cui negli Stati Uniti l’aborto è proibito, l’inseminazione in vitro è vietata, la legge garantisce pieni diritti all’embrione e un Muro Rosa blocca l’accesso al Canada, dove invece abortire si può, e dove ragazze e donne fuggono di nascosto in cerca di soluzione per le gravidanze non volute”. 
A tenere la scena è Ro, un’insegnante di scuola superiore single, che “sta cercando di avere un figlio affidandosi a una clinica della fertilità mentre compila la biografia di Eivør Mínervudottír, esploratrice polare del diciannovesimo secolo, sola e determinata a essere se stessa in un mondo ostile”. E poi, strada facendo, incontriamo Susan, madre frustrata di due figli perfetti, intrappolata in un matrimonio perfetto che sta cadendo a pezzi; Mattie, una delle allieve più brillanti di Ro, che quando scopre di essere incinta non sa a chi chiedere aiuto. Infine c’è Gin, “spirito della foresta, erborista e guaritrice, che in qualche modo riunisce i destini di tutte quando viene arrestata e processata per le sue pratiche, vittima dell’ennesima caccia alle streghe...”.

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