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Fratelli che si odiano, teste mozzate, numeri incisi sui denti. E il brivido è servito

Un debutto da copertina per Gianpietro Vigorelli, guru della pubblicità. Da non perdere anche i lavori di Federica Fantozzi e della canadese Louise Penny


08/04/2019

di Mauro Castelli


Ha firmato la storia del nostro mondo pubblicitario (“Oltre il 50 per cento dei direttori creativi italiani li ho allevati io, spesso trattandoli male, ma solo per il loro bene”); ha seminato in grande e i risultati sono sotto gli occhi di tutti (“In termini di assunzioni ho puntato soprattutto sui poveri, e non sui figli di papà, in quanto ci tengono ad arrivare”). Ma anche un uomo che sul lavoro non si è mai risparmiato (“Sono sempre stato, oltre l’ultimo ad andare via, il primo ad arrivare. Magari - ironizza - per poter bacchettare i ritardatari in maniera creativa. Facendo, ad esempio, trovare sulla loro scrivania una brioche di… benvenuto”), disposto ad ammettere di portarsi al seguito un po’ di follia (“È stata la mia fortuna, in quanto la creatività lo pretende”). Lui che si ritiene, nel suo mestiere, portavoce dell’artigianalità, ma con un rimpianto al seguito: “Ieri eravamo dei poeti, oggi soltanto dei bottegai alle prese con i vantaggi economici. In quanto la creatività del pubblicitario viene messa a dura prova dalle richieste del cliente”. 
Di chi stiamo parlando è presto detto. Del milanese Gianpietro Vigorelli (“Sono nato sotto la Madonnina il 21 novembre 1951”), riconosciuto guru del settore, che lo aveva visto muovere i primi passi dopo aver frequentato di sera l’Istituto europeo di design ed essersi “significativamente dato da fare” nella Milano sessantottina. Lui figlio di un operaio e di una casalinga che, una volta tornato a casa da militare (“Prima a Macomer, in Sardegna, e poi a Civitavecchia”), avrebbe imboccato la strada giusta. Quella appunto della pubblicità, dove “si lavorava ancora con il camice bianco, ma gli orizzonti erano promettenti”. Come non approfittarne? 
Così “avrei mosso i miei primi passi in una piccola agenzia, dove avrei conosciuto mia moglie Marcella, con la quale sono sposato da quarant’anni”. Quindi, per farla breve, passo dopo passo sarebbe approdato alla Jwt sino a diventare nel 1987 direttore creativo in Saatchi & Saatchi Advertising in coppia con Maurizio D’Adda e, quattordici anni dopo, proponendosi addirittura come vicepresidente. 
Lui che nel 1997, proprio con il rimpianto D’Adda (scomparso nel maggio dello scorso anno) e Riccardo Lorenzini, avrebbe dato vita alla D’Adda-Lorenzini-Vigorelli, un concentrato di creatività che, strada facendo, avrebbe realizzato una marea di campagne. Agenzia che in seguito avrebbe aperto le porte agli americani della Bbdo, “prima come soci minoritari e poi maggioritari per via della cessione delle nostre quote. A quel punto sarei rimasto ancora tre anni come presidente e quindi avrei mollato gli ormeggi”. E sarebbe stato a quel punto, visto che le giornate erano lunghe (ferma restando la sua passione per la pesca subacquea nonché per piccole crociere in barca a vela con gli amici), si sarebbe messo a scrivere rendendosi subito conto che “era molto più facile disegnare”.

Per questo si sarebbe buttato nella lettura, portatrice di suggerimenti, stimoli e idee. “Partendo dalla rilettura dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, scoprendone tutta quella grandezza che non avevo saputo apprezzare da studente. Poi sarebbe stata la volta del poliziesco investigativo americano”, meglio moto come corrente hard boiled, che si distingue dal giallo deduttivo per una rappresentazione realistica del crimine, della violenza e del sesso. Peraltro scoprendo “autori di grande bravura, come Dashiell Hammett, creatore di questo filone verso la fine degli anni Venti, e Raymond Chandler, che l’avrebbe perfezionato dieci anni dopo”. A seguire, passo dopo passo, “sarei approdato agli ultimi decenni, supportati da penne di peso, come quella di Don Winslow, ma lasciandomi catturare anche da Le quattro casalinghe di Tokio di Natsuo Kirino, oltre che dalla raffinatezza del linguaggio delle pellicole dei fratelli Coen. 
Sta di fatto che, da loro, “avrei assorbito briciole di tecniche investigative e malizie narrative, quelle che si nascondono dietro la stesura di un buon giallo. Fu a quel punto che mi misi a scrivere”. Ma i primi tentativi “erano da dilettante allo sbaraglio, con mia moglie - severissima - a bacchettarmi nel suo ruolo di critico”. Poi via via sarebbero arrivati i primi risultati, complici anche “i suggerimenti di un’amica, Sara Kim Fattorini, che, avendo già scritto due gialli, mi ha aiutato a introdurmi in questo nuovo, affascinante mondo”.

Ma facciamo un passo indietro, tanto per inquadrare meglio i trascorsi del nostro protagonista. Così eccolo ripercorrere le tante campagne pubblicitarie portate avanti negli anni. Con il ricordo ancora vivo di quella legata ai Baci Perugina (“Pensate a quanti soldi abbiamo fatto risparmiare agli innamorati, in altri regali più costosi, grazie a quel semplice… tubiamo?”). Per non parlare degli spot ideati per Honeywell, Danone, Renault, Swatch, Tuborg, Coop, Renault Clio, Ferrarelle, Johnson & Johnson e Galbani. Oppure quelli commissionati da Simmenthal, Jagermeister, Carapelli, Mondadori, Pasta Barilla Viva il Blu, Ray-Ban, Profumo Moschino, Gioielli Damiani, Tim, Campari e Bmw. Già, la Bmw. “Per la quale realizzammo degli spot davvero belli, tanto da ricevere i complimenti da parte della concorrenza…”. 
Insomma, campagne nazionali e internazionali di robusto livello, per le quali si sarebbe avvalso della collaborazione di personaggi del calibro di John Landis, Spike Lee e soprattutto Woody Allen (“Un genio: fu come aprire la porta di un seminterrato e vedere la… luce. Un uomo riservato, peraltro segnato da una scaramantica debolezza: quella di farsi girare fra le dita, in continuazione, una banconota da un dollaro”). 
Vigorelli, si diceva. Un creativo che le critiche se le è sempre fatte scivolare addosso (“Devono servire da stimolo”); un numero uno dal carattere deciso, grintoso e a suo dire anche prepotente, capace di mandare “a quel paese quei clienti che non capiscono o non vogliono capire”; che si propone, curiosità nella curiosità, come uno chef di livello (“In cucina mi sento a mio agio, aggiungendo sempre qualcosa di mio ai piatti che preparo. E mia moglie apprezza”); lui che non manca di vantarsi del successo ottenuto in campo musicale dal figlio Francesco (il rapper Jack La Furia dei Club Dogo); lui che ora, dopo aver ammainato bandiera in ambito pubblicitario, ha deciso di intraprendere una nuova carriera: quella appunto dello scrittore. 
Con una considerazione al seguito. “Sono nato art director, per questo faccio prima a disegnare qualcosa che a descriverlo a parole. Immaginate quindi la fatica che mi è costato questo libro”. Ovvero Ferro (pagg. 304, euro 16,50), un thriller con “venature pulp” edito dalla Piemme e incentrato su “una brutta storia di fratelli che si odiano, di teste mozzate e di numeri incisi sui denti”. Roba, se tanto mi dà tanto, da mettere i brividi anche ai lettori più smaliziati. 
Come da sinossi, Ferruccio Camerano, detto Ferro, è uno scrittore di gialli che non ha mai realmente sfondato e vivacchia tra Bologna, dove ha studiato, e Cisternino di Puglia, suo paese natale. A legarlo al paese è soprattutto la presenza del fratello gemello Cesare, rimasto disabile in seguito a un incidente capitatogli da ragazzino. 
Vittima dello strozzino Dragan Arsic, il terrore balcanico dell’alto Salento, Cesare si ritrova con una gamba amputata e in pericolo di vita. Proprio per salvare il fratello, Ferro finisce a sua volta nelle mani di Dragan. Dando per scontate le sue abilità investigative, vista la professione di giallista, e per via della sua fama di ragazzo fortunato, il boss slavo gli affida una missione: andare a Milano per scovare il suo nemico giurato, Zoran Baycusa, quindi mozzargli la testa e riportargliela. 
Arrivato in città, gli indizi che Ferro trova nell’appartamento che il boss gli ha messo a disposizione lo portano subito al Cigno Nero, squallido strip club di periferia dove la star indiscussa è la bellissima Jadranka, per la quale Ferro perde irrimediabilmente la testa, tanto più che lei si dice disponibile ad aiutarlo. Tra sparatorie, tradimenti, falsi amici e nemici veri, Ferro si troverà molto vicino alla soluzione del caso. Dovrà solo decidere, almeno per una volta, da che parte stare. 
In sintesi: una prima volta, quella di Gianpietro Vigorelli, che sorprende e lascia il segno: vuoi per una scrittura secca e tagliente, a suo dire anche “veloce e sintetica”, certamente fuori dal coro; vuoi per alcuni personaggi tratteggiati a dovere più nel male che nel bene (“Come scriveva Tolstoj, da una famiglia felice non ci si ricava una gran storia”); vuoi per quel senso di tragedia che aleggia su tutta la storia (“L’odio, il rancore e la vendetta sono il motore di tutto il racconto”); vuoi per quella sensibilità creativa che, come detto, fa parte del suo Dna; vuoi infine per una inaspettata abilità nell’addentrarsi fra le storture che si possono annidare nell’animo umano. Anche quando meno te lo aspetti. 
Detto questo, cosa ci riserva il suo domani narrativo? “In realtà, ferme restando due o tre cose già scritte, mi si è bloccata la mano. Forse ho bisogna di rendermi conto di come Ferro venga accolto dal pubblico dei lettori. In ogni caso ho bisogno di un’altra idea che sorprenda, che abbia una sua logica narrativa. Il resto arriverà da solo. Come successo nel caso del protagonista antieroe del mio primo giallo, un personaggio inadeguato che suscita quasi irritazione. Ma avendo dalla sua la fortuna, riesce a uscire indenne da situazioni pericolose e a conquistarsi la simpatia del lettore. Ma tutto è nato dal caso. In effetti, ogni volta che mi mettevo al computer, non sapevo cosa avrei scritto. Poi le idee arrivavano inaspettate, in un andirivieni fra passato, presente e futuro. Morale della favola: avrei impiegato nella stesura del canovaccio soltanto sei mesi…”. 
E magari, aggiungiamo noi, gli sarà stata propizia l’aria di Cisternino, in provincia di Brindisi, dove Vigorelli ha trovato spunti creativi nella sua splendida tenuta. Con il ricordo ancora vivo di quanto gli aveva detto un amico tedesco: “Un uomo, per sentirsi realizzato, deve fare un figlio, scrivere un libro e piantare un albero. E io un figlio l’ho fatto, un libro l’ho scritto e di alberi ne ho piantati addirittura 400…”. 


Un’altra mano calda della narrativa di settore, peraltro fuori dal coro, è quella della giornalista Federica Fantozzi (nata a Roma il 14 settembre 1968) la quale, dopo essersi dedicata alla cronaca politica e parlamentare per il quotidiano l’Unità, oltre ad aver scritto e scrivere per diverse importanti testate (il Venerdì, L’Espresso, Sette, il Mattino, La Nazione, la Repubblica e Italia Oggi), oggi si dà da fare nell’ambito della comunicazione economica. Ferma restando la sua passione per il genere thriller, che l’ha vista arrivare sugli scaffali - sempre per i tipi della Marsilio - con Caccia a Emy, Notte sul Negev e Il logista, primo romanzo di una trilogia che ora si arricchisce della seconda puntata, ovvero Il meticcio (pagg. 330, euro 17,00). 
Un lavoro che abbina atmosfere da intrigo internazionale (mafia nigeriana, traffico di diamanti nonché una montagna che nasconde un segreto) a quelle più terra-terra - ma non per questo meno pericolose - che fanno parte del nostro presente. Come il mondo del caporalato, la criminalità organizzata e il terrorismo. Il tutto trattato con cognizione di causa, nel senso che l’autrice si è ben documentata affidandosi a esperti di settore per decifrarne, come si conviene, i meccanismi. 
“In questo libro - ha avuto modo di spiegare all’Agenzia Italia - non c’era una scaletta, un canovaccio, un ordine o una gerarchia. Nemmeno io sapevo cosa sarebbe successo alla fine del capitolo che stavo scrivendo”. A un certo punto scoccava una scintilla che si traduceva in una immagine, in una scena, in un personaggio, in un’azione. E se nel Logista a tenere banco era stato l’assalto di un commando terrorista a un resort delle Maldive, nel Meticcio “tutto è nato dai passi esitanti di un bambino che sale su una specie di palafitta di legno, in mezzo alla giungla brasiliana, dove si trova il corpo della giovane madre. Toccherà a lui farsi coraggio e raccoglierne l’eredità: il biglietto per una nuova vita”. 
Ma veniamo alla trama, incentrata su un collezionista di diamanti dal passato misterioso (un nigeriano senza impronte digitali in fuga attraverso i continenti) oltre che sul ritorno di Amalia Pinter, la giovane, anomala, giornalista protagonista del Logista. La storia inizia a dipanarsi da Roma, alle prese con la torrida estate del 2017, dove - durante un servizio di routine sulle misure di sicurezza a Fiumicino - Amalia manda a monte una delicata operazione imbastita dal suo ex amico Alfredo Pani, un poliziotto che ha fatto carriera nel nucleo di élite contro la criminalità organizzata. 
Per colpa sua si perdono le tracce di Bambino, un corriere dell’Ascia Nera, la spietata mafia nigeriana lanciata alla conquista dell’Europa attraverso un patto con i clan siciliani. E Bambino? Un personaggio che, secondo l’autrice, si è guadagnato uno spazio ben oltre le sue intenzioni. “Tanto è vero - ha tenuto a precisare - che non gli avevo dato un nome, ma solo un soprannome. Invece, sgomitando, ha preteso attenzione, finendo per raccontare una storia di un certo peso”. Peraltro con molti interrogativi al seguito: è una preda o un cacciatore, un ragazzo disperato o il detentore di un pericoloso segreto? 
Ma torniamo al dunque. Mentre si sono perse le tracce di Bambino, al Vero Investigatore, il piccolo quotidiano in cui Amalia lavora, le cose non vanno bene: le vendite continuano a calare mentre l’ansia da sopravvivenza cresce. Succede poi che il Capo la spedisca a un’asta di pietre preziose dove un rarissimo diamante rosso viene acquistato da un misterioso tycoon brasiliano, chiamato l’uomo dal tocco magico, in quanto acquista giacimenti esauriti per renderli produttivi. 
Nel momento in cui, inaspettatamente, le due piste si incrociano, Amalia si ritrova arruolata come agente sotto copertura da un Palio di Siena particolarmente cruento al sole di Palermo, pronta a inerpicarsi tra i tornanti e le ginestre del parco delle Madonie fino a una clinica sperduta. Per scoprire che cosa ha trasformato un bambino in un sopravvissuto. Ma anche per riavvolgere il filo che lega, da lontano, i protagonisti di un sogno trasformatosi in un sodalizio criminale che minaccia i mercati globali. 
In sintesi: un romanzo nel quale Federica Fantozzi (che è anche autrice della biografia di Enrico Letta, scritta a quattro mani con Roberto Brunelli) ci ha messo una parte del suo mondo. A tenere la scena è infatti, fra l’altro, Roma (una città tratteggiata in maniera inusuale, ovvero più brutta che bella, oltre che - mala tempora currunt - sporca, triste e rassegnata) in abbinata all’ambiente del giornalismo, alle prese con le difficoltà di conservare il posto per via della crescente crisi della carta stampata. Non a caso il suo piccolo quotidiano annaspa nelle vendite e boccheggia in quanto a pubblicità. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Con un caporedattore costretto ad accettare marchette travestite, mentre i cronisti cercano improbabili sponsor nel tentativo, per certi versi disperato, di evitare la chiusura. E per il resto? Una storia anomala, comunque tutta da leggere. 


L’ultima proposta, peraltro di indubbio livello, risulta legata alla penna doc della canadese Louise Penny, nata il prino luglio 1958 a Toronto, nell’Ontario, dove si sarebbe laureata alla Ryerson University per poi lavorare 18 anni per la Canadian Broadcast come giornalista di cronaca e current affair, nonché come conduttrice radiofonica e televisiva. 
Una volta baciata dal successo (si è aggiudicata i maggiori premi letterari, compresi cinque Anthony Award e sette Agatha Award per il miglior crime dell’anno), si sarebbe dedicata alla scrittura a tempo pieno accasandosi in un piccolo villaggio a sud di Montréal, vicino al confine a stelle e strisce del Vermont, dove tuttora vive coltivando la passione per i cani, tutti golden retriever. In effetti, ha tenuto a precisare, “io e mio marito ne abbiamo posseduti cinque: nell’ordine Bonnie, Maggie, Seamus, Trudy e ora Bishop. Alcuni li avevamo presi quand’erano ancora cuccioli, altri li abbiamo adottati da adulti”. 
Che altro? Tradotta e pubblicata in 26 Paesi (soltanto negli Stati Uniti ha venduto oltre cinque milioni di copie), questa raffinata scrittrice avrebbe imboccato la strada giusta nel 2005 con Still Life, primo romanzo della fortunata serie incentrata sul commissario Armand Gamache della Sûreté du Québec, di stanza a Montréal, giunta nel 2018 alla quattordicesima indagine. Serie di cui si sta facendo carico la Einaudi, che ha iniziato dando alle stampe Case di vetro (pagg. 550, euro 15,00, traduzione di Letizia Sacchini) dopo che i lettori italiani avevano imparato conoscere il personaggio ne L’inganno della luce e La via di casa, entrambi pubblicato dalla Piemme. 
Gamache, si diceva, a detta di molti uno dei detective più interessanti della narrativa poliziesca, che in Case di vetro troviamo promosso di grado, vale a dire da ispettore capo a commissario. Una figura emotivamente complessa, coraggiosa e scaltra, dai tratti che sfumano nell’epico, che ha addirittura generato - caso più unico che raro - una nuova linea di merchandising. Un tipo misurato, che crede nella legge ma risponde prima di tutto alla propria coscienza; che considera i concittadini gente come lui, da proteggere e rispettare. E talvolta da arrestare. Insomma, un poliziotto a suo modo fuori dalle righe: stazza solida, modi garbati, portatore di una raffinata cultura. A guardarlo bene si direbbe “un tranquillo professore di storia o letteratura e non il responsabile della omicidi”, capace però di seguire il suo raffinato fiuto per arrivare al dunque. Puntando su dettagli a prima vista insignificanti, che pure possono portare alla soluzione anche dei casi più complessi. 
E per quanto riguarda Louise Penny? Un’autrice forte di una capacità narrativa fuori dal comune, che per il suo commissario ha preso spunto dal marito, una persona per lei importantissima, “un compagno di vita premuroso e generoso, coraggioso e integro”. In altre parole l’uomo che le ha permesso di lasciare il lavoro per dedicarsi alla scrittura. “L’uomo che ho amato e che continuo ad amare nonostante mi abbia lasciato all’improvviso, dopo aver battagliato gli ultimi anni con la demenza, il 18 settembre 2016, a 83 anni. Quasi aspettando il mio ritorno da un breve tour promozionale. Ma non mi sento sola: ho il mio caro Bishop, la mia assistente Lise (sorella, aiutante, confidente) e molti altri amici del villaggio a farmi compagnia. E poi ho la fortuna di poter continuare a scrivere…”. 
E Case di vetro, il libro che stiamo suggerendo al lettore, è stato scritto durante la fase più dura della malattia di suo marito Michael e subito dopo la sua morte. In quanto “scrivere era diventato il mio porto sicuro, la via di fuga nelle ore buie del mattino”. Sta di fatto che alcune cose “che ho raccontato in queste pagine sono vere, altre sono ispirate a fatti realmente accaduti, altre ancora, come succede nei romanzi, sono completamente inventate”. 
Una prima della classe, Louise Penny, capace di trasportare il lettore - ne abbiamo già parlato - in una ambientazione a prima vista segnata dall’immobilismo, dove niente è quello che sembra e fidarsi delle apparenze sarebbe un errore. Quindi la capacità di ispirarsi - a fronte di una scrittura morbida e avvolgente - alla narrativa del passato rielaborandola a uso e costume del presente. Annotando: “Sono stata influenzata da opere come Cuore di tenebra di Joseph Conrad, l’Odissea di Omero e Gilead di Marilynne Robinson, oltre a ispirarmi ai paesaggi, alla storia e alla geografia del Québec, nonché alle persone che abitano in questi luoghi. Con molte delle quali ho un debito di gratitudine”. 
Detto questo, briciole di trama, annotando che, in prima battuta, incontriamo il nostro commissario in tribunale sul banco dei testimoni, che “non è il suo posto preferito al mondo” in quanto “testimoniare sotto giuramento contro un altro essere umano” non rientra nelle sue corde. A interrogarlo su un omicidio avvenuto a Three Pines, l’autunno precedente, è il procuratore capo Barry Zalmanowitz. Per lui un caso semplice, di quelli impossibile da perdere. 
Sta di fatto che, nella soffocante aula del Palazzo di Giustizia dove si svolge il processo, il nostro Gamache ripercorre gli eventi a partire dalla festa di Halloween, quando una figura inquietante, con un lungo mantello nero e una maschera sul volto, aveva fatto la sua comparsa nel parco del villaggio. E mentre la gente del posto si diceva convinta che si trattasse di una persona mascherata da Darth Vader, il commissario si limita a rispondere: “Pensavo che fosse la Morte”. E in un certo senso aveva ragione. 
Ma chi era in realtà quell’uomo? Strada facendo, e la storia avrà sviluppi impetuosi e lunghi da raccontare, questo personaggio misterioso sarà identificato come la figura più controversa del romanzo, ovvero il cobrador, un’antica icona spagnola che seguiva e intimidiva chi aveva “debiti di coscienza” e che l’autrice ha arricchito di fantasia (ad esempio l’isola degli appestati o gli uomini mascherati che riscuotono i debiti di natura morale). Sta di fatto che l’indagine sull’omicidio finisce per intrecciarsi con la lotta al narcotraffico e con il ruolo inquietante che il tranquillo villaggio ha giocato durante il proibizionismo. 
Già, Three Pines, la cittadina dove Gamache trascorre “le sue giornate immerso negli aspetti più tragici, spaventosi, violenti e moralmente abietti dell’esistenza”. Il villaggio che non è impermeabile al male, ma che per lui rappresenta la sua casa, “il suo santuario”. Il luogo dove sedersi davanti al camino del bistrot insieme agli amici, oppure dove potersi rifugiare nell’intimità del suo soggiorno insieme alla moglie Reine-Marie, la figlia Annie, il nipotino Honoré e, naturalmente, Jean-Guy Beauvoir, suo genero e braccio destro”. Ed soltanto qui che, curiosamente, si sente al sicuro. Altra sfaccettatura, sinora trascurata, del suo carattere. 
Ma sarà proprio a Three Pines (“Un paesaggio mentale - annota Louise Penny - che si materializza ogni volta che scegliamo la tolleranza al posto dell’odio, la gentilezza al posto della cattiveria, la bontà al posto della prepotenza; quando scegliamo di avere speranza anziché barricarci nel cinismo) che succede quel che non dovrebbe succedere. Proprio nel luogo dove giocano i bambini, a due passi dal bistrot, dove le risate si smorzeranno e la festa si perderà in un lugubre presagio di morte. E non solo. In quanto a lasciare il segno sarà anche il narcotraffico canadese, quello contrassegnato dalle droghe mortali che si riversano sul mercato americano. Il tutto con la complicità di politici e poliziotti corrotti. 
In sintesi: una storia ben orchestrata, di piacevole leggibilità nonostante la lunghezza del canovaccio, pronta a catturare il lettore attraverso un finale inaspettato e sconvolgente.

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