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Gli angeli che scalarono la “dimora delle nevi”

Il giornalista Scott Ellsworth racconta l’epopea della Grande corsa alla conquista dell’Himalaya durante gli anni che precedettero lo scoppio della Seconda guerra mondiale


26/10/2020

di Tancredi Re


L’Himalaya, in sanscrito la “dimora delle nevi”, il sistema montuoso dell’Asia meridionale, fu il teatro naturale dove i migliori alpinisti di Germania, Regno Unito e Stati Uniti si sfidarono durante gli anni Trenta del secolo scorso per conquistare il primato della scalata delle vette più elevate del mondo. 
Scott Ellsworth, nel libro I conquistatori del cielo. Gli anni ruggenti dell’alpinismo himalayano (Corbaccio, pagg. 412, euro 26,00 traduzione di Olivia Crosio), descrive l’epopea della Grande corsa all’Himalaya e dell’ascensione delle cime più alte da parte di grandi pionieri d’alta quota che inseguivano un sogno proprio mentre il mondo stava inesorabilmente scivolando nel baratro della Seconda guerra mondiale. 
Alpinisti inglesi, tedeschi e americani avevano attrezzato i loro campi base alle pendici delle cime alte ottomila metri che non erano mai state violate da nessun piede umano. “L’Everest era ovviamente il più conosciuto - ricorda nella prefazione l’autore: giornalista e studioso di storia che collabora con il New York Times, il Washington Post e il Los Angeles Times - ma quanto a maestosità e a imponenza anche gli altri picchi, come il K2, l’Annpurna o il Kangchenjunga, non erano da meno. La parte sud del Nanga Parbat, nel Kashmir, presentava circa 4.600 metri di strapiombo verticale, equivalenti a dodici Empire State Building messi uno sopra l’altro. Alte il doppio delle Alpi o delle Rock Mountains, queste montagne erano veri e propri mostri geografici, colossi di roccia e ghiaccio così immensi da aver creato ciascuno il proprio sistema climatico”. 
Proprio perché queste cime sembravano trovarsi alla fine del mondo, mai mappate e neppure scalate, le imprese di questi uomini, indomiti e dotati di attrezzature primitive, infransero i limiti delle capacità umane, più o meno come avevano fatto i grandi viaggiatori ed esploratori del passato che avevano scoperto continenti o regioni lontane (America, Australia, India) o aperto nuove vie terrestri e di navigazione (Annone, Cristoforo Colombo, Marco Polo, Amerigo Vespucci, Ferdinando Magellano e molti altri). 
Diversamente dagli alpinisti contemporanei, che possono monitorare il loro battito cardiaco sui loro orologi Apple, alimentarsi con barrette energetiche e gel isotonici, quelli del passato disponevano di pochissime mappe e fotografie, non avevano bombole d’ossigeno efficienti, indossavano scarponi di cuoio e giacconi di tweed, “si caricavano addosso piccozze dal manico di legno, e lunghe spirali di corda di Manila, dormivano in tende di tela piene di spifferi, e tentavano di cucinarsi i pasti su fornelletti malfermi alimentati di kerosene”. 
Personaggi fuori dell’ordinario, si pensi che a settemila metri - ricorda ancora Ellsworth - “bevevano brandy, fumavano sigarette e leggevano Dostoevskij o Dickens, e passavano una notte insonne dopo l’altra solo per scoprire, nella luce fioca dell’alba, che durante le poche ore di sonno nei loro sacchi a pelo si erano depositati trenta centimetri di neve fresca”. 
A causa delle possenti valanghe, dei venti gelidi, delle tormente accecanti e delle temperature che minacciavano la sopravvivenza, e mille altri pericoli, sempre in agguato, notte e giorno, questi pionieri, per tutto il tempo delle loro scalate, vivevano con la morte a fianco. Nonostante tutto questo e contro ogni pronostico, andarono più in alto di quanto fosse possibile immaginare. E non appena raggiunsero dei record di altitudine straordinari, c’era da aspettarselo, su di loro si concentrò l’attenzione dei media e della politica mondiale. 
Gli alpinisti venivano assediati dalla stampa alle stazioni dei treni indiani, erano celebrati in film e in rappresentazioni teatrali. James Hilton creò la mitica Shangri-La in Orizzonte perduto (dall’omonimo romanzo il regista americano Frank Capra realizzò nel 1937 un celebre film) mentre un eccentrico alpinista inglese di nome Maurice Wilson partiva per il Tibet per scalare l’Everest da solo e a bordo di un biplano che aveva appena imparato a pilotare. 
Intanto, nei corridoi del ministero nazista per la propaganda, i gerarchi scoprivano l’importanza di piantare la bandiera tedesca su un Ottomila.
Ambientato a Londra, a New York, in Germania, in Tibet e in India, questo libro è una storia non solo di alpinismo, ma anche di passione e ambizione, coraggio e follia, tradizione e innovazione, tragedia e trionfo. 
Ellsworth si muove fra le strade di Manhattan e di Berlino e le pareti scoscese del Nanga Parbat, in mezzo alle rivolte nel Kashmir e nel paesaggio rarefatto della Nuova Zelanda, dove un uomo di nome Hillary sognava di salire in cima all’Everest.

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