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Giovanni Sabatini: “Troppe regole e il tempo delle banche sta purtroppo finendo”

Secondo il direttore generale dell’Abi l’overdose regolamentare, la politica monetaria e le tecnologie comprimono i margini di interesse e aumentano il costo della raccolta. Finendo, a medio termine, per compromettere la tradizionale attività di credito. Questo mentre in Italia crollano gli investimenti e si impoverisce la dotazione infrastrutturale…


18/11/2019

di Giambattista Pepi


Il prolungamento della politica monetaria delle Banche centrali, e in particolare della Bce, con tassi di interesse negativi per stimolare la crescita e favorire il ritorno a un’inflazione prossima ma inferiore al 2% sta comportando il paradosso di comprimere ulteriormente la bassa remuneratività degli istituti nell’attività tradizionale di erogazione del credito all'economia. Oltre a rendere difficile la ricerca di prodotti finanziari da parte dei risparmiatori e degli investitori che assicurino un rendimento certo, se non al prezzo di assumere un rischio molto elevato. 
Se a questo si aggiunge l’implementazione del quadro regolamentare con la necessità da parte delle banche di dover incrementare l’accantonamento di capitale per assicurare il rispetto dei requisiti di patrimonializzazione come previsto dalle regole di Basilea 3 (il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha dichiarato nei giorni scorsi che la Commissione Ue nel secondo trimestre 2020 presenterà una proposta legislativa proprio per attuare la riforma di Basilea 3), nonché l’avvento della Direttiva PSD 2 sul servizi di pagamento con l'ingresso nel mercato di soggetti non bancari, le prospettive delle banche e del credito in Italia e in Europa sono sempre meno rosee. 
È questo l’allarme che il direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini, lancia nell'intervista che ci ha rilasciato. 

Prendiamo le mosse dallo scenario macroeconomico. I fondamentali dell'economia internazionale restano ancora buoni, ma dall'inizio del 2019 si assiste a un generale rallentamento della crescita. L'area dell'euro è la macroregione nella quale i segnali di deterioramento della congiuntura sono più accentuati, con la Germania sull'orlo della recessione tecnica e l'Italia in stagnazione dal secondo trimestre 2018. Quali sono le previsioni dell'Abi sulla congiuntura economica internazionale con un focus sull'Europa? 
Com'è stato opportunamente evidenziato c'è in atto un evidente rallentamento dell'economia causato dalle tensioni commerciali come, ad esempio, la guerra dei dazi che, da oltre un anno e mezzo, contrappone gli Stati Uniti alla Cina e all'Europa, e dalle crisi geo-politiche in diverse regioni e Paesi del mondo. E questo si riflette sulle previsioni di crescita. In realtà abbiamo osservato come dal 2018 le previsioni allora fatte sull'economia mondiale sono state sostanzialmente ridotte al ribasso: partendo da una crescita del Pil mondiale che si ipotizzava del 3,7%, siamo scesi al 3%. 
All'interno di questo scenario di rallentamento l'Europa che è un'economia tradizionalmente trainata dalle esportazioni - e abbiamo visto come la Germania abbia risentito del calo dell'export - le revisioni del quadro di crescita sono peggiori. Citavo la Germania che vede una revisione al ribasso del proprio Pil dell'1,4% e ora si dovrebbe attestare per fine anno a una crescita acquisita intorno all'1%. Sarebbe pertanto assolutamente necessario la rifocalizzazione di tutte le politiche economiche europee volte a stimolare la crescita e l'occupazione attraverso una maggiore spinta alla competitività delle proprie imprese e dei propri apparati produttivi. 
Oggi la leva che viene utilizzata per contrastare l'indebolimento della congiuntura economica è la politica monetaria accomodante delle Banche centrali e, in particolare, della Bce come si è visto con il varo della terza fase dell'allentamento quantitativo adottata poco prima che il presidente Mario Draghi lasciasse la guida dell'Istituto di Francoforte. Constatiamo come Abi che le politiche monetarie, da sole, non sono sufficienti; occorrerebbero anche politiche fiscali da parte degli Stati. E quindi è necessario che i Paesi europei che hanno margini di bilancio adottino politiche più espansive, mentre quelli che non ne hanno implementino, dal canto loro, misure di riforma strutturale volte a recuperare produttività e, quindi, si ritorni a un percorso di crescita. Infine, è necessario, secondo noi, che si attivi una terza leva: le politiche regolamentari.

Si riferisce all'overdose regolamentare? 
Si. La regolamentazione sulle banche oggi nella nostra valutazione non sembra muoversi nella stessa direzione della politica monetaria.

Prosegue la prolungata stagione della stagnazione o di una crescita piuttosto contenuta che è stata negli ultimi anni di oltre un punto al di sotto della media dei Paesi della zona euro. L'Istat ha confermato che il Pil nel terzo trimestre è cresciuto appena dello 0,1%, con una previsione pari a zero per il 2019. Come valuta il "caso" Italia? 
L'elemento più rilevante in questo contesto è la caduta degli investimenti. Oggi osserviamo che il livello degli investimenti rispetto agli anni prima della Grande Crisi è inferiore del 17%. Questo significa che negli anni della crisi c'è stata una riduzione nell'accumulazione di capitale, cioè a dire si è ridotta enormemente la capacità del Paese di essere competitivo e di produrre che sta pesando molto sulla potenzialità di crescita. Quindi occorre ritornare ad avere un clima di fiducia che riporti a fare investimenti sia nel settore privato, sia in quello pubblico. 
Osserviamo inoltre un tema di impoverimento della dotazione infrastrutturale del Paese sia materiale che immateriale: cioè a dire sia le infrastrutture reale come viadotti, autostrade, e così via, sia quelle non materiali come l'istruzione, la formazione all'uso delle nuove tecnologie, il tema della giustizia civile. Tutto questo serve ad attrarre capitali di rischio nel nostro Paese. Occorre pertanto tornare a investire e quindi aumentare la dotazione di capitale, che poi si traduce in capacità di produzione, capacità competitiva, creazione di lavoro. Questo in particolare servirebbe moltissimo per far ripartire il Mezzogiorno che è cruciale per il Paese.

In questo momento il denaro è a buon mercato: i tassi sono al minimo storico. Le famiglie ne stanno approfittando tanto è vero che la domanda di mutui per l'acquisto di case è in costante crescita. Questo è positivo per l'economia, forse lo è un po' meno per le banche che vedono costantemente ridursi la redditività? 
Oggi il livello dei tassi è sui minimi storici. E quindi questo è stato e continua a essere l'obiettivo della politica monetaria della Bce, che in tal modo intende stimolare gli investimenti privati e pubblici e i consumi. Quello che, però, constatiamo è che la domanda di consumi e gli investimenti restano deboli perché, al di là della politica monetaria, il clima di incertezza sulle prospettive per famiglie e imprese e quello più generale sul quadro macro globale rendono gli investitori estremamente prudenti e quindi non c'è una domanda di investimenti da parte delle imprese. C'è sicuramente anche l'effetto della regolamentazione che non è del tutto allineata alla politica monetaria. Oggi l'effetto combinato di tassi di interesse bassissimi e l'aumento dei coefficienti patrimoniali delle banche non rendono particolarmente remunerativa l'attività di erogazione del credito. I due elementi messi insieme non contribuiscono a creare le condizioni migliori per l'erogazione del credito.

Dopo la Grande Crisi la preoccupazione prevalente delle Autorità di regolamentazione a livello mondiale e in particolare in Europa è stata di prevenirne altre in avvenire. E quindi hanno implementato il network regolamentare a più livelli costringendo le banche per adeguarvisi con sempre più cospicui accantonamenti di capitale. Oggi le banche sono a un bivio: potranno continuare a fornire credito all'economia, o dovranno investire in settori a più elevato potenziale di crescita che garantiscono dei ritorni sul capitale più congrui rispetto all'attività tradizionale di intermediazione creditizia? 
Era corretto durante la fase della crisi intervenire rapidamente per rafforzare la stabilità delle banche. E in effetti i risultati dell'irrigidimento del quadro regolamentare si sono visti e sono positivi: la dotazione patrimoniale delle banche europee è raddoppiata, l'indicatore di solidità patrimoniale per eccellenza, cioè il rapporto tra il capitale di prima qualità e l'attività creditizia ponderata per il rischio, che va sotto il nome di CET 1 è passato da circa il 7% degli anni della crisi al 14%; sono inoltre migliorati tutti gli indici di liquidità, si è ridotto il grado di leva del settore. Per cui oggi il settore bancario europeo è molto più robusto e resiliente di quanto non lo fosse all'inizio della crisi. 
Detto questo la stabilità è una precondizione perché ci sia stabilità nel tempo. La stabilità è una precondizione ma se no c'è poi una redditività anche la stabilità nel medio periodo viene compromessa. Quindi il tema oggi è come garantire un livello sufficiente di redditività consentendo alle banche di svolgere quel ruolo fondamentale di finanziamento di imprese e famiglie e quindi dell'economia. Oggi osserviamo che sempre ulteriori incrementi di requisiti patrimoniali e un livello di interesse pari a zero quando non negativo è una dei principali pesi sulla redditività delle banche. A questo si deve aggiungere anche la pressione che deriva dall'innovazione tecnologica che, da un lato, richiede alle banche continui investimenti in nuove tecnologie e, dall'altro, l'ingresso in settori presidiati da nuovi operatori come sono le società di Fintech o le shadow bank, cioè le banche fantasma, che sfuggono alla regolamentazione bancaria e che però erodono margini di ricavo al settore bancario. Occorre pertanto garantire una regolamentazione equilibrata che, a fronte degli stessi rischi, imponga a tutti le stesse regole.

A questo proposito come Abi e come Federazione delle banche europee avete formulato delle proposte organiche? 
Sì. Abbiamo formulato delle proposte. Oggi c'è un'asimmetria tra le banche e gli altri operatori che vogliono entrare nel settore finanziario o dei pagamenti digitali. Ad esempio in ordine alla Direttiva PSD2: se il cliente dà il suo consenso i fornitori di servizi di acceso ai conti di pagamento possono richiederli alle banche che devono perfino predisporre specifiche interfacce informatiche per consentire i colloqui con questi soggetti. Ma se fosse la banca a richiederli - e il cliente desse il suo consenso - oggi non c'è nessun quadro normativo che obbliga questi grandi fornitori di tecnologia e di Internet, com Google, Facebook, Amazon, a fornire i dati in loro possesso alle banche. 
Oggi noi chiediamo la definizione di un quadro generale che si applichi a tutti gli operatori economici che disciplini l'accesso ai dati, la tutela del diritto alla privacy dei cittadini e una uniformità di trattamento tra gli operatori. All'interno di questo quadro che garantirebbe un terreno competitivo livellato poi si possono calare le singoli discipline settoriali come la Direttiva sui servizi di pagamento, quella sul commercio elettronico e così via. Ma finché la Commissione europea adotta un approccio settoriale avremo sempre questi problemi di disparità di trattamento, di asimmetrie regolamentari, quindi una competizione non equa. 
Il prolungamento della stagione della politica monetaria espansiva sta provocando degli effetti paradossali: oltre a dover rinunciare a percepire cedole o proventi da prodotti assicurativi o finanziari, alcune banche in Francia, in Germania e in Italia (lo ha fatto l'amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier) hanno comunicato che dal 2020 applicheranno un tasso di interesse negativo sui depositi eccedenti i 100mila euro. C'è il rischio che un tasso negativo incrini il rapporto fiduciario tra cliente e banche o scoraggi i clienti a detenere liquidità in banca per paura che venga tassata dal proprio istituto di credito oltreché dallo Stato? 
Su scelte di politiche commerciali dove entrano in gioco elementi commissionali e di prezzo, l'Abi non può esprimere alcuna valutazione, nè può farlo per statuto e per le regole sull'antitrust. Quello che possiamo osservare è che chiaramente una perdurante politica monetaria di tassi negativi ha sicuramente effetti collaterali negativi sul settore finanziario e quindi non solo sulle banche ma anche sulle assicurazioni e sui fondi pensione. Uno dei temi che dobbiamo porre alle Autorità di regolamentazione è se la ricerca di rendimenti positivi non porti non soltanto gli investitori istituzionali ma anche quelli privati a fare investimenti rischiosi e quindi se ci sono presidi adeguati per questo tipo di rischi. Il punto è se non si stiano trasferendo rischi dal settore bancario ad altri settori.

Quando pensate potrà essere rinnovato il contratto di lavoro dei bancari? E quali saranno le principali novità che presenterà rispetto a quello scaduto? 
Innanzitutto voglio dire che c'è una volontà comune di Abi e sindacati ad arrivare alla firma del nuovo contratto in tempi brevi. C'è da parte di tutti la consapevolezza di un accordo che renda il settore compatibile alla luce dei cambiamenti di cui abbiamo parlato. Il tema fondamentale è anche la gestione delle persone in un mondo nel quale la tecnologia assume un ruolo preponderante: le nuove figure professionali, la formazione e l'adeguamento delle competenze e l'attrattività del lavoro in banca ai giovani rispetto a una tecnologia sempre più invasiva. Da questo punto di vista avere creato un organismo bilaterale volto a seguire gli sviluppi della tecnologia e l'impatto sulle nuove figura professionali anche per suggerire in tempo adeguamenti al contratto collettivo di lavoro sono elementi di grande importanza.

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