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Gioventù sempre più isolata: aumentano i casi di "hikikomori"

La sindrome, diffusa in Giappone, sta conquistando terreno anche in Italia dove sempre più giovani preferiscono vivere appartati nelle loro camerette


17/09/2018

di Monia Savioli


Si chiama “Hikikomori” la sindrome che tiene in ostaggio almeno 100.000 giovani in Italia. In Giappone dove è nata e ne sono state delineate le caratteristiche, ad esserne affetti sono almeno un milione. Di cosa si tratta? E’ presto detto. Il termine “Hikikomori” indica un disagio che colpisce in particolare i giovani fra i 14 ed i 25 anni che di colpo perdono interesse nella vita. Si isolano nella loro camera, rifiutano il contatto con il mondo e lasciano aperta una unica finestra, quella di internet. La scelta di trasformarsi in eremiti è dettata dall’incapacità di fronteggiare le richieste a cui la società esterna, sempre più esigente e competitiva, li sottopone. Ansia da prestazione? Anche, ma non solo. La sindrome si insinua, paralizza e lascia maturare, nell’isolamento, altre psicopatologie come depressione, fobia sociale, sindromi paranoidi, deliri, alterazioni della realtà e dipendenza da internet. La conseguenza di questo percorso che esclude ogni interazione anche con i genitori è l’assoluta non autosufficienza dei giovani quando diventeranno adulti. Un esercito di quarantenni incapaci di procurarsi il denaro per vivere e di rendersi utili. Anche a loro stessi. Il disturbo si è manifestato in particolare nel paese del Sol Levante, estremamente competitivo ed esigente. Lo Stato, non potendo ignorare gli effetti della sindrome, ha sviluppato politiche di welfare mirate a prendersi cura dei quarantenni colpiti dalla sindrome e rimasti soli al mondo dopo la perdita dei genitori. In Italia il fenomeno si sta affacciando con forza al punto da coinvolgere ogni anno un numero sempre maggiore di giovani. Al di là del timore di non riuscire ad essere performanti tanto quanto viene richiesto da una società sempre più premiante verso stereotipi di successo, belli, vincenti e ricchi, una delle cause collaterali allo sviluppo della sindrome è il livello di benessere raggiunto nei Paesi più ricchi dove il reddito pro-capite permette ai genitori di mantenere inattiva la prole. Anni fa, quando la società era molto più legata al mondo contadino, i figli erano concepiti anche per procurare nuova forza lavoro da utilizzare nei campi. Certo, bocche in più da sfamare ma anche braccia in più da utilizzare. Ora è diverso ed in alcuni casi, l’atteggiamento di supporto offerto dai genitori finisce per deresponsabilizzare i figli, rendendoli facile preda della sindrome. L’aiuto ai giovani colpiti da “hikikomori” può essere fornito da psicoterapeuti lungo un percorso di cura che prevede anche il coinvolgimento dei genitori chiamati a dialogare senza colpevolizzare e giudicare. In fondo quello che li paralizza è il timore del confronto non la voglia di farsi mantenere.

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