Share |

Galli della Loggia: i Governi non li sceglie il popolo con il voto, ma i partiti nel Palazzo

Gli italiani, sostiene lo storico, non hanno mai contato effettivamente. Non lo furono durante il Risorgimento e nemmeno con la Repubblica. Ad esempio il Conte bis è nato contro la maggioranza scelta dagli elettori. E mentre la democrazia è in crisi il populismo non offre soluzioni adeguate al Paese


25/11/2019

di Giambattista Pepi


Ernesto Galli della Loggia

A fare la storia d’Italia sono state le élite, non il popolo. Quando venne completato il processo di unificazione politica del Paese con la proclamazione del Regno d’Italia (1861) il popolo era una plebe, analfabeta e cattolica, che viveva nella fame e nella miseria. Le classi dirigenti post-unitarie governarono insieme impedendo un’alternanza al potere perché non era possibile dato l’elevato grado di analfabetismo e il divieto della Chiesa ai cattolici di partecipare alla vita pubblica del nuovo Stato. 
Dopo la parentesi del fascismo che aveva cercato attraverso la nascita del partito di avvicinare le masse al potere subentrò la Repubblica, ma la sovranità popolare prevista dalla Costituzione fu ingabbiata dalla triade formata da Parlamento, Partiti e Sindacati che la canalizzarono e la condizionarono. Ieri come oggi i governi non sono eletti dal popolo, ma formati nel Palazzo e dai partiti, andando anche contro la volontà dei cittadini. 
È questo il rapporto tra le élite e le masse nella storia d’Italia secondo Ernesto Galli della Loggia, professore emerito di storia contemporanea all’Istituto italiano di Scienze umane della Scuola Normale di Pisa, nonché editorialista del Corriere della Sera
Lo abbiamo incontrato a Catania a Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore, dove ha tenuto su questo tema una conferenza. 
Galli della Loggia prende le mosse dalla Rivoluzione francese (1789-1799). Un periodo di radicale e, a tratti violento, sconvolgimento sociale, politico e culturale, assunto dalla storiografia come lo spartiacque temporale tra l’età moderna e l’età contemporanea, che segnò la fine della Monarchia e l’avvento della Repubblica, “ma la cosa più importante è stata il fatto che, per la prima volta, nella storia europea, c’è un nuovo soggetto, il popolo, che irrompe al centro della scena politica della Francia, attraverso la mobilitazione politica, che le élite precedenti (clero e aristocrazia) non avevano tenuto in alcuna considerazione. In Italia, al contrario, il popolo non ebbe alcuna parte nel processo risorgimentale che portò all’unificazione politica dell’Italia”.

Perché? 
Il Paese era una nazione formata da contadini e cattolici analfabeti: si pensi che nel 1871, l’84% degli abitanti del Sud e delle Isole (Sicilia e Sardegna) era analfabeta, addirittura il 100% delle donne in Sicilia, contro il 48% del Nord.

A fare l’Italia fu, dunque, una élite, non la popolazione? 
È andata così. A quell’epoca c’era una Destra formata da liberali, monarchici, cavouriani e una Sinistra, che schierava i seguaci di Mazzini, i garibaldini e in genere i democratici. A causa dell’analfabetismo e del divieto della Chiesa ai fedeli di partecipare alla vita politica del nuovo Stato nato contro di essa, l’area della legittimazione politica dell’élite al potere era molto ristretta e non era possibile allagarla per le cause anzidette. Pertanto Destra e Sinistra furono “costrette” a governare insieme. Nacque così il fenomeno del trasformismo, che raggiunse l’apice nell’età giolittiana.

Poi ci fu una svolta con l’avvento degli intellettuali che fanno una revisione storica critica del Risorgimento denunciando il dualismo, l’arretratezza del Paese e del Mezzogiorno. 
Fu una nuova classe, quella degli intellettuali (D’Annunzio, Fortunato, Villari, Rossi Doria e molti altri) a rompere l’egemonia di tipo elitario- costituzionale della vecchia classe dirigente attraverso la revisione critica del Risorgimento e la rappresentazione del Paese reale, cioè del Paese qual era veramente con le contraddizioni, l’arretramento, la povertà e il meridionalismo. Essi, collocandosi all’opposizione del vecchio notabilato, si batterono per portate le masse nello Stato e redimere il Mezzogiorno dallo stato di profonda prostrazione e miseria in cui versava. Tutti gli intellettuali di diverso orientamento politico (azionisti, cattolici, popolari, democratici) saranno meridionalisti e populisti. Questo afflato populistico prenderà due forme: il nazionalismo e il socialismo (quest’ultimo si rivolgeva ad artigiani, e ai contadini dando vita alle Leghe e alle Cooperative in Emilia - Romagna, Toscana, Lombardia).

Il fascismo eredita questi due indirizzi. 
Sì. Entrambi confluiranno nel fascismo, un movimento che non era né di destra, né di sinistra, ma combinò e coniugò le istanze conservatrici e quelle riformistiche, favorendo l’ascesa di una nuova élite formata per lo più da ufficiali e soldati che avevano combattuto durante la Prima guerra mondiale, ma anche da artigiani, commercianti, professionisti, che cercavano uno spazio sociale. Prova ne sia che alle elezioni politiche del 1924 il Partito fascista elesse 35 deputati: erano tutti giovani che avevano preso parte alla Prima guerra mondiale.

Quale fu il rapporto tra le masse popolari e la classe dirigente durante il fascismo? 
Il fascismo creò il partito e lo mise al centro della vita pubblica attraverso l’azione dello Stato nel tentativo di unificare la classe dirigente e le masse. Anche la Chiesa attraverso il Partito Popolare fondato nel 1919 da Don Luigi Sturzo cercò di canalizzare il consenso dei cattolici, onde evitare che finissero per essere attratti dai Partiti della Sinistra, quello Socialista nato alla fine dell’Ottocento quello Comunista, nato nel 1921, che il clero e la Chiesa consideravano un pericolo perché anticlericale e ateo.

Dopo la parentesi del ventennio fascista e la fine della Seconda guerra mondiale nasce, con i migliori auspici e le più belle speranze, la Repubblica italiana, e quindi il popolo spera di diventare protagonista delle scelte politiche, non di subirle. Invece … 
La democrazia repubblicana nata dalla Resistenza contro il nazi-fascismo proseguì effettivamente l’opera del fascismo. Riconobbe sì le masse, stabilendo nella Costituzione che la sovranità appartiene al popolo, ma la ingabbiò all’interno di una triade di ferro formata da Parlamento, Partiti e Sindacati, che la canalizzavano e la condizionavano.

Quindi i cittadini furono imbrogliati? 
Sì. Se il popolo fosse stato veramente sovrano, la nostra Costituzione avrebbe dovuto prevedere come quella degli Stati Uniti, che fossero i cittadini ad eleggere il governo, mentre da noi sono i partiti, che si mettono d’accordo tra loro, con gli esiti che possiamo vedere. Da cosa è nato infatti il secondo Governo Conte se non da un accordo di Palazzo, dalla confluenza di due partiti – M5S e Pd – che gli elettori non hanno votato per vederli governare insieme l’Italia? Oltretutto, uno, il Partito Democratico, era uscito sconfitto dalle elezioni politiche del marzo 2018. Come dire, rovesciare l’esito delle urne, andare contro l’orientamento della maggioranza, far tornare al Governo chi è stato defenestrato dagli elettori. Bella democrazia non le pare?

Sia nel passato, sia ora, chi viene eletto dal popolo poi lo tradisce? 
Certamente. In più strapotere, tracotanza, ruberie, compromessi hanno fatto percepire i politici come una casta e la reazione è stata il populismo, che non offre soluzioni e prospettive alla costituzione di un rapporto virtuoso tra élite e popolo che possa rilanciare un Paese in evidente declino. 

Ma si può accorciare questa distanza tra popolo ed élite? 
Se il reddito di cittadinanza si dimostra efficace e non farà disastri, il Movimento 5Stelle potrebbe continuare a governare l’Italia anche nei prossimi anni: e così tutta l’élite diventerà grillina. A quel punto diremo che si è ricomposto il dissidio tra élite e popolo. Ma non sono così sicuro che non si suicidano: l’alleanza con il Pd si sta rivelando controproducente. E la Lega è lì a fregarsi le mani sapendo che alle prossime elezioni politiche vincerà e potrà tornare a governare.

Ma il popolo… 
Anche sul concetto di popolo bisogna essere chiari: il popolo non esiste più. Ci sono cinque milioni di poveri forse neppure altrettanti operai e sopra di loro una galassia di ceto medio che va dai piccoli artigiani ai grandi professionisti. La maggioranza degli italiani sta in questa forbice. È buffo che si parli di populismo quando manca, e non solo in Italia, il popolo.

E come uscire allora da questa empasse? 
C’è una crisi della democrazia che significa crisi di fiducia nei meccanismi della democrazia. Una malattia che, tanto per fare un esempio, non si debella abolendo il vincolo di mandato.

(riproduzione riservata)