Share |

Fra le pieghe di vita di Gunther Sander, mercenario pentito

Sulla scena della movida milanese irrompe una figura in cerca di una sofferta normalità: a regalarle spessore Ippolito Edmondo Ferrario


23/07/2018

di Catone Assori


Una penna che invita alla lettura quella di Ippolito Edmondo Ferrario. Lo ha dimostrato, strada facendo, regalando spessore a personaggi che hanno lasciato il segno, a cominciare dal suo azzeccato Neri Pisani Dossi, un uomo lontano anni luce dai soliti agenti e detective della narrativa di settore; un tipo difficile, legato alla destra xenofoba, allergico al proliferare di una società multirazziale, disposto a tutto pur di arrivare allo scopo. In buona sostanza un uomo che non ama i compromessi, burbero e disincantato, in ogni caso portatore di “inaspettati slanci umani”. 
Un ex sanbabilino dalla personalità complessa, abitudinario e metodico, collerico e dissoluto, sociopatico e misantropo, che indossa un tabarro, il cappello e si appoggia all’inseparabile bastone. Insomma, un intrigante protagonista, incarnazione del vizio seppure con una sua anomala etica, che vorremmo vedere di nuovo al lavoro dopo averlo già assaporato ne L’antiquario di Brera e ne Il Demone di Brera
Nel frattempo godiamoci Ultimo tango a Milano (Fratelli Frilli, pagg. 204, euro 12,90), incentrato sulla prima indagine del maggiore Gunther Sander, altro personaggio che merita rispetto. Si tratta di un ex mercenario tedesco che negli anni Sessanta aveva combattuto in Congo e che da qualche tempo, sotto la Madonnina, gestisce il Bodega, un frequentato night club di via Amedei. Un uomo malinconico e introverso, che dopo la prematura scomparsa del figlio Alain, avvenuta diversi anni prima in Francia, vivacchia senza un vero scopo. Trascorrendo il suo tempo in uno stato di immotivata indolenza. Sin quando l’inaspettato arrivo dell’amico ed ex commilitone Albert, in concomitanza con una storia di droga e la tragica morte di due giovani poco più che ventenni, gli daranno una scossa e lo porteranno a investigare sulla vicenda. 
Che dire: un giallo avvincente che ripercorre gli itinerari e i luoghi più caratteristici della “Milano da bere” degli anni Ottanta; che si addentra fra le pieghe di una storia misteriosa quanto intrigante; che si nutre di un protagonista segnato dalla “malinconia dei giorni, che scivolano via uno uguale all’altro, scanditi da abitudini e ritmi consolidati”, a fronte di notti trascorse all’insegna dell’alcol e dell’insonnia. Il tutto supportato da un finale caratterizzato da nuovi delitti. Un portone spalancato per un seguito: ma questa è un’altra storia
Ricordiamo infine, e questo va a onore dell’autore, che i diritti di Ultimo tango a Milano saranno devoluti alla Fondazione de Marchi, che dagli anni Settanta aiuta i bambini (e le loro famiglie) in cura presso la Clinica Pediatrica de Marchi attiva nel capoluogo lombardo. 
Detto del libro, altre note su Ippolito Edmondo Ferrario, i cui impegnativi nomi li ha ereditati dai nonni. Nomi inizialmente impegnativi, che da piccolo gli sarebbero pesati, anche se in seguito avrebbe addirittura finito per apprezzarli. Per la cronaca Ferrario è nato a Milano il 20 maggio 1976, dove ha frequentato il liceo scientifico e si è limitato a qualche passaggio nelle aule universitarie. Iniziando a scrivere per caso - lui persona determinata anche se timida nei rapporti con il pubblico - quando aveva 22 o 23 anni. “Periodo nel quale ancora non sapevo - come ha avuto modo di precisarci tempo addietro - cosa volessi fare. O meglio, in realtà sognavo di diventare un culturista di professione. Poi la mia vita prese altre strade. Mio nonno materno Edmondo possedeva una galleria d’arte e, a un certo punto, mi chiese di dargli una mano nel curare i cataloghi. Finii per appassionarmi e, ben presto, mi misi a realizzare anche delle piccole guide dedicate all’entroterra ligure. In seguito conobbi l’allora direttore del Secolo XIX di Genova, il quale mi fece collaborare con la sua testata. Sta di fatto che, passo dopo passo, sarei approdato ai saggi e ai romanzi, pubblicati da editori di un certo livello, come Castelvecchi, Mursia, Newton Compton e Scarabeo, oltre - ovviamente - alla sua attuale casa di riferimento, la Fratelli Frilli di Genova, con la quale ha “intrapreso un percorso segnato dall’amicizia”. E appunto con Frilli ha dato alle stampe Il pietrificatore di Triora, Triora. Il paese delle streghe, Il collezionista di Apricale, Le notti gotiche di Triora, nonché i citati L’antiquario di Brera e Il demone di Brera
Che altro? Di fatto una professione, quella di Ferrario, supportata - repetita iuvant - dalla lettura di saggi e argomenti di nicchia, con una passione, che si è però andata appannando nel tempo, per il libri di Mauro Corona e con un’altra ancora in auge per Valerio Evangelisti (“Per me una fonte di ispirazione”). Che altro? Il matrimonio con Chiara, che gli ha regalato Agata, Diletta e Arturo, la qual cosa lo avrebbe consigliato di mettere a riposo la sua passione per le moto sino a concentrarsi sul meno pericoloso hobby del giardinaggio. “Al momento, infatti, mi limito a guardare, nel garage di casa, le mie due vecchie Ducati, in abbinata a una Harley Davidson che da sempre ha rappresentato il mio cavallo di battaglia e che ora utilizzo sempre meno”. E per quanto riguarda il lavoro? “Mi occupo di comunicazione ed eventi, ma ho anche un negozio vuoto che affitto a tempo a chi vuole mettere in vendita i propri prodotti. Più un piacere che una reale fonte di reddito...”.

(riproduzione riservata)