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Giacomo Matteotti, i discorsi storici contro il fascismo

Il pensiero e l’azione del deputato socialista assassinato dai fascisti sono ancora attuali. Una testimonianza per non dimenticare


03/06/2019

di Giambattista Pepi


“Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti - ndr) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà (…). Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”. 
È uno dei passaggi cruciali del discorso con il quale Giacomo Matteotti, il parlamentare di Fratta Polesine (Rovigo), segretario del Partito socialista unitario, il 30 maggio 1924 alla Camera dei Deputati aveva denunciato (mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte e uno di loro, Giacomo Suardo, abbandonò addirittura l’aula per protesta) le violenze efferate, il clima di intimidazione e i brogli elettorali commessi dalle bande paramilitari fasciste alle elezioni politiche del 6 aprile. 
Un discorso coraggioso e circostanziato del principale oppositore al regime fascista che gli sarebbe costato la vita. Egli stesso, concluso l’intervento, prevedeva come imminente la sua fine: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi (rivolto ai deputati della Sinistra - ndr) preparate il discorso funebre per me”. 
Ebbene, questo discorso e quello del 31 gennaio 1921 - ora pubblicati nel volume Giacomo Matteotti Contro il fascismo (Garzanti, pagg. 94, euro 4,90) - andrebbero riletti e meditati da tutti coloro che hanno a cuore la libertà e la democrazia nel nostro Paese. 
Essi, infatti, costituiscono una “lezione” politica esemplare in difesa della libertà e del pluralismo contro ogni forma di tirannia e di sopraffazione in un’epoca - gli anni Venti e Trenta del Novecento - che avrebbe visto il crepuscolo della democrazia liberale non soltanto in Italia ma anche in altri paesi europei e l’avvento di forme di governo autoritarie e illiberali che sarebbero sfociate nella Seconda guerra mondiale. 
Un libricino che, secondo noi, cade a fagiolo proprio quando in questi ultimi anni e, in particolare negli ultimi mesi, piccoli gruppi estremistici ed eversivi hanno fatto apologia del fascismo, rievocando ed inneggiando con il linguaggio i gesti e le provocazioni quel regime dittatoriale ed il suo mentore e promotore: Benito Mussolini. 
Ricordiamo qui, in maniera alquanto sommaria, ma secondo noi necessaria, le vicende che precedettero e seguirono l’assassinio di Matteotti. 
Il 10 giugno 1924 Matteotti era atteso a Montecitorio per riferire sull’affaire Sinclair Oil (la compagnia petrolifera statunitense al tempo sostenuta economicamente da alcuni dei principali gruppi finanziari di New York, tra cui la banca del magnate John Davison Rockefeller che in cambio della concessione esclusiva per la ricerca e lo sfruttamento per 50 anni di tutti i giacimenti petroliferi presenti in Emilia e in Sicilia aveva versato tangenti, tra gli altri, ai ministri Gabriello Carnazza, Orso Maria Corbino, allo stesso Duce e al fratello, Arnaldo Mussolini), di cui egli aveva documenti compromettenti procuratisi durante un suo viaggio a Londra,scattò l’agguato: una squadra di cinque fascisti capeggiata da Amerigo Dumini rapì e assassinò Matteotti. 
Il suo corpo fu ritrovato per caso solo il 16 agosto, tra le 7 e 30 e le 8 del mattino, dal cane di un brigadiere dei Carabinieri in licenza, Ovidio Caratelli, nella macchia della Quartarella, un bosco nel comune di Riano, a 25 chilometri da Roma. Era stato abbandonato dai suoi assassini sotto pochi centimetri di terra. 
Dopo averla respinta, Benito Mussolini in un discorso alla Camera dei Deputati il 3 gennaio 1925, si sarebbe assunto la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti, sebbene testimoni e storici nel corso degli anni (Federico Chabod, Benedetto Croce, Renzo De Felice e, da ultimo, Arrigo Petacco nel libro L’uomo della provvidenza, Utet, 2018) abbiano escluso il suo coinvolgimento a qualsiasi titolo. 
Secondo lo studio dello storico Mauro Canali sulle tangenti della Sinclair, la vedova Velia Matteotti e i figli Giancarlo e Matteo, che come il padre si sarebbero dedicati alla politica, non accusarono mai Mussolini, neppure dopo la sua uccisione e la caduta del regime nel 1945 e - cosa altrimenti inspiegabile e straordinaria - non si costituirono parte civile nemmeno al processo del 1947, in quanto il fascismo (che però nel 1947 non esisteva più) ne aveva comprato il silenzio. 
Sia come sia, l’eco delle denunce di Matteotti contro i soprusi del fascismo risuona ancora a distanza di quasi un secolo da quei tragici eventi che avrebbero segnato per sempre la storia d’Italia. 
Il delitto Matteotti, infatti, fece vacillare il regime e tremare Mussolini, lo sdegno e la protesta per l’eccidio furono generali, ma non impedirono al fascismo di portare a compimento il suo disegno: instaurare una dittatura illiberale e autoritaria che costituì una rottura nella storia politica italiana postunitaria. 
Sergio Luzzatto, nella prefazione al piccolo volume, ricorda con parole di ammirazione l’attualità del pensiero e dell’esperienza politica di Matteotti. “A cominciare dal famoso radicamento sul territorio: economico e sociale, nella misura in cui, rampollo di una famiglia della borghesia agraria, doveva quotidianamente misurarsi con la miseria dei braccianti del delta del Po”, “intellettuale e morale, nella misura in cui lo studente di legge nella vicina Bologna, ritornava appena possibile nella sua Fratta Polesine per studiarne, in biblioteca e in parrocchia, la storia locale”. E che dire del ruolo di amministratore (di Fratta Polesine, Villamarzana, Villanova del Ghebbo, Fiesso Umbertiano, Frassinelle Polesine in provincia di Rovigo tra il 1912 e il 1920), gestore rigoroso e prudente delle risorse finanziarie dei municipi (“Niente debiti per i comuni: se non c’erano soldi in cassa, si rinunciava alla spesa”)? Così come “ci manca - aggiunge Luzzatto - la sua interpretazione della militanza politica quale etica del lavoro e della conoscenza che egli perseguì a Roma, come deputato socialista, dal 1919 al 1924”. Ed infine ci manca un uomo che aveva una visione chiara – quella stessa che oggi manca a molti leader politici della sinistra italiana ed europea - di quale dovesse (e dovrebbe) essere il compito della socialdemocrazia di ieri e di oggi: saper coniugare la libertà con la giustizia sociale.

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