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Generazioni azzerate e società sfinite dai consumi nella poetica di Giuliano Tabacco

Una grande mappa volta a confrontare e interpretare il nostro presente. Oltre a graffiare nel segno della mancanza di una soluzione


23/10/2017

di Luca Minola


Amiamo la nostra violenza, la nostra fine, amiamo sfruttare ed essere sfruttati. Il nichilismo che risiede nella raccolta di Giuliano Tabacco La grande mappa (Transeuropa, pagg. 45, euro 7,90) include tutti noi. Generazioni azzerate, società sfinite dai consumi, dalla sovraesposizione mediatica e sociale. Per tutto il resto non c’è soluzione. La mappatura di noi, che riprende La grande mappa del gruppo GFK Eurisko, confronta e interpreta i nostri atteggiamenti legati ai consumi, dettati dalla totale negazione dell’umano e di ogni forma di sentimento: “Parliamo del mercato del lavoro, dei salari. Lui seziona/ gli schemi, immette dati; mi mostra/ la curva di una domanda insicura./ Domani c’è l’incontro col cliente./ Non puoi sottrarti al ciclo della catena alimentare. Esseri/ che mangiano ed esseri/ che chiedono di essere mangiati./ Non è facile gestirla, la paura” e ancora “Chi mi paga/ mi domanda del mio passato, cose così; quanta gente/ ho tradito e per quanto”.
In maniera ancora più sistematica questo richiamo dell’autore conferma la nostra capitolazione come persone ormai rappresentate solo attraverso numeri e percentuali. Tutto questo non aggiusta di un millimetro le intenzioni di Tabacco che rimangono pura cattiveria, osservazione costante e macinazione del reale: “Luglio basilica di morti/ che ritornano a galla con lo stesso nome./ Quelli che addormenti, papà,/ esigono un sonno logico: l’alta/ quota dei gabbiani./ L’anestesia è un fatto di macchine e di mani/ che non conosco./ Le cilindrate il calibro l’acciaio; / la mia bocca cingolata, quando esco./ Quando ti dico ciao”. Uno degli elementi principali della raccolta è il cinismo sfrontato dell’autore, l’impossibilità di mostrare qualsiasi segno di pietà.
Tabacco descrive un potere sociale malato e profondamente decadente, che puzza di compromesso e in totale corruzione di sé. Potremmo chiamarlo post capitalista, che è sempre lì, lì per morire come sistema ma che non muore mai del tutto, che si ricicla costantemente sopravvivendo. Senza nessun tipo di indulgenza, l’assurdo si spiega solo attraverso spinte irrazionali che si completano con la nostra esistenza, nell’ incapacità di dialogo fra persone. Individuato nell’incubo della programmazione, anche il sesso subisce come l’amore, la persistente e infruttuosa ricerca della somiglianza: “La ragazzina con la faccia sudata/che sei, inginocchiata e mortale./ E i tuoi occhi (scandalosi verso le sette di sera)/ incendiati in un attimo per due ore/ di analogie. Quell’orchidea/- bagnata contro le mie/ dita. Sono cosette che non puoi sapere,/ queste; o di quando mi depilo il cuore/ per farti godere”. Si sente in Tabacco la presenza di alcuni autori, De Angelis e Fortini su tutti, aggiungerei anche il Raboni più cinico, quelle de Le case della vetra, e Volponi. La grande mappa resta un libro bello, accattivante e sintetico (poco più di una trentina di testi), sicuramente uno dei migliori del 2016.
Le parole di Tabacco risaltano e premono sull’Apocalisse umana, sui mezzi imbarazzanti che creiamo per distruggerci: “Là fuori ci sono masse immense da addomesticare./ Bisonti con sogni da puledri; studenti e massaie sofisticate./ Bisogna saper stare dentro i loro panni; catalogarne/ le contraddizioni. Scansionare punto/ punto la trama delicata della loro/ coscienza di ologrammi./ E mentre dispieghiamo/ tutti i nostri mezzi, in mezzo a voi confuso/ evoco me stesso e mi programmo./ Saremo rasi al suolo, penso; i nostri segni/ fatti incomprensibili a quelli che verranno”.

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