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Fra le pieghe della misteriosa scomparsa di Federico García Lorca, interprete inquieto di una Spagna sospesa fra arcaicità e modernità

Firmata da Ben Pastor una impareggiabile ricostruzione storica che si propone alla stregua di un vero e proprio atto d’amore, travestito da mystery, nei confronti di un Paese, di un poeta e di tutti coloro che “hanno a cuore il pane, la terra e la libertà”


09/09/2019

di Luigi Sanvito


Sotto il nero di luna/ dei banditi / cantano gli speroni. / Cavallino nero, dove vai col tuo cavaliere morto? Forse era inevitabile che un giallo dedicato alla misteriosa scomparsa di Federico García Lorca iniziasse con una citazione dei suoi versi. Interprete inquieto di una Spagna sospesa tra arcaicità e modernità, drammaturgo e regista teatrale d’avanguardia oltre che poeta, intimo amico di Luis Buñuele Salvador Dalì, fervente sostenitore della Repubblica e omosessuale appartato, Lorca fu messo a morte dai franchisti a Granada, nel 1936. Peraltro, nonostante molti decenni di ricerca, il suo luogo di sepoltura rimane tuttora ignoto. 
Questa, in estrema sintesi, la versione ufficiale dei fatti, talmente fumosa e inconcludente da lasciare spazio a qualunque variazione sul tema, a maggior ragione se questa viene proposta e sviluppata da una scrittrice che sa miscelare in modo impareggiabile la ricostruzione storica con la finzione letteraria. Creatrice della saga del soldato-detective Martin Bora, sorprendente icona delle lacerazioni ideologiche e spirituali del Novecento, Ben Pastor torna infatti in libreria con La canzone del cavaliere (The Horseman’s Song, edizione italiana Sellerio, pagg. 481, euro 15,00, traduzione di Paola Bonini), vero e proprio atto d’amore travestito da mystery nei confronti della Spagna, di Lorca e di tutti coloro che hanno a cuore il pane, la terra e la libertà, come recita efficacemente la dedica d’apertura. 
Tra questi ultimi, sia pure a modo loro e su fronti fatalmente opposti, troviamo due dei protagonisti principali del romanzo. Il primo è un giovane Martin Bora, qui alla sua avventura d’esordio. Di origine aristocratica, diplomato in pianoforte e laureato in filosofia, agisce sul fronte spagnolo come volontario franchista e agente del controspionaggio tedesco. Il suo ribellismo di sapore adolescenziale l’ha portato in prima linea non tanto per difendere la Cattolicità dall’incombente pericolo rosso (come si ostina ad affermare mentendo a se stesso), quanto per indispettire il proprio patrigno e allontanarsi dall’anacronistico conservatorismo di matrice guglielmina che questi, sclerotico generale prussiano, si ostina a incarnare in oziosa polemica col nazismo. 
Sta di fatto che a pagina 1 Bora inciampa - letteralmente - nel cadavere di Lorca, un colpo basso del destino che lo spingerà non solo a fare luce sull’omicidio del poeta, ma anche a rivedere da cima a fondo le sue convinzioni politiche, fino ad approdare a una silente ma fattiva opposizione al regime hitleriano. Perché quando la poesia diventa una spina nel fianco, può rovesciare qualunque orizzonte interiore, e smascherare ogni bugia dell’anima. 
Dall’altro lato della barricata - o meglio, della sierra -, impegnato a indagare sullo stesso omicidio, ecco Philip Walton, un proletario americano di mezza età che aveva conosciuto personalmente Lorca ai tempi della stesura di Poeta a New York, ricavandone una sorta di ispirazione esistenziale a dir poco dirompente, al punto da mollare tutto, compreso un matrimonio in crisi, ed imbarcarsi armi in pugno alla volta della Spagna. 
I percorsi paralleli di Bora e Walton incappano poi in Remedios, un’elusiva strega-contadina che non stonerebbe nel libro dell’Odissea dedicato a Circe. Amante di entrambi (e non necessariamente a turno), questa bruja appare e scompare, lancia profezie ermetiche e si rifiuta di chiarirle, si concede e si ritrae, diventando lo specchio implacabile dei desideri repressi e delle frustrazioni nascoste dei suoi compagni di letto. Sfuggente incarnazione dell’imperscrutabilità dei destini umani, Remedios imprimerà sulla vita di Bora e di Walton un marchio pressoché indelebile, spingendoli a scelte radicali dalle quali non potranno più ritrarsi. 
Sullo sfondo e nello stesso tempo in primissimo piano - corpo assente, anima presente -, vi è poi il protagonista “proustiano” del romanzo, cioè lo stesso Federico García Lorca, rievocato dai ricordi di chi l’ha conosciuto, amato o disprezzato. Sarà appunto ricostruendo gli ultimi giorni di vita del poeta, che Bora e Walton riusciranno a svelare il mistero del suo omicidio. Mentre il primo scoprirà l’identità e il movente dell’assassino, il secondo ne farà giustizia, ma nessuno dei due, per un beffardo scherzo della Storia, lo verrà mai a sapere. 
Infine, a dominare su ogni cosa e su ogni esistenza, compresa quella di una decina di personaggi minori vigorosamente scolpiti, irrompe il paesaggio. Qui, Ben Pastor dà fondo a tutto il suo notevolissimo estro narrativo ed evocativo, resuscitando una Spagna tridimensionale, lontana da qualunque ammiccamento cartolinesco, torrida, assolata, brulla e feroce, che ci sembra di poter toccare con mano, quasi uscisse fisicamente dalle pagine: un panorama materico che diventa a poco a poco metafisico, accompagnando il fato dei personaggi con quella glaciale equanimità verso le vicende umane che solo la Natura possiede. 
Il tono del romanzo è nel contempo epico ed intimista, austero e colloquiale. Certi passaggi sembrano usciti da un film di Sergio Leone, con quella immobilità sospesa che prelude a scoppi di violenza fulminanti. L’intreccio giallo rispetta tutte le regole del genere; l’indagine di Bora e Walton si sviluppa tra mille imprevisti e colpi di scena, e la sua conclusione non manca di sorprendere e spiazzare. Ma, a romanzo finito, ciò che più rimane nella memoria è il malinconico lirismo che permea tutta la narrazione; la pietas dolente che avvolge e comprende tutti i personaggi, persino quelli più discutibili. 
Pochi anni più tardi, al seguito delle truppe tedesche in Polonia, sarà lo stesso Bora a tirare le fila della sua vicenda spagnola, mentre la tragedia della Seconda guerra mondiale si affaccia prepotentemente alla ribalta europea e il Terzo Reich celebra un effimero trionfo sui campi di battaglia. Vale la pena di citare quel che l’eroe di Ben Pastor scrive nel suo diario, anche perché non capita spesso di trovare nella letteratura gialla una chiusa così intensa, profonda e rivelatoria: Tutto quello che mi sembra di ricordare dell’opera di Lorca, stasera, mentre scrivo in questa stanza requisita a Skała, sono tre versi che più che mai riassumono cosa i suoi scritti abbiano rappresentato per la mia gioventù: Dolce e distante voce per me versata / dolce e distante voce da me gustata / lontana e dolce voce che svanisce... Sì, la canzone del cavaliere finisce qui, e qualcos’altro - qualcosa di indistinto, che vorrei chiamare gloria ma che fin d’ora so fatto di sangue - è già iniziato.

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