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Fra presente e passato i Bastardi di Pizzofalcone giocano in trasferta

Maurizio de Giovanni riporta sugli scaffali la sua tormentata squadra proprio mentre sta prendendo vita la seconda stagione televisiva. E ci racconta - oltre che del suo ultimo libro - dei suoi inizi, della sua passione per il calcio, della sua importante famiglia e di quella scheggia portafortuna ereditata dal nonno…


15/01/2018

di Mauro Castelli


Come faccia, Maurizio de Giovanni, a sfornare romanzi in continuazione (tradotti in una quindicina di Paesi, Stati Uniti e Giappone compresi) stupisce davvero. Tanto più che, in termini di immagine, non si fa mancare nulla. Così eccolo attivo nella presentazione dei suoi libri e di quelli di altri colleghi che gli stanno a cuore; eccolo regalare introduzioni e pacche sulle spalle a questo o a quello; eccolo intervenire dal piccolo schermo su casi di cronaca particolarmente complessi; eccolo seguire le trasposizioni televisive delle sue storie; eccolo farsi rincorrere, attraverso i buoni auspici della moglie Paola (una donna quanto mai efficiente stando ai risultati), per una chiacchierata sul suo ultimo lavoro: Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone (Einaudi, pagg. 330, euro 19,00). 
E come ci riesca ce lo racconta lui stesso: “Una volta che ho in testa la storia e mi sono documentato, avvalendomi anche della collaborazione di altre persone, in un mese scrivo dalla prima all’ultima pagina senza ripensamenti, lavorando dalle otto di mattina alle cinque di sera. Poi smetto in quanto la lucidità narrativa incomincia a perdere colpi”. 
Ma torniamo a Souvenir. Un canovaccio nel quale per la sesta volta (sette se si tiene conto “del debutto di Lojacono ne Il metodo del Coccodrillo”) rimette in scena i tormentati componenti della sgangherata squadra investigativa di stanza in un commissariato partenopeo (la “Cayenna della polizia cittadina”, dislocata fra i quartieri spagnoli e il lungomare), composta da un gruppo di poliziotti alle prese con un passato non proprio cristallino. Agenti in cerca di riscatto che non si fermano davanti a nulla e che per certi versi richiamano - repetita iuvant - quelli in forza all’87º Distretto, la straordinaria serie televisiva uscita dalla penna del rimpianto Ed McBain e che aveva segnato “la transizione dal genere noir al police procedural”. 
Sette personaggi fragili e a volte impenetrabili, quelli di de Giovanni, che sanno però fare squadra, pur a fronte di evidenti diversità caratteriali e di metodo: ovvero il commissario Luigi Palma, detto Gigi; il sostituto commissario Giorgio Pisanelli, detto il Presidente; il citato ispettore Giuseppe Lojacono, detto il Cinese, un uomo dal fiuto leggendario che fatica a rimettere in sesto i pezzi della sua vita; l’assistente capo Francesco Romano, detto Hulk per la sua natura violenta; il  vice sovrintendente Ottavia Calabrese, detta Mammina; l’agente assistente Alessandra Di Nardo, detta Alex (o anche la ragazza con la pistola), e l’agente scelto Marco Aragona, che vorrebbe essere detto Serpico e che in effetti, nonostante l’apparenza, non finisce di stupire. 
Maurizio de Giovanni, per la cronaca, è nato a Napoli il 31 marzo 1958 da una storica famiglia di origini tedesco-russe (“Al nome e al cognome che utilizzo andrebbe infatti aggiunto di Santa Severina Greuther, di certo una esagerazione che non mi posso permettere”). E Napoli lo ha visto frequentare il liceo, portarsi a casa un diploma superiore in Lettere classiche e iscriversi a Giurisprudenza, facoltà che avrebbe lasciato in seguito alla prematura morte del padre Giovanni: “Era il 1981, aveva soltanto 52 anni e io ero il primo di tre figli”. Da qui l’ingresso in banca, “con otto anni di lavoro in Sicilia, presso la filiale della Banca commerciale italiana di Agrigento”. 
Quindi il ritorno a casa, dove avrebbe iniziato la carriera di scrittore partecipando a un concorso, peraltro vinto, indetto da Porsche Italia presso il Gran Caffè Gambrinus e riservato a giallisti emergenti, con un racconto ambientato negli anni Trenta e intitolato I vivi e i morti. Racconto che nel 2006 sarebbe stato alla base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, riproposto l’anno successivo sotto il titolo Il senso del dolore. Il protagonista? L’azzeccato commissario Ricciardi, che sinora ha tenuto banco ne Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio e Premio Camaiore), Anime di vetro, Serenata senza nome e Rondini d’inverno
A seguire, dopo aver dato alle stampe nel 2012 Il metodo del Coccodrillo per i tipi della Mondadori - poi rieditato da Einaudi quattro anni dopo (romanzo che ha peraltro vinto il Premio Scerbanenco) - nel 2013 de Giovanni avrebbe inaugurato un nuovo ciclo contemporaneo con I Bastardi di Pizzofalcone, serie arricchita da Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Vita quotidiana e, buon ultimo, Souvenir. Una collana seriale che ha fatto incetta di lettori, grazie anche al successo ottenuto dalla trasposizione televisiva interpretata da Alessandro Gassmann (nei panni di Lojacono) per la regia di Carlo Carlei. Tanto è vero che sono in corso di registrazione “sei nuovi episodi da cento minuti ciascuno, le cui riprese dovrebbero concludersi fra marzo e aprile, ai quali collaboro in abbinata a uno specifico staff di sceneggiatori (si tratta infatti di un lavoro decisamente complesso). Episodi che dovrebbero andare in onda a fine anno”.  
Che altro? Il resto della settimana e I guardiani, pubblicati da Rizzoli, per non parlare di divagazioni in campo teatrale, oltre che della brillante serie di lavori dedicati al calcio, la più importante delle cose non importanti e fermo restando che il tifo è una malattia necessaria. Ovviamente, tiene ironicamente a precisare, “parlo del tifo a favore, l’unico che concepisco: quello per il Napoli, squadra della quale sono dolorosamente appassionato”. Lui che al mondo del pallone, e ai suoi beneamati interpreti, ha fra l’altro dedicato Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino, Ti racconto il 10 maggio, Miracolo a Torino. Juve-Napoli 2-3, Storie azzurre e il citato Il resto della settimana. Fermo restando che il calcio giocato non l’ha mai praticato, visto che ne era “felicemente negato”. Per contro risultava portato per la pallanuoto, che lo ha visto “far parte della nazionale juniores e vincere il campionato italiano”. 
Detto questo riflettori nuovamente puntati su Souvenir, un romanzo che ha visto le prime centomila copie andare a ruba, tanto che ora ne sono in ristampa altre ventimila. “Devo ammettere di essere stato fortunato: sono infatti riuscito a dare voce (unico autore italiano) a due serie vincenti: quella del commissario Ricciardi e quella dei Bastardi che si sta accodando, in termini di successo, alla citata ammiraglia”. Fermo restando - tiene a precisare, e questo va a suo onore - che “il successo e la qualità di un libro sono due concetti diversi”. 
Souvenir, si diceva. Un titolo che, nemmeno a dirlo, gioca a rimpiattino con la memoria (in quanto “il passato non è eliminabile, e prima o poi torna a farsi vivo”). A partire dalla dedica, quella che si rifà a Severino (Cesari) e Gigi (Guidotti), “due persone - annota de Giovanni - fondamentali per la mia anima, che saranno presenti in ogni parola che scriverò fin quando smetterò di farlo. A loro ogni mio pensiero, e molte lacrime di un cuore che continua a piangere nel silenzio”. E poi la storia, giocata su due diversi periodi temporali (uno che risale al 1962 - imperniato sull’amore improvviso fra una splendida star di origini lucane, Charlotte, e un cameriere incantatore, Domenico - e l’altro imbastito sul presente); una vicenda che si rifà a un mistero che avrà la sua soluzione in un ricordo lontano e che porta i Bastardi a investigare, per la prima volta, fuori dalla loro città. A fronte di un canovaccio amaro e pervaso di nostalgia. 
Cosa succede è presto detto: un uomo di circa sessant’anni viene aggredito e trovato privo di sensi in un cantiere della metropolitana senza documenti identificativi. Trasportato in ospedale, lo sconosciuto entra in coma senza che nessuno sia riuscito a parlargli. A far luce sull’episodio sono incaricati i Bastardi, che identificano la vittima dell’aggressione: è un americano, Ethan, in vacanza a Sorrento con la sorella Holly e l’anziana madre, un’ottantenne ex diva di Hollywood ora affetta da Alzheimer e “persa nei ricordi di un lontano passato”. 
Sta di fatto che, recandosi a più riprese nella cittadina del golfo immersa in un’atmosfera da sogno, vestita fuori stagione di un fascino malinconico, i nostri poliziotti si convincono “che la chiave del mistero sia da ricercare in fatti accaduti molti anni prima proprio da queste parti”, quando l’attrice si trovava in zona per girare un film. Ma cosa ha spinto la famiglia Wood a venire in Italia? A caccia di ricordi o per quale altro motivo? 
Secondo logica narrativa, in un susseguirsi di colpi di scena le cose si complicheranno, tanto più che il lavoro della chiacchierata squadra investigativa partenopea “incrocerà di nuovo quello del sostituto procuratore Buffardi, punta di diamante della Dda e rivale in amore di Lojacono, il capo dei Bastardi. Al di là degli aspetti criminali, però, la soluzione del caso farà emergere una storia intensa, struggente, dai risvolti imprevisti”. E coinvolgerà i protagonisti sul piano personale più ancora che su quello professionale... 
Detto questo torniamo al privato dell’autore, padre di Giovanni (ingegnere aerospaziale) e di Roberto (medico), avuti dalla prima moglie e dei quali è stato “padre affidatario” dopo il divorzio datato 1999. Di fatto un protagonista della nostra narrativa che fin da ragazzo - ne abbiamo già parlato - amava “la letteratura popolare, con un debole dichiarato per la fanta-archeologia di Peter Kolosimo, Philip Dick e Isaac Asimov”. Fermo restando il ricordo del primo libro letto: “Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, un romanzo impregnato di vendetta e sofferenza che avevo preso dalla libreria di papà. E mi catturò talmente che il solo pensiero di arrivare alla fine mi intristiva. In effetti fu una buona scelta, in quanto ancora oggi mi capita di rileggerlo e di scoprirne nuove angolature”. Così come tiene a ricordare quei regali natalizi del suo “meraviglioso” padre, andati avanti per 13 anni (vale a dire sino a quando lasciò questo mondo), che si rapportavano con un buono da centomila lire appunto per acquistare libri. “Soldi che io centellinavo, data la mia velocità di lettore, per farli durare il più a lungo possibile. Magari discutendo con lui sulle mie scelte: un modo speciale per coltivare e rafforzare il nostro rapporto”. 
Già, la passione per la lettura. Con tanti scrittori ad affollare il suo presente: da Loriano Macchiavelli (“Uno straordinario anticipatore che ha rappresentato l’anello di congiunzione fra il passato e le nuove leve”) a Franco Lucentini, da Giorgio Scerbanenco a Leonardo Sciascia, da Stefano Benni (“Al quale sono legato con tutta l’anima”) a Giovannino Guareschi, da Carlo Lucarelli a Massimo De Cataldo, da Diego De Silva ad Antonio Manzini. “E per quelli che fanno parte del mio mondo nutro amicizia, peraltro ricambiata, forte della consapevolezza che per via delle nostre diversità fra noi non ci può essere competizione”. 
Un autore, Maurizio de Giovanni, che, come si conviene a un napoletano verace, alcune piccole manie (“Anche se scaramantico non sono”, tiene a precisare) se le porta al seguito. Un paio di esempi. Il primo: “Pur essendo estroverso sono anche permaloso. Quindi, per non soffrire e stare male, devo evitare di leggere le recensioni quando esce un mio nuovo libro”. Il secondo, per contro, è legato alla storia di un fermacarte “che risale al Primo conflitto mondiale, realizzato utilizzando una scheggia della bomba che aveva graziato mio nonno. Nel senso che non era esplosa. E una volta disinnescata una parte dell’ordigno venne ingentilita - così almeno mi è stato raccontato - da una penna stilizzata. Ed è appunto questo fermacarte che accompagna la mia famiglia da alcune generazioni e per me rappresenta un simbolo di pericolo e salvezza al tempo stesso. Così non manco di accarezzarlo e coccolarlo quando l’ispirazione lascia un po’ a desiderare…”. 
E questo è quanto, anzi no, dal momento che ci stavamo dimenticando di quello che è stato il complimento più bello che gli è stato rivolto come autore. “Successe in occasione dell’uscita de Il metodo del Coccodrillo quando, alle nove di sera, una cara amica che abita lontano da Napoli mi inviò un Sms di questo tenore: Sai, questi stronzi devono mangiare… Ovviamente si riferiva al fatto di dover preparare la cena al marito e ai figli e, appunto per tale motivo, doveva interrompere la lettura del mio libro”.

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