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Fra le pieghe di una storia lunga 160 anni: quella della "Mafia"

Lo storico Salvatore Lupo ricostruisce le vicende dell’organizzazione criminale siciliana in abbinata a quella di Cosa Nostra a stelle e strisce. Cogliendone interrelazioni e reciproche interferenze, oltre ad approfondirne i variegati conflitti interni 


04/02/2019

di Giambattista Pepi


Con mafia si indica una qualsiasi organizzazione criminale retta dall’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente (l’affiliato) è tenuto a rispettare. L’effettiva origine della parola e del fenomeno sono incerte. Alcuni ritengono che abbia origine e sia ispirata dalla setta segreta spagnola della Garduna, secondo altri da quella dei Beati Paoli, che operò in Sicilia nel XII secolo circa. 
Una delle prime descrizioni del fenomeno (la prima di un certo rilievo) fu nel 1837 in un documento redatto in Sicilia dal funzionario del Regno delle Due Sicilie Pietro Calà Ulloa, che a proposito del fenomeno scrisse: “Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d’incolpare un innocente... Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile” (citato nel volume di Salvatore Scarpino, Storia della mafia, Piccola biblioteca di base, Fenice 2000, 1994, pagina 17). 
Tra le cause della nascita del fenomeno sono sicuramente da annoverare il dominio dal latifondo che vessava una massa di contadini miserabili. Fra nobiltà terriera e contadini era presente un ceto di spregiudicati e violenti massari, campieri (“guardie armate” del latifondo) e gabelloti (gestori dei fondi a gabella, cioè in affitto) che terrorizzavano i contadini ed i proprietari con i loro sgherri, venivano a patti con i briganti, amministravano una rozza giustizia che però non ammetteva alcuna forma di opposizione. I briganti, i ladri, i ribelli avevano un ambiguo rapporto con i massari. 
I contadini servivano i massari e vedevano talvolta in loro degli alleati possibili contro i latifondisti che, a loro volta, si servivano dei massari e dei campieri, pur disprezzandoli e temendoli, come forza contro il latente pericolo costituito da possibili rivolte delle masse contadine. Massari e campieri si servivano dei briganti contro nobili e contadini ma sapevano anche spazzarli via con violenza quando dovevano dimostrare a tutti gli abitanti del feudo chi comandava effettivamente. 
Per giungere al dominio del territorio la mafia controllava non solo il mondo rurale, i trasporti, l’attività mineraria, gli allevamenti, ma anche la delinquenza urbana, i tribunali, le centrali di polizia, i centri del potere. I mafiosi erano nel contempo imprenditori, organizzatori della produzione, giudici, gendarmi, esattori delle tasse, poiché prelevavano quote di ricchezza dal lavoro e dalla rendita dei ceti sociali in mezzo ai quali vivevano ed operavano. 
Nell’età moderna prima e contemporanea poi, mentre nella maggior parte dell’Europa i poteri legali e centrali si rafforzavano ed espandevano, fenomeno risaltato soprattutto dalla nascita dei primi Stati nazionali, in Italia ed in Sicilia vi è una situazione di legalità frammentata: i signori feudali sono in concorrenza con i deboli poteri centrali, organizzati malamente in un groviglio di giurisdizioni e di competenze; i deboli sono esposti allo strapotere dei signori e degli sbirri; i fragili ceti produttivi e mercantili sono soggetti alle soperchierie di funzionari e baroni. 
La violenza, in questo contesto premessa per la sicurezza, si privatizza: i signorotti del posto hanno i loro sgherri, l’Inquisizione ha i suoi ufficiali ed agenti, le corporazioni hanno le loro compagnie d’armi, i mercanti pagano le scorte armate per i trasferimenti di merci. Si assiste ad un continuo scontro di poteri e di interessi, in una terra, la Sicilia, in cui il continuo succedersi di poteri e dominazioni non ha favorito la coesione tra popoli e governanti. 
Nel corso del XX secolo le aggregazioni rette dalla legge dell’omertà e del silenzio consolidarono un’immensa potenza in Sicilia e riemersero dopo la Seconda guerra mondiale. 
La mafia come fenomeno è stata studiata da storici, sociologi, economisti sia italiani, sia stranieri. Ma ce n’è uno, Salvatore Lupo, storico siciliano (insegna storia contemporanea all’Università di Palermo, tra i fondatori della rivista Meridiana) che allo studio delle organizzazioni criminali mafiose, tra Sicilia e America, ha dedicato libri che sono divenuti imprescindibili per tutti coloro (storici, magistrati, politici, intellettuali e grande pubblico), italiani e stranieri che volevano capire che cosa fosse stato e sia ancora oggi la mafia. 
La sua Storia della mafia, pubblicata per la prima volta nel 1993, è divenuta un “classico” essendo rimasta per oltre venti anni uno strumento indispensabile ed insostituibile per chiunque voglia conoscere da vicino ed in maniera approfondita la genesi, le caratteristiche, il ruolo della mafia e le trasformazioni intervenute nel corso del suo divenire nel tempo. 
Con La Mafia (Donzelli, pagg. 412, euro 30,00) Salvatore Lupo compie un nuovo sforzo di sintesi dell’intera materia, facendo tesoro degli studi passati (sia propri, come, per l’appunto, la Storia della mafia, nelle edizioni del 1993 e del 1996, sia Quando la mafia trovò l’America del 2008, sia di altri studiosi), della documentazione e delle testimonianze nel frattempo venute alla luce.
Partendo da questa consapevolezza il libro ricostruisce centosessant’anni di storia della mafia. In questo volume parla naturalmente della mafia siciliana, quella storica, e della sua figlia legittima, la mafia americana, ne coglie le interrelazioni e le reciproche interferenze. 
La mafia secondo l’autore ha rappresentato un fenomeno criminale caratterizzato da una costante essenziale: quella di definirsi ed essere percepita in stretta correlazione con gli strumenti, le ideologie, le culture delle sfere istituzionali e degli apparati repressivi che, con alterne fortune, l’hanno combattuta. In altri termini, la mafia osserva Lupo non si può studiare e non si può capire se non in rapporto con l’antimafia. “Questo legame consente di considerare i successi della mafia, o, viceversa, le sue sconfitte, come punti di osservazione utili per cogliere da un’ottica originale la grande storia”. 
Ciò vale per l’America a proposito dell’emigrazione italiana, del proibizionismo e del New Deal. E vale altrettanto per l’Italia di fine Ottocento, del fascismo o del secondo dopoguerra, fino ad arrivare agli anni Ottanta e Novanta e alla complessa vicenda investigativa e giudiziaria che condusse agli assassini dei giudici Falcone e Borsellino. Il maxi processo di Palermo segna una sconfitta storica per la mafia. E da lì parte un nuovo capitalo della storia di questa organizzazione criminale siciliana. 
“Io sono consapevole - scrive Lupo nell’introduzione - che solo in parte la ricerca può illuminare gli spazi torbidi, oscuri in cui si sviluppa questo fenomeno, la rete di intrighi che costituisce la storia della mafia. Penso però che la storiografia possa fare la sua parte, dal punto di vista conoscitivo e anche da quello civile, evitando di accreditare le mitologie del Super-complotto. Evitando di seguire la china della discussione pubblica - conclude l’autore - che troppo spesso si è ubriacata e tutt’oggi si ubriaca dell’immagine della mafia come invincibile super-potere: finendo per risolversi, quali che siano le sue intenzioni, in una sottile apologia”.

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