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Frecciate anticoloniali in bilico fra i pericoli della fede e la necessità di credere

Militanza e tradimento, colpa e redenzione nel nuovo romanzo di Viet Thanh Nguyen. Che ne Il miltante, seguito ideale - seppure indipendente - de Il simpatizzante, vincitore del premio Pulitzer, questa volta si diverte a prendersela con i francesi    


22/03/2021

di VALENTINA ZIRPOLI


Per chi ancora non lo conoscesse, il cinquantenne scrittore di origini vietnamite Viet Thanh Nguyen, ha certamente perso qualcosa. E non solo per non essersi portato a casa con Il simpatizzante, uscito negli States nel 2016, il premio Pulitzer per la narrativa, quanto per la sua caratura di uomo che non le manda a dire. Tanto da prendere di mira persino Donald Trump, dichiarando: “Twitter, Facebook e gli altri social sono da tempo strumenti estremamente influenti. Per questo ne dobbiamo temerne lo strapotere e regolamentarli. Ma non mi ha affatto turbato la loro scelta di spegnere gli account legati al tycoon: sono società private, hanno le loro regole. Avrebbero dovuto semmai applicarle prima e non aspettare la sconfitta elettorale del Presidente per ricordarsene”. 
Una penna che, sulla scia del successo incassato a livello mondiale con questo suo lavoro imbastito sul talentoso crinale che separa la spy story (l’accostamento a numeri uno del calibro di Conrad, Green e le Carré non è casuale) con il romanzo delle idee, ha tirato dritto su questa non facile strada dando voce prima a I rifugiati, poi Niente muore mai. Il Vietnam e la memoria della guerra nonché - tutti pubblicati in Italia da Neri Pozza - Il militante (pagg. 430, euro 19,00, traduzione di Luca Briasco). 
Un canovaccio che si propone alla stregua di un “brillantissimo, sguaiatissimo, violentissimo - ma anche sovversivo, esilarante e allucinatorio - seguito ideale (seppure indipendente) de Il simpatizzante”. Confermando l’autore come una delle voci più intriganti e dirompenti della narrativa contemporanea. 
Un lavoro feroce che lo ha visto rivisitare, “con piacere”, molti dei pensatori che più lo hanno influenzato nel corso degli anni o ai quali “sentiva di dovere una risposta”. Autori che non manca di citare nei ringraziamenti. Fermo restando l’apporto di molte persone che vivono a Parigi o hanno conoscenze in Francia (la storia si svolge infatti sotto la Tour Eiffel e rappresenta una voce contro il razzismo francese, un paese tacciato di ipocrisia per il suo colonialismo). Oltre, ci mancherebbe, al suo riconoscente affetto all’adorata Lan Duong e ai loro figli Ellison e Simone. 
Già, Viet Thanh Nguyuen, che insegna English and American Studies and Ethnicity alla University of Southern California; lui che aveva lasciato la sua terra, quella del Vietnam del Sud, quando nel 1975 aveva soltanto quattro anni e la convivenza politica ed economica lasciava molto a desiderare. Così “mio padre decise di salire su una barca e mia madre e noi bambini su un’altra per lasciarci tutto alle spalle”. Salvo poi precisare: “Anche se ero piccolo quella sporca guerra mi ha forgiato, e mi infastidisce parimenti il ruolo di vittima del quale gli Stati Uniti si sono appropriati”. Insomma, di sicuro uno che non le manda a dire… 
Protagonista del suo nuovo romanzo, Il militante appunto, è ancora il giovane Capitano dell’esercito sudvietnamita che, nel Simpatizzante, dopo la caduta di Saigon nel 1975, si era accasato negli Stati Uniti da dove, all’insaputa dell’amico e fratello Bon nonché del generale capo della Polizia Nazionale sudvietnamita, inviava i suoi rapporti a Man, suo addestratore tra le fila Vietcong. 
Ma chi è in realtà il Capitano? Una spia dormiente, un uomo dalla doppia faccia. Figlio illegittimo di una vietnamita e di un prete cattolico francese, ha studiato in un piccolo college della California meridionale, dove era stato mandato, forte di una borsa di studio, con il compito di farsi carico della “mentalità a stelle e strisce”. Una figura animata da un’autentica fede nel comunismo e che nel ruolo di insospettabile agente doppogiochista ci sguazza. Persino agli occhi di Bon, nel frattempo entrato a far parte del famigerato Phoenix Program della Cia. 
Trascorsi gli anni americani nella condizione di estraneità e invisibilità propria di un rifugiato, oltre che di una spia rossa, agli inizi degli anni Ottanta, con in tasca il passaporto di un certo Vo Danh, il simpatizzante sbarca a Parigi in compagnia dell’inseparabile Bon. 
La Francia, il Paese della lunga dominazione coloniale in Indocina, ha infatti concesso ai due fratelli di sangue l’agognato diritto d’asilo. È l’occasione per entrambi di lasciarsi alle spalle le dolorose ferite del passato. Un’occasione da coltivare attraverso la più pura delle attività capitalistiche, offerta dal Boss vietnamita trasferitosi dal campo di Palau Galang a Parigi: lo spaccio e il commercio di droga. Per Bon rappresenta la possibilità di smettere d’essere un ospite sgradito. Per il simpatizzante, che ha trascorso buona parte della sua vita a credere in qualcosa di intangibile, semplicemente un’altra possibilità. 
Il tutto ambientato - a fronte di una scrittura selvaggia, irriverente, che non fa sconti - in una città, Parigi appunto, dal fascino torbido e che fa degli intellettuali engagés della sinistra locale frequentati a casa della “zia” vietnamita, cui Man l’ha indirizzato, nient’altro che una fedele clientela delle sostanze del Boss. Un contesto che rende arduo realizzare il compito che alberga da sempre nell’animo del simpatizzante: la riconciliazione tra i fratelli di sangue di un tempo, Bon e Man, che la Storia, con le sue crudeltà e le sue cieche passioni e speranze, ha collocato su fronti opposti.

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