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Giuseppe Conte e la tradizione del trasformismo

Maurizio Belpietro si addentra fra gli intrecci e i rapporti che legano il professore al Vaticano, facendosi carico anche degli ambienti accademici e dei servizi segreti che, dal nulla, ne avrebbero favorito la rapida ascesa al potere


03/02/2020

di Giambattista Pepi


“Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”. Questa frase è stata estrapolata da un discorso che Agostino Depretis, presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, pronunciò a Stradella (Pavia) l’8 ottobre 1882. 
Sebbene ci fosse un antecedente storico (il connubio Rattazzi-Cavour, cioè l’accordo politico del febbraio 1852 tra due schieramenti del Parlamento Subalpino: quello del Centro-Destra, capeggiato da Camillo Benso conte di Cavour e quello del Centro-Sinistra, guidato da Urbano Rattazzi), fu a partire dal 1882 proprio con Depretis (ininterrottamente Premier dal 1867 al 1887, anno della sua morte) che il termine “trasformismo” si diffuse. 
Il premier della Sinistra liberale auspicò che gli esponenti più progressisti della Destra entrassero nell’orbita della Sinistra. Venne così a crearsi un nuovo schieramento centrista moderatamente riformatore, che bloccava l’azione delle ali progressiste del Partito radicale presenti in Parlamento. A quei tempi, era prassi comune ai gruppi parlamentari di Destra e di Sinistra di variare le maggioranze in base a convergenze d’intenti su problemi circoscritti anziché su programmi politici a lungo termine. 
La tradizione del trasformismo politico sarebbe proseguita poi con Francesco Crispi, Giovanni Giolitti, e nel Secondo dopoguerra, con i Governi di coalizione a guida democristiana che, per avere la maggioranza, si coalizzava di volta in volta, con i partiti (eccetto il Pci) che si rendevano “disponibili”, assumendo sempre più una connotazione negativa, in quanto strettamente legato a fenomeni di corruzione, degrado morale e scarso coinvolgimento dell’opinione pubblica nella vita politica del Paese. 
Nel “caso” di Giuseppe Conte, attuale presidente del Consiglio dei ministri, è corretto parlare di trasformismo? È il continuatore di una tradizione di malcostume che ha attraversato l’intera storia nazionale dal Regno d’Italia alla Repubblica? Nei modi, nel linguaggio, nei comportamenti possiamo rinvenire e riconoscere le caratteristiche dei vecchi democristiani e dorotei?


Maurizio Belpietro nel libro Giuseppe Conte il Trasformista (Piemme, pagg. 143, euro 16,50) sembra non nutrire dubbi in proposito. 
Da consumato giornalista politico (è direttore del quotidiano La Verità, fondato nel 2016, e di Panorama) l’autore si chiede chi sia per davvero Conte e come sia stato possibile che un anonimo professore universitario sia potuto diventare il premier “Buono per tutte le stagioni”, osannato dalle cancellerie europee. 
Nel saggio (scritto in collaborazione con Antonio Rossitto) Belpietro ci racconta gli intrecci e i rapporti che legano Conte al Vaticano, al suo mentore universitario Guido Alpa, ai servizi segreti e agli 007 americani, che ne avrebbero favorito la rapida scalata al potere: da professorino nato a Volturara Appula, un minuscolo comune di appena 410 abitanti in provincia di Foggia, a leader autorevole e ascoltato in tutte le capitali non solo europee. 
Ci sia consentito, prima di congedarci, un’osservazione: se accettassimo l’assunto secondo cui Conte è un trasformista, continuatore, non si sa quanto consapevole, di una radicata tradizione gattopardesca nazionale, dovremmo includere in questa definizione i responsabili di tutti i partiti e dei gruppi presenti in Parlamento, nessuno escluso. Perché, se Conte è arrivato a Palazzo Chigi, non avendo egli un partito, e dunque alcun voto, non sono forse stati i partiti usciti dalle urne a volerlo alla guida del Governo? Non sono stati Luigi Di Maio e Matteo Salvini, protagonisti e indiscussi leader, rispettivamente, del Movimento 5 Stelle e della Lega, pur essendo stati avversari in campagna elettorale, ad avere accettato Conte come premier e realizzato un “compromesso” (contratto) per dare vita al suo primo Governo? 
E poi, quando la Lega ha aperto la crisi nell’agosto scorso, anziché andare al voto anticipato, non sono stati il Movimento 5 Stelle e il Pd di Zingaretti, pur essendo su fronti contrapposti e dopo essersi combattuti per anni aspramente, ad avere accettato di formare una nuova maggioranza (con il contributo di Liberi e Uguali di Grasso e Speranza) pur di evitare il ritorno alle urne, dando così vita al secondo Governo Conte? Non sono anche loro dei voltagabbana? 
Sarà la storia, quando verrà il tempo, a rispondere a queste domande e a giudicare chi sia stato veramente Conte. 
Da parte nostra, però, ci limitiamo a osservare che il ritorno a un modello bipolare e tendenzialmente bipartitico nella Seconda Repubblica non ha purtroppo posto fine alle pratiche trasformistiche, che sono state facilitate dall’assenza di contrapposizioni ideologiche e divergenze di programma politico, che fanno sembrare un cambio di appartenenza politica meno incoerente e più accettabile dal punto di vista etico. 
Il trasformismo (se continuiamo a vederlo nell’accezione negativa del termine) è favorito dalle Costituzioni moderne che conferiscono piena libertà morale ai parlamentari eletti, i quali hanno un patto di fiducia politica con l’elettorato, scevro di diritti e doveri, e nessun mandato imperativo verso il proprio collegio elettorale. Hanno un obbligo puramente morale, non giuridico, e una volta eletti hanno piena indipendenza di opinioni e di condotta e, dal punto di vista della legge, non rappresentano altro che se stessi.

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