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Fra vizi privati e pubbliche virtù, fra il bene del corpo e quello dell’anima

In un pamphlet Pierangelo Dacrema difende la libertà di farsi anche del male per non pregiudicare la salute mentale, che non è meno importante di quella fisica


20/01/2020

di Tancredi Re


“Ciò che per i virtuosi sono vizi, per noi sono piaceri e nutrimento dell’anima. Non si può accettare che stare male psichicamente sia il prezzo da pagare per stare bene fisicamente, anche perché, pare, che il persistere della prima condizione sia causa, prima o poi, del venir meno della seconda. È vero che certi vizi possono avere conseguenze terribili, ma non è legittimo parlarne come vere e proprie cause di un esito infausto, poiché si tratta in realtà di fattori che potrebbero (solo) accelerarlo: la morte del resto è un evento ineludibile, indipendente da qualunque elemento che può favorirla o ritardarla. Pur condannando gli eccessi, credo che si debba ricercare un equilibrio, cioè a dire assumere una posizione equilibrata tra gli eccessi che stanno agli antipodi”. 
Nel suo ultimo libro, Etica dei vizi. Come resistere alla tentazione di diventare ex fumatori, ex bevitori e vegetariani (Rubbettino, pagg. 131, euro 13,00) Pierangelo Dacrema offre riflessioni sociologiche e filosofiche di un dilemma che in fondo appartiene a tutti. 
Questo libro, avverte l’autore (ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria, dopo avere insegnato alla Bocconi, alla Cattolica e alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e negli atenei di Bergamo, Siena e Messina), nell’intervista che ci ha concesso, non è, come potrebbe sembrare di primo acchito, un elogio della nocività di abitudini insane, quanto piuttosto il contrario, muovendosi a difesa della salute mentale. 

Lei rovescia la percezione e la connotazione negative delle abitudini insane, i vizi, riportando alla luce ciò che era confinato nell’oscurità del peccato, della riprovazione o del divieto, facendo emergere gli aspetti del “piacere” e del “godimento” come nutrimento dell’anima. 
Diciamo che quelli che, per altri, sono vizi, per noi sono “piaceri”. In quanto benessere dell’anima, penso che vadano considerati nel loro aspetto positivo, di antidoti all’acredine, alla noia, al dolore dello spirito. Stare bene fisicamente, e star male psichicamente è comunque stare male. Fare di tutto per perseguire ad ogni costo il benessere fisico anche a scapito di quello psichico è un’operazione non dico sbagliata, ma opinabile. Quindi credo che i vizi vadano salvaguardati in una certa misura se servono a garantire di preservare un equilibrio tra il benessere fisico e quello psichico. Soprattutto quando diventano abitudini che in qualche modo rappresentano il tessuto più intimo di una personalità, di una identità. Certo, quando il malessere fisico mette in gioco la vita, fa riflettere e qualunque riflessione sulla vita significa anche riflettere sulla morte.

Lei costruisce e riporta al lettore un fine equilibrio personale basato, invece che sulla rinuncia totale, sulla logica del premio, sul principio di gratificazione e su un’equa ripartizione tra sacrifici e benefici. Che significa? 
Fondamentalmente significa ispirarsi ad un principio vecchio come il mondo. Credo che risalga all’etica nicomachea (è una raccolta di appunti di Aristotele ed è considerato il primo trattato sull’etica come argomento filosofico specifico - ndr). In medio stat virtus (la virtù sta in mezzo) dicevano i latini, intendendo che fosse necessario raggiungere un punto di equilibrio, cioè a dire mantenere una posizione distante dagli eccessi che stanno agli antipodi. In questo principio si trova anche la possibilità di contenere il rischio, di non farsi sopraffare dalla logica del piacere verso la perdizione. Fondamentalmente un uomo senza vizi, un uomo capace di non averne, non è secondo me in una posizione di equilibrio. Probabilmente la logica del premio, del contenimento del rischio in attesa di un premio (non fumo una sigaretta per una volta, o per un’ora, ma la fumerò più avanti) rispetta questa logica: mi sono sacrificato e dunque merito. Una logica che, se si vuole, è molto congruente con lo spirito infantile. Se fai il bravo, dice la mamma al bambino, ti porto al cinema; se ti comporti bene ti compro il gelato.

Più che Etica dei vizi il suo libro non potrebbe apparire una forma sottesa di elogio? Non si corre il rischio di giustificare i vizi? 
Sì, è un rischio che va tenuto in considerazione. E’ una posizione questa che ha diverse componenti: da un lato, c’è la voglia di giustificarsi sul piano personale, c’è la voglia di dire: attenzione i miei vizi non sono poi così turpi, così disprezzabili, sono abitudini che fanno parte della vita. Dall’altro, c’è il sospetto che un uomo perfettamente virtuoso, per nulla incline ad abbandonarsi a qualche piccolo piacere, nasconda qualcosa di più pericoloso, per esempio uno spirito da moralista. A me fa paura il moralismo, non la morale. Quasi sempre, il moralismo ha a che vedere con delle virtù ostentate in pubblico che vengono poi clamorosamente “tradite” in privato.

Chi ha determinati vizi è libero di alimentarli, per carità, ma non crede che quando la propria vita è strettamente legata a quella di altre persone, la libertà di coltivarli possa sconfinare nell’arbitrio? 
Sì. Esiste il pericolo che il vizio diventi devastante, finisca per somigliare ad un suicidio, al disprezzo della vita ed al totale disinteresse per chi ti vuole bene. E’ un aspetto della questione che non si può trascurare. Occorre quindi trovare un freno. In ogni caso, l’insegnamento di Gesù posto a fondamento del cristianesimo è: ama il prossimo tuo come te stesso. Non oltre. Trovo che il principio sia giusto, condivisibile. In altri termini, l’amore per gli altri non può arrivare al punto, al costo, di trascurare se stessi, di avvilirsi, e offrire agli altri un’immagine di se stessi che potrebbe risultare indigesta, e soprattutto non veritiera.

Oltre al costo per mantenerli, che è una scelta personale, i vizi hanno inoltre un costo per la collettività. Ci sono abitudini insane, che comportano l’assuefazione, la dipendenza e la genesi di malattie, o procurano la morte: è il caso di chi consuma alcool e si mette alla guida in stato di ebbrezza. Abitudini che comportano un danno alla salute pubblica, e dunque un costo per lo Stato. Un argomento come questo può lasciare indifferente un economista come lei? 
Se mi affido alla logica pura e cruda dell’economista, mi vien da pensare che, quando si tratta di alcol e sigarette, fumatori e bevitori contribuiscono considerevolmente al bilancio dello Stato. Sul costo delle sigarette, in particolare nel nostro Paese, incidono le tasse, che sono entrate cospicue per l’Erario. Lo stesso vale per i prodotti alcolici. Purtroppo ciò vale anche per il gioco d’azzardo, un fatto che per fortuna non mi riguarda. Dico per fortuna perché un ludopatico, un giocatore patologico, danneggia in modo grave e tangibile le persone che gli vivono accanto. Comunque non mi permetto di dare giudizi. Diciamo che in molti casi i vizi si autofinanziano e possono non rappresentare un costo significativo per la collettività. Esistono poi ragionamenti che prescindono da una logica squisitamente economica, quella cioè che tiene conto dei flussi monetari in entrata e in uscita, a favore o a danno della collettività. Così come esiste, ed è importante, il tema della libertà personale. C’è chi combatte per la libertà con la elle maiuscola ed è disposto a morire per essa, c’è chi è disposto a morire per la più misera libertà di fumare.

O bere o guidare. Il fumo uccide. La carne fa male. Le campagne nazionali promosse dallo Stato per favorire una vita sana sono basate in genere su messaggi che, incutendo terrore e disgusto, dovrebbero servire a dissuadere chi consuma alcool, tabacco e così via. Secondo lei servono? Sono efficaci? E lo Stato, così, non diventa etico? 
Uno Stato etico può fare paura. Se sono efficaci queste campagne? Secondo me hanno un impatto molto limitato. Possono incidere sul comportamento di viziosi di lieve caratura, di soggetti non così convinti della giustificabilità e legittimità dei loro vizi. Certe campagne pubblicitarie destinate a scoraggiare il vizio appaiono addirittura grottesche, suscitano quasi una reazione opposta a quella desiderata. Queste immagini terrificanti sui pacchetti di sigarette rendono sicuramente disgustoso il contenitore, ma non hanno l’effetto di rendere meno attraente il suo contenuto. E poi attenzione a questa tendenza a criminalizzare tutto ciò che fa male: fa male lo zucchero, fa male il sale, fa male il caffè. Fanno male un sacco di cose. Allora fa male anche la vita perché conduce inesorabilmente alla sua fine. Non è detto che una vita più lunga in assenza di vizi diventi più gradevole ed edificante rispetto ad una vita più breve ma più appagante, più soddisfacente, non sempre protesa a rinunciare a ciò che piace.

Secondo lei è peggio il proibizionismo o la tolleranza? Come dovrebbe agire lo Stato? 
Uno Stato, in generale, dovrebbe fare tutto il possibile per salvaguardare la libertà degli individui. Che si identifica in buona misura nella libertà della società. Bisogna tener presente che la società è anche, per quanto non soltanto, una somma di esseri umani. Margareth Thatcher, l’ex Primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, disse una volta: “La società non esiste, solo il singolo esiste”. Non è proprio così, perché esistono istanze sociali che trascendono la sfera del singolo, ma, ripeto, occorre non dimenticarsi che la società è soprattutto un insieme di individui. Ed è per questo che il primo dovere di uno Stato che interpreta correttamente il suo ruolo è la salvaguardia delle libertà individuali. Certo, uno Stato che ha il diritto-dovere di tutelare la libertà di tutti ha anche il compito di salvaguardare la salute di tutti. E mi rendo conto di come anche in questo caso vada cercato un equilibrio non facile da raggiungere.

Meglio allora i vizi privati e le pubbliche virtù, oppure il contrario? 
Penso che i vizi non dovrebbero essere occultati, e ciò per evitare che si offra un’immagine distorta di se stessi. In questo senso, credo che i vizi dovrebbero essere il più possibile pubblici. Quanto alle virtù vere, dovrebbero avere un accento più privato che pubblico. Perché quando le virtù sono troppo pubbliche, o troppo pubblicizzate, fanno nascere il sospetto che dietro di esse si nasconda qualche poco virtuosa intenzione.

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