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Fra le pieghe, intime ed evocative, del ricordo dei morti

L’austriaco Robert Seethaler, cantore della leggerezza e della vita, cattura e intriga il lettore con un romanzo che profuma di poesia


03/06/2019

di Arne Lilliput


Lo hanno definito in diverse maniere Robert Seethaler, nato a Vienna il 7 agosto 1966 (città che lo ha visto crescere e studiare e che oggi divide con Berlino), autore e sceneggiatore, il cui romanzo d’esordio, quando aveva 41 anni, venne premiato con il prestigioso Buddenbrookhaus: un cantore della leggerezza e della vita comune, una prima guida della semplicità poetica e sentimentale, oltre che un raffinato intrattenitore. 
Connotazioni che avevamo avuto modo di apprezzare tre anni fa, quando Neri Pozza aveva dato alle stampe Una vita intera. Un lavoro impregnato di amore e tenerezza, oltre che di dolore, imbastito sulla figura di Andreas Egger. Un bambino che non aveva mai gridato né esultato e che, sino al suo primo anno di scuola, non aveva neppure davvero parlato. Un bambino che “quando nell’estate del 1902, ancora piccolo, lo tirarono giù dal carro sul quale era arrivato fra le montagne che sarebbero diventate sue, restò semplicemente muto a guardare in alto, con grandi occhi stupiti, le cime splendenti di bianco. Aveva quattro anni all’epoca, ma non interessava a nessuno. Men che meno a Hubert Kranzstocker, il contadino che aveva deciso di accoglierlo in casa controvoglia…”. 
Insomma, una storia imbastita sul crinale che separa lo stupore da una tenera amarezza, che riporta a maglie strette un rapporto viscerale con la terra. Un sentimento che - seppure in questo caso rivoltato (stiamo parlando di un angolo di terreno incolto diventato, per donazione, un cimitero) - si rifà all’ultimo romanzo di Seethaler, Il campo (Neri Pozza, pagg. 188, euro 16,50, traduzione di Riccardo Cravero). Un lavoro che, come i precedenti, ha dominato le classifiche dei libri più venduti in Germania. Lavori che strada facendo hanno “regalato” all’autore diverse borse di studio, fra le quali l’Alfred Döblin della Academy of Arts, mentre per il film tratto da una sua sceneggiatura (Die zweite Frau) avrebbe incassato un importante riconoscimento al Festival del cinema di Monaco di Baviera nel 2009. 
Ma veniamo al dunque, ovvero alla sinossi de Il campo, un susseguirsi - ma ha un senso? - di pensare alla morte da vivi e di parlare della vita da morti. C’è stato un tempo in cui il campo che si propone nel titolo era “un semplice fazzoletto di terra disseminato di pietre e ranuncoli velenosi, tanto che l’agricoltore al quale apparteneva era stato felice di sbarazzarsene donandolo alla comunità. Ora, al riparo di un muro sgretolato e infestato di cespugli di sambuco, tra cui cantano i merli, il campo ospita le tombe degli abitanti di Paulstadt. L’erba è alta, l’aria pervasa dal ronzio degli insetti e nel vecchio cimitero non si reca più nessuno, eccetto un uomo che, quasi ogni giorno, siede su una panca sotto una betulla e lascia vagare i pensieri. Le mani intrecciate sullo stomaco e il mento affondato nel petto, l’uomo pensa ai morti, a quelli che ha conosciuto di persona o incontrato almeno una volta. La maggior parte erano semplicemente abitanti di Paulstadt: artigiani, commercianti o impiegati in uno dei negozi in Marktstrasse o nelle stradine intorno”. 
Se qualcuno lo avesse visto in quei momenti, magari uno dei giardinieri, avrebbe potuto credere che l’uomo stesse pregando. In verità lui è convinto di sentirli parlare, i morti. Certo, “non capisce cosa dicano, eppure ne percepisce le voci, nitide come il cinguettio degli uccelli. A volte riesce a cogliere anche delle singole parole o dei frammenti di frase, e si domanda che cosa racconterebbero quelle voci se avessero la possibilità di essere ascoltate ancora una volta. Parlerebbero della vita, ora che se la sono lasciata alle spalle? Discuterebbero della morte, di cosa voglia dire trapassare, o forse continuerebbero a lamentarsi come facevano da vivi, a parlare di sciocchezze, di inezie, dei loro malanni?”. 
In sintesi: un affresco di vita “intimo e commovente” che incanta e si legge che è un piacere; un concentrato di emozioni che vanno oltre le apparenze; ma anche, come da condivisibili note editoriali, “uno struggente romanzo corale attraversato da ventinove voci - liriche e suggestive - che mettono in scena, ora e per sempre, il grande teatro della vita e della morte, formando un diorama insuperabile (una ambientazione in scala ridotta) di sentimenti, vizi e passioni”.

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