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Furlan: Non cresciamo perché orfani di una politica vera e abbiamo abbandonato il Sud

Il Governo - secondo il segretario generale della Cisl - deve ridurre le tasse a lavoratori e pensionati, affrontare la disoccupazione giovanile e i problemi degli anziani, sbloccare le opere infrastrutturali e integrare le risorse per rinnovare i contratti pubblici. Ma è anche necessario puntare su piani credibili e…


14/10/2019

di Giambattista Pepi


Foto di Maurizio Riccardi

La crescita bassa? “Per forza, abbiamo diminuito le risorse pubbliche per gli investimenti pubblici, l’innovazione tecnologica, la ricerca di nuove fonti energetiche e la tutela dell’ambiente, la formazione delle competenze di cui le imprese ed anche la Pubblica amministrazione hanno bisogno”. La manovra? E’ cambiato il Governo, non i problemi e nemmeno le questioni irrisolte, a cominciare dalla rivalutazione delle pensioni.  Taglio del cuneo fiscale e tutela dell’ambiente? Ci vuole ben altro per realizzare lo shock di cui ha bisogno il Paese. Intensificare la lotta all’evasione? “E’ lodevole, ma servono assunzioni all’Agenzia delle Entrate per sostituire i 10mila funzionari andati in pensione”. Il Mezzogiorno? “L’Italia può rinascere solo se riparte il Sud”. 
Nell’intervista che vi proponiamo (la prima di una serie con i leader dei sindacati confederali), Anna Maria Furlan, segretario generale della Cisl analizza tutti i temi prioritari dell’agenda nazionale e fornisce alcune soluzioni ai problemi che ci affliggono. 

Rispetto alle altre economie europee cresciamo poco, e quando cresciamo c’è un divario di quasi un punto rispetto alla media Ue. E’ paradossale constatare che il nostro è un grande Paese, ma con un’economia reale che lo fa sembrare molto piccolo. Quali le cause? 
Le cause sono tante, frutto in questi anni di scelte sbagliate della politica e di insufficienti provvedimenti per stimolare lo sviluppo e gli investimenti. E’ chiaro che il fiscal compact e le politiche di rigore sul piano europeo hanno penalizzato non poco la crescita. Abbiamo costantemente diminuito le risorse statali per gli investimenti pubblici, l’innovazione tecnologica, la ricerca di nuove fonti energetiche e per la tutela dell’ambiente, la formazione delle nuove competenze di cui le imprese e la Pubblica amministrazione hanno bisogno. Abbiamo azzerato l’alternanza scuola-lavoro e penalizzato ogni legame tra università, imprese e territorio. Tra il 2005 e il 2018, gli investimenti in opere pubbliche sono crollati del 59,4 per cento: quasi 26 miliardi di euro in meno negli ultimi 10 anni. I ponti non sono caduti per una fatalità. C’è stata un’assenza di manutenzione, abbiamo tante opere incompiute e cantieri che non partono. Sono 49 le grandi opere sopra i 100 milioni ancora bloccate. Sono soprattutto opere di collegamento o ammodernamento di infrastrutture esistenti che servirebbero a migliorare la competitività dei territori, la mobilità dei pendolari e a contenere il dissesto idrogeologico. Non solo, dallo sblocco delle opere deriverebbe una ricaduta sull’economia di 200 miliardi di euro e la creazione di circa 700mila posti di lavoro. Queste sono le ragioni della crescita zero.

La manovra del Governo che, dopo la Nadef, comincia a delinearsi, è sfidante. Resta un cantiere aperto, ma intanto qual è il giudizio che lei dà della manovra finanziaria 2020? 
Al Governo Conte Due abbiamo chiesto le stesse cose che avevamo chiesto al Conte Uno. La nostra piattaforma non è cambiata, perché non sono cambiati i bisogni veri del Paese e dei cittadini, ed i percorsi che noi avevamo indicato sono sempre gli stessi: una vera riduzione delle tasse per i lavoratori ed i pensionati, affrontare il dramma della disoccupazione dei giovani ed i problemi degli anziani, il divario crescente tra Nord e Sud, le opere infrastrutturali ancora bloccate, le risorse per rinnovare tutti i contratti pubblici. Indubbiamente si respira un clima diverso e fortunatamente alcune questioni stanno trovando una prima risposta. Ma questo non basta. La discontinuità deve essere palpabile. Si deve tradurre nei numeri della legge di bilancio, insieme con tutte quelle leve che sono indispensabili alla crescita. Abbiamo tanto lavoro da fare, ci sono dei tavoli tecnici aperti, ma noi vogliamo portare a casa risultati, a cominciare dalla rivalutazione delle pensioni che va sbloccata perché è l’unico reddito che hanno gli anziani. E’ un segnale positivo che la ministra del lavoro Catalfo abbia annunciato sulle pensioni un tavolo sui lavori gravosi ed un confronto sulla legge per la non autosufficienza. Ma il nostro giudizio lo daremo alla fine del percorso, come abbiamo sempre fatto. 

In termini numerici, si stima valga una trentina di miliardi, ma ne servono 23 solo per sterilizzare le clausole di salvaguardia, cioè per impedire che scattino gli aumenti dell’Iva dal 1° gennaio 2020, che altrimenti potrebbero inibire i consumi. Il resto serve a finanziare diverse misure: dal taglio del cuneo fiscale, agli incentivi per la digitalizzazione e la conversione del sistema produttivo verso l’economia green e sostenibile. 
Siamo stati noi insieme con le imprese a chiedere la riduzione del cuneo fiscale per i lavoratori. Ma le risorse che il Governo vuole mettere in campo sono insufficienti. Non è lo shock fiscale che servirebbe oggi per risollevare le buste paga, e gli investimenti, considerato che il 75 per cento delle nostre imprese produce per i consumi interni. Anche sull’ambiente, bisogna andare più in là degli slogan e accompagnare la transizione energetica, sapendo che abbiamo un costo dell’energia mediamente del 30% in più rispetto ad altri Paesi europei. Il costo dell’energia è fondamentale per famiglie e imprese.

Tutti i Governi a parole giurano di voler sradicare l’evasione e l’elusione fiscale, per poi scoprire che è difficile farlo. Secondo lei quali sarebbero gli interventi da mettere in campo per contrastarla con efficacia e recuperare quanto viene evaso? 
E’ sicuramente positivo che il Governo si sia posto l’obiettivo di aggredire l’evasione fiscale che rappresenta uno scandalo, visto che abbiamo per esempio la più alta evasione dell’Iva in Europa con oltre 35 miliardi che sfuggono all’Erario. Ma anche qui bisogna affrontare il toro per le corna. Bisogna davvero inasprire le pene per gli evasori, introdurre il contrasto d’interesse come si fa in America, e soprattutto bisogna rafforzare il personale dell’Amministrazione finanziaria. Circa 10mila funzionari delle agenzie fiscali sono andati in pensione in questi ultimi anni e non sono stati rimpiazzati da giovani preparati e motivati. Questo può fare la differenza nella lotta all’evasione che oggi si realizza soprattutto con i controlli incrociati e con sistemi sofisticati. 

Dopo essere stato marginalizzato dal dibattito pubblico, nell’agenzia politica dell’Esecutivo e della maggioranza giallorossa è tornato il Mezzogiorno. Come affrontare il problema del suo rilancio? 
Noi stiamo ricordando in questi giorni Giulio Pastore, fondatore della Cisl, a cinquanta anni dalla sua morte. Bisogna fare tesoro della sua lungimiranza, della sua capacità politica e progettuale. Pastore era pienamente consapevole, già negli anni in cui fu Ministro del Mezzogiorno, che l’Italia intera può crescere solo se ci sarà una vera rinascita del Sud. Finora è mancata una svolta programmatica, una visione strategica capace di affrontare il dramma di un’area che si allontana dall’Europa sempre di più, in termini di servizi pubblici, sanità, scuola, formazione, persino il livello di natalità. Gli ultimi importanti investimenti nel Sud risalgono a quasi trent’anni fa. Non siamo capaci di progettare e spendere i fondi europei. Le imprese vanno via perché mancano le infrastrutture ed i costi dell’energia sono alti soprattutto nelle isole. Ma la cosa grave è che la spesa ordinaria non è stata rafforzata nel Mezzogiorno ma, al contrario, indebolita, com’è accaduto per i fondi per la formazione e la ricerca. Speriamo che si possa affrontare questo tema con il Governo ed il ministro del Sud senza retaggi ideologici e ricette velleitarie. 

Al ministero dello Sviluppo economico sono aperte 160 vertenze: molte riguardano il destino di tante famiglie del Sud. Avete detto che “non basta minacciare di revocare gli incentivi o convocare i tavoli”, e allora cosa proponete che si faccia? 
Abbiamo fatto una proposta chiara: serve una vera task force per affrontare le tante vertenze aperte al Mise, perché è evidente che ci troviamo di fronte ad una vera emergenza. Molte imprese vogliono usare i lavoratori come merci, scaricando su di loro il peso di scelte produttive e di mercato sbagliate. Questo è inaccettabile. Ma serve anche più concretezza dal Governo nelle decisioni, più misura anche nelle esternazioni pubbliche. A volte si sono riaperti dossier chiusi, com’è accaduto con l’Ilva. Il Ministero dello Sviluppo non può limitarsi ad una gestione burocratica, del tutto ininfluente nelle vertenze: vanno costruiti percorsi attivi di reindustrializzazione e riconversione, bisogna vigilare sulle amministrazioni, richiedendo piani industriali credibili e sostenibili. Questo vale anche per la vicenda Alitalia che sarà nei prossimi giorni un banco di prova difficile per l’Esecutivo perché in gioco ci sono migliaia di posti di lavoro e gli interessi di un intero sistema economico. 
Per fare tutto questo serve una struttura di gestione crisi adeguata, capace, competente. Occorre avere a monte una strategia di politica industriale del Governo, libera dai condizionamenti ideologici in grado di rilanciare i comparti produttivi con investimenti veri. Strategia di cui non vediamo traccia da anni.

Stanno giungendo a scadenza, quando non sono già scaduti molti contratti del pubblico impiego e privato di molte categorie di lavoratori. Quali impegni ha assunto il Governo? Quali garanzie avete ottenuto per il rinnovo? 
Il Governo si è impegnato a rinnovare i contratti pubblici, ma da una prima ricognizione le risorse che si vogliono stanziare nel triennio sono del tutto insufficienti. Vedremo nei prossimi giorni quali saranno le scelte che farà. Ma è evidente che lo stato datore di lavoro deve assumersi le sue responsabilità se vuole davvero cambiare la Pubblica amministrazione e venire incontro alle richieste dei cittadini. Ci sono dei servizi pubblici oggi al collasso, come la sanità pubblica dove vengono richiamati in servizio i medici in pensione. Ci vogliono subito assunzioni, giovani laureati che possono rigenerare una Pubblica amministrazione che non è fatta da fannulloni o assenteisti, ma da gente seria che sa fare il proprio mestiere con rigore e moralità.

Questo Governo è più europeista del precedente, pur essendo guidato dallo stesso presidente. Ritiene che un approccio dialettico e pragmatico sia più producente per il Paese rispetto alla contrapposizione e alle polemiche di quello passato? Cosa deve fare l’Italia per rendere più moderna e rappresentativa l’Europa, e che cosa le istituzioni comunitarie possono e debbono fare per far sentire l’Italia parte integrante e protagonista nell’Ue? 
Abbiamo apprezzato molto che il nuovo Governo Conte abbia ribadito la centralità del nostro Paese in Europa. E’ un approccio positivo e responsabile che fa ben sperare per un suo ruolo più incisivo nelle nuove scelte dell’Europa, anche grazie al contributo che darà sicuramente una personalità esperta come Paolo Gentiloni. L’Italia può farsi portavoce e sostenitrice di una fase di cambiamento delle politiche di sviluppo e di crescita dell’Europa, sollecitando in primo luogo che gli investimenti in innovazione, ricerca, formazione vengano sganciati dal fiscal compact. Il lavoro per i giovani, un fisco più equo, la lotta alle diseguaglianze sciali, politiche di accoglienza ed inclusione che devono diventare la chiave per rilanciare il progetto europeo, come ci chiedevano esattamente trent’anni fa i giovani che a Berlino fecero crollare il “muro”. 

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