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Fra picche e ripicche il duello fra Di Maio e Salvini. Ma se i due si limitassero a recitare?

I leader della maggioranza, all’apparenza, sono in disaccordo su tutto. Ma il dubbio che si tratti soltanto di una manfrina per gestire il consenso in vista delle elezioni europee è legittimo. Anche perché non avrebbe un senso aprire una crisi senza alternative, se non quella delle urne. Una soluzione che, in realtà, sono in pochi a volere


29/04/2019

di Giambattista Pepi


Così è (se vi pare). Il titolo dell’opera di Luigi Pirandello calza a pennello, secondo noi, per descrivere questa fase concitata e confusa della politica nostrana. Nella quale stiamo assistendo, con sentimenti misti di scoramento, disillusione e inquietudine, al progressivo sfaldamento dell’intesa sulla quale nel maggio dello scorso anno era stato fondato il cosiddetto Governo del cambiamento da Movimento 5 Stelle e Lega. 
Se ci fate caso, rileggendo a posteriori il “contratto” (si badi bene, non il programma) stipulato dalle due formazioni, ognuna ha assunto nei confronti dell’altra l’impegno a sostenerne in Parlamento le rispettive misure ritenute indispensabili per assecondare le aspettative generate nei propri elettori a seguito delle promesse dispensate a piene mani durante la campagna elettorale. 
La primavera nei rapporti tra i due “azionisti” del Governo Conte quando si mostravano alle telecamere sempre insieme e sorridenti è ormai un pallido ricordo (si pensi che l’ultimo Consiglio dei ministri è stato disertato per protesta dai ministri del M5S): le diffidenze e i sospetti, seguiti agli attriti in Parlamento su tutta una serie di “cahiers de doléances” (grandi opere, immigrazione e legittima difesa, fino al decreto Salva Roma) hanno finito per erodere quel bene intangibile e fondamentale che si chiama fiducia, facendo precipitare ai minimi i rapporti personali tra i ministri Di Maio e Salvinie mettendo a rischio la durata dell’Esecutivo. 
La vicenda del sottosegretario Armando Siri (indagato per corruzione) che si intreccia con quella dell’assunzione da parte del sottosegretario Giorgetti del figlio di Francesco Arata (l’imprenditore che Siri avrebbe favorito) per il quale il M5S chiede insistentemente le dimissioni, da una parte, e l’indisponibilità della Lega ad approvare il Decreto cosiddetto salva Roma, seguito alle critiche aspre riservate da Salvini al sindaco della capitale Virginia Raggi, accusata di inconcludenza e inefficienza nell’amministrazione della Città eterna, dall’altra, sono gli argomenti che stanno contrapponendo da giorni ormai i due protagonisti della politica italiana. 
Questo è quello che vediamo con i nostri occhi. Ad ascoltare le beghe di questi giorni, non crediamo siano pochi coloro che, per ragioni di età, oltreché di fede politica, avranno pensato chissà quante volte al passato remoto della nostra Repubblica, quando l’Italia aveva una classe politica non del tutto adamantina ma sicuramente più preparata; classe che possedeva, in buone dosi, senso dello Stato, spirito di servizio, realismo politico, visione prospettica, capacità di mediazione. 
Il Paese non si merita proprio questo disgustoso “teatrino”. Tanto più in questa fase che ne vede l’economia claudicante e ci espone al rischio di tornare a essere preda della speculazione e dei mercati. 
Ma riprendendo il titolo dell’opera pirandelliana dal quale abbiamo preso le mosse per scrivere questo articolo bisogna chiedersi: e se tutto ciò a cui stiamo assistendo fosse solo una messa in scena? E se i due litiganti (al netto della criticità delle questioni oggetto del loro scontro a distanza) sotto-sotto fossero d’accordo nel fare il gioco delle parti? Vale a dire governare e fare opposizione insieme, scambiandosi vicendevolmente il ruolo, in modo da gestire il consenso in vista delle ormai imminenti elezioni europee. 
Del resto a chi converrebbe aprire una crisi al buio? Il sospetto ci viene e con esso una nuova domanda incalzante: se non vanno d’accordo su niente (come le scimmie urlatrici delle opposizioni in Parlamento e nel Paese ripetono a pappagallo da mesi, che essendo prive di attributi e non solo di numeri non sono capaci di proporsi come un’alternativa reale e credibile a questa maggioranza) perché non si separano consensualmente, aprono formalmente la crisi nel Governo, chiedono al Capo dello Stato di verificare se esiste la possibilità nelle Camere di formare un nuovo Esecutivo e se i numeri non ci fossero, andare ad elezioni anticipate? Perché non lo fanno? 
Ce lo ricorda con quella sottile ironia con cui è passato alla storia proprio un uomo politico della deprecata (non da noi) Prima Repubblica, Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. E allora, perché mai chi questo potere ce l’ha dovrebbe buttarlo al vento?

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